VercelliOggi
Il primo quotidiano online della provincia di Vercelli
Provincia di Vercelli, Regione Piemonte, Vercelli Città
Hanno acccompagnato la mattina le note di A-T-Pic Ensemble

VERCELLI - "Non esiste una guerra giusta" - Il Primo Maggio riporta al centro la Pace "meraviglioso dono di Dio" e condizione necessaria per qualsiasi possibilità di sviluppo, equità, giustizia - La corsa agli armamenti contro i diritti di un miliardo di persone in condizione di insicurezza alimentare, contro il diritto ad una spesa sanitaria sufficiente - IN VIDEO integrali gli interventi di Luca Quagliotti, Segretario regionale Cgil e del Sindaco Roberto Scheda

“Lavoro dignitoso. Contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”.

“Lavoro dignitoso. Contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”.

Il tema conduttore della Festa dei Lavoratori in questo 2026 ha offerto, oggi 1 maggio a Vercelli, molti spunti di riflessione, resi ancora più attuali dalla quotidiana mutevolezza di uno scenario internazionale che tutti interpella con un’istanza netta, senza possibilità di equivoco: “cessate il fuoco”.

Scenario nel quale si consuma la drammatica contraddizione tra l’aumento del numero di uomini, donne, bambini, ogni giorno in condizione di insicurezza alimentare grave (un miliardo nel Mondo) e il rinnovato impulso per un aumento delle spese militari, per la produzione di armi, fatalmente destinate ad essere usate.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare di nuovo a Vercelli Luca Quagliotti, relatore ufficiale della giornata, Segretario regionale della Cgil ed a lungo al timone della Cgil Vercelli e Valsesia.

Il suo intervento (insieme a quello del Sindaco Roberto scheda, le cui parole sono anche riproposte per iscritto al termine di queste righe) è integralmente a disposizione del Lettore nel video che abbiamo messo a repertorio.

Sono parole chiare: abbandonare arcaiche convinzioni risalenti al IV Secolo dC quali “Se vuoi la pace, prepara la guerra”.

Al di là di una ampiamente e secolarmente dimostrata miopia di politiche della deterrenza, oggi l’umanità è chiama rendere possibile la speranza di una pace fondata sulla ricerca della pace stessa, “meraviglioso dono di Dio” come ci dice Papa Benedetto XV nel 1920, a due anni dalla fine del Primo conflitto mondiale, con l’insegnamento ripreso poi da Giovanni Paolo II chiosando: “dono di Dio affidato agli uomini”.

E’ facile cogliere, nell’intervento di Quagliotti, un filo conduttore che unisce i più gravi punti di caduta di una “modernità”, forse mai come oggi non più assimilabile automaticamente alla nozione di “progresso”.

Se il “nuovo” è moderno, quanto di questo nuovo è progresso?

I conflitti in corso minano le prospettive di sviluppo sereno fondato sul lavoro, sulla dignità del lavoro, sulla centralità della persona “il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto” (Laborem Exercens”.

Così si aprono spazi per nuove forme di sfruttamento spacciate per moderni e nuovi “valori d’uso”: il lavoro non tutelato, precario, l’idea stessa della prevenzione e contrasto ai rischi sui luoghi di lavoro è esiliata fino a soccombere, marginalizzata a livello di mero “fattore di costo”.

Senza sconti le parole di Quagliotti sul fenomeno rappresentato dai contratti (e dalle loro forme di controllo) che sono costretti ad accettare i riders, per tutti noi segno di contraddizione.

Ma non è che un passaggio dell’articolato intervento, che  lasciamo al Lettore ascoltare direttamente.

Insieme, come abbiamo detto, quello del Sindaco.

Sul palco di Piazza Municipio si sono alternati anche alcuni puntuali interventi di rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, che hanno rappresentato la concreta e quotidiana realtà del lavoro in provincia di Vercelli; li vediamo nella gallery

Infine, qualche nota “lieta”, come quelle offerte dall’unanimemente apprezzato accompagnamento musciale offerto da A-t-pic Ensemble.

Ampi stralci del repertorio nel video con cui vi lasciamo, insieme alla gallery.

Intervento del Sindaco di Vercelli, Roberto Scheda.

Cittadine e cittadini,

il 1° Maggio non è una ricorrenza qualsiasi. È la data che parla al cuore della Repubblica, che richiama le sue radici più profonde, che misura la distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. È la festa del lavoro ma è anche la festa della dignità, della giustizia, della partecipazione. Il lavoro non è merce. Non è una voce di bilancio da comprimere, né variabile dipendente da sacrificare sull’altare delle convenienze. Ridurre il lavