VercelliOggi
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Strategia S.4 del Codice di Prevenzione Incendi: questo il titolo del corso svoltosi lo scorso 16 aprile presso la sede dell’Associazione di Irrigazione Ovest Sesia.

Nella prestigiosa Sala del Parlamentino, il Comandante dei Vigili del Fuoco di Vercelli, l’Ing. Claudio Giacalone, ha trattato ampiamente il tema dell’esodo in caso di incendio.

L’evento, organizzato da Prevenzioneincenditalia e dall’Ordine degli Architetti P.P.C. della Provincia di Vercelli, consolida una collaborazione proficua e continuativa che vede, ormai da alcuni anni, questi Enti attivi nell’individuazione e nell’approfondimento di temi sempre più attuali nell’ambito della sicurezza antincendio.

Ad aprire l’evento è stato Davide Lovati, responsabile della formazione e dell’informazione dell’associazione Prevenzioneincenditalia: ha evidenziato come la trattazione di tematiche d’attualità rappresenti una garanzia e un forte supporto per i professionisti, sottolineando come l’individuazione di argomenti specifici riesca a coinvolgere un numero sempre maggiore di partecipanti.

L’Architetto Marina Martinotti, Presidente dell’Ordine, ha rimarcato come un lavoro sinergico possa portare a risultati sempre più apprezzabili, anticipando ai partecipanti alcuni dei temi principali dei prossimi incontri.

Ha evidenziato, inoltre, che il corso in programma era rivolto ai professionisti antincendio, ma per le caratteristiche dei temi trattati era sicuramente un argomento utile anche al progettista, poiché forniva una sensibilità fondamentale sui temi dell’esodo in sicurezza.

Tale competenza è un riferimento imprescindibile nella progettazione ex novo, ma soprattutto nelle fasi di ristrutturazione e restauro di edifici esistenti o di valenza artistica, dove i vincoli architettonici rappresentano spesso una sfida nel conciliare le soluzioni ottimali dal sia dal punto di vista conservativo/architettonico, sia dal punto di vista della sicurezza.

Infine, è stato rivolto un caloroso ringraziamento a Stefano Bondesan, Presidente AIOS, per la disponibilità costantemente dimostrata e per la vicinanza alle iniziative dell’Ordine.

Il tema centrale del corso ha analizzato la strategia antincendio S.4 del Codice di Prevenzione Incendi (DM 03/08/2015 e s.m.i.), focalizzandosi sulle dinamiche dell’esodo.

Sono stati esaminati i livelli di prestazione, le soluzioni conformi e le soluzioni alternative necessarie a garantire la salvaguardia degli occupanti in fase di esodo.

La normativa italiana in materia di prevenzione incendi ha subìto negli anni un cambiamento radicale, passando da un approccio prescrittivo, basato su regole rigide, a un approccio prestazionale, che si focalizza sul raggiungimento di obiettivi di sicurezza specifici.

Il Codice di Prevenzione Incendi (D.M. 03/08/2015 e s.m.i.) rappresenta un’evoluzione significativa in tal senso, introducendo il concetto di livelli di prestazione e soluzioni alternative.

L’esodo in caso di incendio è una componente fondamentale della sicurezza, finalizzata a salvaguardare la vita umana. Esso mira a consentire agli occupanti di un’attività di raggiungere un luogo sicuro o di rimanervi protetti, in autonomia o con l’ausilio dei soccorritori, prima che l’incendio determini condizioni incapacitanti.

Questo processo si basa sul raggiungimento di due obiettivi principali:

Garantire la sicurezza della vita umana;

Salvaguardare l’incolumità delle persone.

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Redazione di Vercelli

Posted in Cronaca

At 6, 1-7

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.

Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».
Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

 Salmo 32

RIT: Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

  RIT: Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

  RIT: Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

  RIT: Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.

1 Pt 2, 4-9
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».

Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo.
Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

Gv 14, 1-12
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

***

UN PENSIERO SULLA PAROLA, A CURA DELLE SUORE CARMELITANE DEL MONASTERO “MATER CARMELI” DI BIELLA

Perché siate anche voi dove sono io

(At 6,1-7; Sal 32; 1 Pt 2,4-9; Gv 14,1-12)

Gesù sta per lasciare questo mondo, nella notte prima della sua passione e morte non si preoccupa di se stesso, ma dei suoi amici e parla loro con grande premura e tenerezza.

L’annuncio della sua partenza, del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro e del generale abbandono, ha turbato gli animi degli apostoli.

La lotta alla paura è uno dei temi fondamentali della spiritualità biblica; la presenza di Gesù che inonda di tenerezza e amore fa cedere in noi la paura, la disperazione, il senso dell’impossibile:

“Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.

È come una preghiera, una parola potente di liberazione dalle forze ostili che destabilizzano; se la paura paralizza, Gesù indica la fede come antidoto, fede in Dio e anche in lui che con il Padre è una cosa sola.

Nelle prove della vita Gesù invita a vivere di fede, a fidarsi anche e soprattutto, quando le cose non vanno come si vorrebbe e non si riesce a capire il senso e il perché di quanto accade. 

Alla comunità smarrita per il futuro che l’attende e anche a noi che sperimentiamo in tanti modi e situazioni, preoccupazione, angoscia e timore, Gesù fa una promessa:

“nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, io vado a prepararvi un posto”.

Spesso cerchiamo un posto e fatichiamo anche per raggiungerlo, un posto nella società, nel lavoro, nel cuore di qualcuno, stiamo bene quando nella coscienza ci sentiamo a posto.

Gesù che ha insegnato a non cercare né amare i primi posti, fino alla fine vede gli apostoli che ancora desiderano i primi posti, come Giacomo e Giovanni che chiedono di sedere uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù nel suo Regno.

Lo sdegno che suscita questa richiesta negli altri apostoli rivela che anch’essi desideravano la stessa cosa.

Ora Gesù annuncia che egli stesso prepara il nostro posto e quando l’avrà fatto, ritornerà e ci prenderà con sé perché siamo anche noi dove è lui.

Il posto è essere con Gesù, che è presso Dio fin dal principio, è dimorare con lui nel cuore del Padre.

Se qualcuno mi ama, se si apre ad accogliere il dono del Regno, noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (cf Gv 14,23).

Su questa promessa si fonda tutta la speranza e l’attesa della Chiesa, il suo annuncio e la testimonianza che la vita non muore, che l’umanità e tutta la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto sarà liberata dalla corruzione e dalla morte ed entrerà nella libertà della gloria dei figli di Dio.

Gesù non solo ci indica la meta, ma anche la strada per raggiungerla, alla domanda di Tommaso che fatica a capire, Gesù risponde lasciando parole che esprimono tutta la singolarità del cristianesimo:

“Io sono la via, la verità e la vita”.

Gesù ci mostra con la sua vita la via per andare al Padre, il modo di vivere di Gesù è la via che conduce alla vita che vince la morte; chi vede Gesù vede il Padre, chi accoglie l’amore di Gesù trova il suo posto dimorando in Dio ed Egli in lui.

Le Sorelle Carmelitane

Monastero Mater Carmeli – Biella Chiavazza     

Posted in Pagine di Fede
Casale e Monferrato casalese, Trinese

(marilisa frison) – Un Primo Maggio da record per la tradizione trinese.

Circa 150 pellegrini hanno partecipato ieri al cammino verso il Sacro Monte di Crea, numeri che non si registravano da anni.

Il ritrovo alle 6:45 alla Cappelletta ha visto convergere famiglie, gruppi di amici e una forte componente giovanile.

Il cielo non era limpido, ma prometteva bene e ha retto per tutto il percorso.

In molti altri hanno poi raggiunto il Santuario di Crea, nel Monferrato casalese, con mezzi propri.

Il variopinto sciame di persone oranti si è snodato tra le colline con soste di preghiera a Camino, Rocchetta e alla Madonnina, prima della pausa caffè e dell’ultima salita.

Proprio l’ultimo tratto, il sentiero noto come “100 scalini” che sbuca direttamente sul piazzale del Santuario Mariano, ha messo alla prova i pellegrini: una rampa ripida, nel bosco, che porta ai 455 metri del Sacro Monte, parte del sito UNESCO dei Sacri Monti del Piemonte.

Ad attendere i fedeli, alle 11, Mons. Franco Mancinelli, Rettore del Santuario per la Santa Messa. Presenti anche i pellegrini di Borgo Ticino, Novara.

“Tre diocesi oggi qui riunite: Novara, Vercelli e Casale Monferrato, a cui il Santuario appartiene”, ha sottolineato il Rettore in apertura.

La celebrazione è stata presieduta dal parroco di Trino don Claude Tossou, concelebrata dal Rettore e da altri sacerdoti.

Il coro della parrocchia di San Bartolomeo di Trino ha animato la liturgia.

Nell’accoglienza e nell’omelia, don Claude ha legato il Pellegrinaggio alla memoria di San Giuseppe lavoratore, celebrato il 1° Maggio:

La Madonna è molto contenta di questo cammino fatto in suo onore. Gradisce e tiene conto di tutto, anche della fatica di ogni scalino”. Un riferimento anche alla “saggezza delle parole di Gesù nei suoi incontri pubblici”, come modello di dialogo.

Dopo la Messa, il piazzale e i prati del Santuario si sono popolati per il pranzo al sacco tra le 23 cappelle seicentesche del Sacro Monte.

Alcuni gruppi hanno poi scelto di rientrare a Trino nuovamente a piedi.

Decisivo, per l’ottima riuscita dell’iniziativa, il coinvolgimento degli Animatori dell’oratorio per la presenza giovanile.

Si è camminato, si è pregato, si è parlato. Tutti con tutti.

Un Primo Maggio diverso.

Un Pellegrinaggio vissuto nell’amicizia, tra persone e nella filiale amicizia con la Madre Celeste, cui sempre ci affidiamo con fiducia, che ha lasciato pace e un po’ di leggerezza.

Per qualche ora i pensieri grevi sono rimasti a valle, e nei cuori è entrata la consapevolezza di aver condiviso qualcosa di bello e buono.

Posted in Pagine di Fede
Lungo Sesia Est e Novarese, Provincia di Vercelli

La sacra effige della Madonnina che pare voler salutare chi arrivi o lasci Borgo Vercelli, eretta dalla devozione popolare alla “Madonna dal cuore d’oro”, ha fissato stamane lo sguardo su due comunità – Borgo Vercelli e Villata – giunte in Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta per l’ultimo saluto a Demetrio Barbero.

Solo lei sa perché: perché il dolore innocente, perché se ne sia andato proprio lui che era mite, generoso e benvoluto da tutti.

Anche quando la nostra fede si fa interrogativa e non trova risposte, non c’è che consegnarci, senza rassegnazione alcuna, ma senza esiliare la Speranza, a lei che tutto conosce di quel così unico suo Figlio e del Padre: certo non lo possiamo sapere noi che facciamo fatica ad accettare ciò che la mente umana non può comprendere.

Un giovane padre di famiglia, lavoratore esemplare, 36 anni vissuti con dedizione per il prossimo, amato e stimato da tutti anche per il suo assiduo impegno nella Banda musicale Santa Cecilia di Villata.

Demetrio se n’è andato per un improvviso malore il 25 aprile scorso, ma tutte queste persone dicono sin d’ora che il suo insegnamento non cadrà nell’oblio.

In poche immagini la grande partecipazione di popolo al funerale di oggi, 2 maggio.

 

Posted in Cronaca

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Posted in Cultura e Spettacolo

E’ stato inaugurato ieri, giovedì 30 aprile, il nuovo scuolabus elettrico di Quarona.

Il Sindaco e Presidente dell’Unione montana dei Comuni della Valsesia Francesco Pietrasanta commenta: “Ieri è stata una gran bella giornata, una giornata di comunità, di gioco di squadra. Una giornata emozionante sotto molti punti di vista. Abbiamo inaugurato e benedetto con Don Michele e il Corpo musicale il primo scuolabus elettrico del Piemonte. Il nuovo scuolabus di Quarona che abbiamo ottenuto grazie al contributo della Loro Piana Spa, della famiglia Loro Piana e della Regione Piemonte. Inoltre la  Toscanini industrie Srl ci ricaricherà gratuitamente lo scuolabus tramite l’energia pulita generata dalla loro centrale idroelettrica.

Tutto questo suggellato con uno splendido evento organizzato davanti alla scuola elementari alla presenza dei donatori, del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e dei Consiglieri Carlo Riva Vercellotti e Simona Paonessa, del Presidente della Provincia Davide Gilardino, di Pier Luigi Loro Piana, del Presidente di Fondazione Valsesia Ente Filantropico ETS Laura Cerra e di alcuni Amministratori del territorio. Bambini, insegnanti, famiglie e cittadini sono accorsi numerosi ad assistere a questa inaugurazione.

È stata una giornata di orgoglio per tutta la Valsesia che lavora da anni con determinazione per rispettare l’ambiente e ridurre le emissioni di Co2.

Grazie a tutti coloro che sono accorsi e grazie al comitato Beata Panacea per aver organizzato il rinfresco. Ringrazio tutti coloro che ci hanno aiutato in questa sfida e ringrazio la mia squadra per averci creduto e lavorato per vincerla!

Da lunedì si parte con questa nuova avventura!”.

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Redazione di Vercelli

Posted in Enti Locali
Provincia di Vercelli, Regione Piemonte, Vercelli Città

“Lavoro dignitoso. Contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”.

Il tema conduttore della Festa dei Lavoratori in questo 2026 ha offerto, oggi 1 maggio a Vercelli, molti spunti di riflessione, resi ancora più attuali dalla quotidiana mutevolezza di uno scenario internazionale che tutti interpella con un’istanza netta, senza possibilità di equivoco: “cessate il fuoco”.

Scenario nel quale si consuma la drammatica contraddizione tra l’aumento del numero di uomini, donne, bambini, ogni giorno in condizione di insicurezza alimentare grave (un miliardo nel Mondo) e il rinnovato impulso per un aumento delle spese militari, per la produzione di armi, fatalmente destinate ad essere usate.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare di nuovo a Vercelli Luca Quagliotti, relatore ufficiale della giornata, Segretario regionale della Cgil ed a lungo al timone della Cgil Vercelli e Valsesia.

Il suo intervento (insieme a quello del Sindaco Roberto scheda, le cui parole sono anche riproposte per iscritto al termine di queste righe) è integralmente a disposizione del Lettore nel video che abbiamo messo a repertorio.

Sono parole chiare: abbandonare arcaiche convinzioni risalenti al IV Secolo dC quali “Se vuoi la pace, prepara la guerra”.

Al di là di una ampiamente e secolarmente dimostrata miopia di politiche della deterrenza, oggi l’umanità è chiama rendere possibile la speranza di una pace fondata sulla ricerca della pace stessa, “meraviglioso dono di Dio” come ci dice Papa Benedetto XV nel 1920, a due anni dalla fine del Primo conflitto mondiale, con l’insegnamento ripreso poi da Giovanni Paolo II chiosando: “dono di Dio affidato agli uomini”.

E’ facile cogliere, nell’intervento di Quagliotti, un filo conduttore che unisce i più gravi punti di caduta di una “modernità”, forse mai come oggi non più assimilabile automaticamente alla nozione di “progresso”.

Se il “nuovo” è moderno, quanto di questo nuovo è progresso?

I conflitti in corso minano le prospettive di sviluppo sereno fondato sul lavoro, sulla dignità del lavoro, sulla centralità della persona “il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto” (Laborem Exercens”.

Così si aprono spazi per nuove forme di sfruttamento spacciate per moderni e nuovi “valori d’uso”: il lavoro non tutelato, precario, l’idea stessa della prevenzione e contrasto ai rischi sui luoghi di lavoro è esiliata fino a soccombere, marginalizzata a livello di mero “fattore di costo”.

Senza sconti le parole di Quagliotti sul fenomeno rappresentato dai contratti (e dalle loro forme di controllo) che sono costretti ad accettare i riders, per tutti noi segno di contraddizione.

Ma non è che un passaggio dell’articolato intervento, che  lasciamo al Lettore ascoltare direttamente.

Insieme, come abbiamo detto, quello del Sindaco.

Sul palco di Piazza Municipio si sono alternati anche alcuni puntuali interventi di rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, che hanno rappresentato la concreta e quotidiana realtà del lavoro in provincia di Vercelli; li vediamo nella gallery

Infine, qualche nota “lieta”, come quelle offerte dall’unanimemente apprezzato accompagnamento musciale offerto da A-t-pic Ensemble.

Ampi stralci del repertorio nel video con cui vi lasciamo, insieme alla gallery.

Intervento del Sindaco di Vercelli, Roberto Scheda.

Cittadine e cittadini,

il 1° Maggio non è una ricorrenza qualsiasi. È la data che parla al cuore della Repubblica, che richiama le sue radici più profonde, che misura la distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. È la festa del lavoro ma è anche la festa della dignità, della giustizia, della partecipazione. Il lavoro non è merce. Non è una voce di bilancio da comprimere, né variabile dipendente da sacrificare sull’altare delle convenienze. Ridurre il lavoro a questo significa impoverire non soltanto l’economia, ma la democrazia. Il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana: non è una formula retorica, la scelta precisa è scolpita nella nostra Costituzione. La scelta che afferma il primato della persona sul profitto, della dignità sul calcolo, della comunità sull’individualismo. E ci impone coerenza perché nel lavoro si misura la qualità di una società. Si riflettono i diritti e le opportunità. Nel lavoro si costruisce o si distrugge la dignità delle persone. Tornano, dunque, con forza le parole dell’indimenticabile Presidente della Repubblica, Sandro Pertini: «La più alta conquista sociale è il lavoro». Non un lavoro qualsiasi, precario e umiliante. È un lavoro che renda liberi, che consenta di vivere e non soltanto di sopravvivere come purtroppo avviene con sempre più frequenza nella nostra società. È un lavoro che garantisca sicurezza, stabilità, rispetto. Un lavoro che non metta a rischio la vita. Perché qui si gioca la linea di confine invalicabile: la Repubblica degna di questo nome non può accettare che si entri in un luogo di lavoro senza la certezza di uscirne vivi. Non può tollerare che la sicurezza venga considerata costo superfluo, ostacolo da aggirare, adempimento formale. Ogni volta che il lavoro perde dignità, perde valore l’intero sistema democratico. Ogni volta che un lavoratore viene sfruttato, sottopagato, esposto al rischio, si incrina il patto su cui si regge la nostra convivenza. E allora la sfida è restituire al lavoro il suo significato pieno. Non soltanto come mezzo di produzione, ma come strumento di emancipazione. Non soltanto come attività economica, ma come espressione della persona. Questo è il compito che abbiamo davanti. E non ammette rinvii. Tuttavia dobbiamo avere il coraggio della verità. Perché senza verità non c’è rispetto e senza rispetto non c’è giustizia. Nel nostro Paese, ancora oggi, si muore lavorando. Si muore nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, lungo i binari. Si muore mentre si cerca di guadagnarsi da vivere. E questo è uno scandalo, una vergogna. Non è tollerabile. Non è degno della Repubblica. Come ammoniva Aldo Moro, «la dignità della persona deve essere sempre al centro dell’azione pubblica». E quando una persona muore sul lavoro, quella dignità viene calpestata, sfregiata, sepolta. Quando la sicurezza è sacrificata alla fretta, al profitto, alla superficialità, noi tradiamo non solo la vita, ma il principio. Enrico Berlinguer parlava della «questione morale» come del cuore stesso della democrazia. Non tema accessorio, né capitolo tra i tanti, ma il fondamento su cui si regge la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini. Era, nelle sue parole, il discrimine tra una politica che serve e una politica che si serve. Se vogliamo essere coerenti con quella lezione, dobbiamo dirlo senza esitazioni: la sicurezza sul lavoro è la questione morale. Non è soltanto materia per tecnici, non è un fascicolo da archiviare negli uffici, non è una voce di costo da contenere o da rinviare. È la linea di confine. Da una parte c’è il rispetto della persona, dall’altra la sua riduzione a ingranaggio sacrificabile. Quando un lavoratore non torna a casa, quando una famiglia viene colpita da una tragedia evitabile, non siamo di fronte a una fatalità: siamo di fronte al fallimento. Il fallimento del sistema, delle responsabilità, della coscienza civile. E questo fallimento chiama in causa tutti noi, nessuno escluso: le istituzioni, le imprese, le organizzazioni sociali. Perché il punto è questo: nel 2026 che valore attribuiamo alla vita umana? Se la vita diventa subordinata alla fretta, al profitto, alla superficialità, allora abbiamo smarrito il senso stesso della nostra civiltà giuridica e democratica e siamo saliti su un treno che, a tutta velocità, si dirige verso il burrone. Se la sicurezza è percepita come un ostacolo e non come un dovere, allora la questione non è tecnica: è etica, è politica nel senso più alto del termine. Una Repubblica che si fonda sul lavoro non può tollerare che il lavoro diventi una causa di morte. Non può accettare che vi siano zone grigie, indulgenze, compromessi. Non può limitarsi a reagire dopo, a contare le vittime, a promettere interventi che si perdono nel tempo. Occorre, dunque, una svolta. Una svolta culturale prima ancora che normativa. Occorre affermare con forza che la sicurezza non è negoziabile. Che la vita viene prima di tutto. Che ogni regola violata, ogni controllo mancato, ogni leggerezza, ha un costo che può essere irreparabile. Questa è la questione morale oggi. Non un richiamo astratto, ma responsabilità concreta. Non una bandiera da esibire, ma il criterio con cui giudicare le nostre scelte. E noi, se vogliamo essere all’altezza della nostra storia e della nostra Costituzione, non possiamo voltarci dall’altra parte. Oggi, nel celebrare il 1° Maggio, noi non possiamo dimenticare le vittime. Non possiamo limitarci al ricordo formale. Dobbiamo dare un nome e un senso a quel dolore. E tra queste ferite ancora aperte, c’è quella della tragedia di Brandizzo che ha colpito anche la nostra Vercelli. Cinque lavoratori travolti e uccisi mentre operavano sui binari. Cinque vite spezzate. Cinque famiglie distrutte. Una tragedia che ha scosso la coscienza del Paese e che ci obbliga a una riflessione severa. Perché queste non sono fatalità. Non sono incidenti inevitabili. Sono il risultato di errori, di negligenze, di responsabilità. E ogni volta che accade, ogni volta che una vita si perde così, lo Stato deve interrogarsi, deve reagire, deve cambiare. Come ricordava ancora Sandro Pertini, «non si può morire per il lavoro». Non si deve. Non si deve più. E allora il 1° Maggio deve essere anche questo: un impegno. Non una parola pronunciata per dovere. Un impegno rigoroso, che non ammette rinvii. Perché la realtà ci dice che troppo spesso si interviene dopo, quando il danno è compiuto, quando il dolore è già entrato nelle case, quando le parole rischiano di suonare vuote. Ecco, questo non è più accettabile. Servono più controlli, certo. Ma controlli veri, efficaci, continui. Non episodici, non simbolici. Servono più prevenzione e più formazione, perché la sicurezza non si improvvisa e non si delega. Occorre una cultura diversa, una cultura che metta la vita davanti a tutto. Senza eccezioni, compromessi e giustificazioni. Dobbiamo spezzare la logica perversa per cui si accetta il rischio come inevitabile, per cui si chiudono gli occhi davanti alle irregolarità. Perché ogni volta che questo accade, si prepara il terreno a nuove tragedie. Il lavoro deve unire, non dividere. Deve essere fattore di coesione, non di sfruttamento. Questo è il senso più autentico del 1° Maggio. Non la celebrazione di ciò che è stato conquistato, ma la responsabilità di ciò che resta da fare. Cittadini, non bastano le parole. Occorrono scelte e atti. Occorre la volontà collettiva che dica, una volta per tutte, che questa strage silenziosa di morti sul lavoro deve finire. E noi, qui a Vercelli, dobbiamo essere parte di questa volontà. Perché il lavoro è dignità. Perché la sicurezza è un diritto. Perché la vita non si negozia. Viva il Primo Maggio. Viva il lavoro. Viva la Repubblica.Cittadine e cittadini, il 1° Maggio non è una ricorrenza qualsiasi. È la data che parla al cuore della Repubblica, che richiama le sue radici più profonde, che misura la distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. È la festa del lavoro ma è anche la festa della dignità, della giustizia, della partecipazione. Il lavoro non è merce. Non è una voce di bilancio da comprimere, né variabile dipendente da sacrificare sull’altare delle convenienze. Ridurre il lavoro a questo significa impoverire non soltanto l’economia, ma la democrazia. Il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana: non è una formula retorica, la scelta precisa è scolpita nella nostra Costituzione. La scelta che afferma il primato della persona sul profitto, della dignità sul calcolo, della comunità sull’individualismo. E ci impone coerenza perché nel lavoro si misura la qualità di una società. Si riflettono i diritti e le opportunità. Nel lavoro si costruisce o si distrugge la dignità delle persone. Tornano, dunque, con forza le parole dell’indimenticabile Presidente della Repubblica, Sandro Pertini: «La più alta conquista sociale è il lavoro». Non un lavoro qualsiasi, precario e umiliante. È un lavoro che renda liberi, che consenta di vivere e non soltanto di sopravvivere come purtroppo avviene con sempre più frequenza nella nostra società. È un lavoro che garantisca sicurezza, stabilità, rispetto. Un lavoro che non metta a rischio la vita. Perché qui si gioca la linea di confine invalicabile: la Repubblica degna di questo nome non può accettare che si entri in un luogo di lavoro senza la certezza di uscirne vivi. Non può tollerare che la sicurezza venga considerata costo superfluo, ostacolo da aggirare, adempimento formale. Ogni volta che il lavoro perde dignità, perde valore l’intero sistema democratico. Ogni volta che un lavoratore viene sfruttato, sottopagato, esposto al rischio, si incrina il patto su cui si regge la nostra convivenza. E allora la sfida è restituire al lavoro il suo significato pieno. Non soltanto come mezzo di produzione, ma come strumento di emancipazione. Non soltanto come attività economica, ma come espressione della persona. Questo è il compito che abbiamo davanti. E non ammette rinvii. Tuttavia dobbiamo avere il coraggio della verità. Perché senza verità non c’è rispetto e senza rispetto non c’è giustizia. Nel nostro Paese, ancora oggi, si muore lavorando. Si muore nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, lungo i binari. Si muore mentre si cerca di guadagnarsi da vivere. E questo è uno scandalo, una vergogna. Non è tollerabile. Non è degno della Repubblica. Come ammoniva Aldo Moro, «la dignità della persona deve essere sempre al centro dell’azione pubblica». E quando una persona muore sul lavoro, quella dignità viene calpestata, sfregiata, sepolta. Quando la sicurezza è sacrificata alla fretta, al profitto, alla superficialità, noi tradiamo non solo la vita, ma il principio. Enrico Berlinguer parlava della «questione morale» come del cuore stesso della democrazia. Non tema accessorio, né capitolo tra i tanti, ma il fondamento su cui si regge la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini. Era, nelle sue parole, il discrimine tra una politica che serve e una politica che si serve. Se vogliamo essere coerenti con quella lezione, dobbiamo dirlo senza esitazioni: la sicurezza sul lavoro è la questione morale. Non è soltanto materia per tecnici, non è un fascicolo da archiviare negli uffici, non è una voce di costo da contenere o da rinviare. È la linea di confine. Da una parte c’è il rispetto della persona, dall’altra la sua riduzione a ingranaggio sacrificabile. Quando un lavoratore non torna a casa, quando una famiglia viene colpita da una tragedia evitabile, non siamo di fronte a una fatalità: siamo di fronte al fallimento. Il fallimento del sistema, delle responsabilità, della coscienza civile. E questo fallimento chiama in causa tutti noi, nessuno escluso: le istituzioni, le imprese, le organizzazioni sociali. Perché il punto è questo: nel 2026 che valore attribuiamo alla vita umana? Se la vita diventa subordinata alla fretta, al profitto, alla superficialità, allora abbiamo smarrito il senso stesso della nostra civiltà giuridica e democratica e siamo saliti su un treno che, a tutta velocità, si dirige verso il burrone. Se la sicurezza è percepita come un ostacolo e non come un dovere, allora la questione non è tecnica: è etica, è politica nel senso più alto del termine. Una Repubblica che si fonda sul lavoro non può tollerare che il lavoro diventi una causa di morte. Non può accettare che vi siano zone grigie, indulgenze, compromessi. Non può limitarsi a reagire dopo, a contare le vittime, a promettere interventi che si perdono nel tempo. Occorre, dunque, una svolta. Una svolta culturale prima ancora che normativa. Occorre affermare con forza che la sicurezza non è negoziabile. Che la vita viene prima di tutto. Che ogni regola violata, ogni controllo mancato, ogni leggerezza, ha un costo che può essere irreparabile. Questa è la questione morale oggi. Non un richiamo astratto, ma responsabilità concreta. Non una bandiera da esibire, ma il criterio con cui giudicare le nostre scelte. E noi, se vogliamo essere all’altezza della nostra storia e della nostra Costituzione, non possiamo voltarci dall’altra parte. Oggi, nel celebrare il 1° Maggio, noi non possiamo dimenticare le vittime. Non possiamo limitarci al ricordo formale. Dobbiamo dare un nome e un senso a quel dolore. E tra queste ferite ancora aperte, c’è quella della tragedia di Brandizzo che ha colpito anche la nostra Vercelli. Cinque lavoratori travolti e uccisi mentre operavano sui binari. Cinque vite spezzate. Cinque famiglie distrutte. Una tragedia che ha scosso la coscienza del Paese e che ci obbliga a una riflessione severa. Perché queste non sono fatalità. Non sono incidenti inevitabili. Sono il risultato di errori, di negligenze, di responsabilità. E ogni volta che accade, ogni volta che una vita si perde così, lo Stato deve interrogarsi, deve reagire, deve cambiare. Come ricordava ancora Sandro Pertini, «non si può morire per il lavoro». Non si deve. Non si deve più. E allora il 1° Maggio deve essere anche questo: un impegno. Non una parola pronunciata per dovere. Un impegno rigoroso, che non ammette rinvii. Perché la realtà ci dice che troppo spesso si interviene dopo, quando il danno è compiuto, quando il dolore è già entrato nelle case, quando le parole rischiano di suonare vuote. Ecco, questo non è più accettabile. Servono più controlli, certo. Ma controlli veri, efficaci, continui. Non episodici, non simbolici. Servono più prevenzione e più formazione, perché la sicurezza non si improvvisa e non si delega. Occorre una cultura diversa, una cultura che metta la vita davanti a tutto. Senza eccezioni, compromessi e giustificazioni. Dobbiamo spezzare la logica perversa per cui si accetta il rischio come inevitabile, per cui si chiudono gli occhi davanti alle irregolarità. Perché ogni volta che questo accade, si prepara il terreno a nuove tragedie. Il lavoro deve unire, non dividere. Deve essere fattore di coesione, non di sfruttamento. Questo è il senso più autentico del 1° Maggio. Non la celebrazione di ciò che è stato conquistato, ma la responsabilità di ciò che resta da fare. Cittadini, non bastano le parole. Occorrono scelte e atti. Occorre la volontà collettiva che dica, una volta per tutte, che questa strage silenziosa di morti sul lavoro deve finire. E noi, qui a Vercelli, dobbiamo essere parte di questa volontà. Perché il lavoro è dignità. Perché la sicurezza è un diritto. Perché la vita non si negozia. Viva il Primo Maggio. Viva il lavoro. Viva la Repubblica.

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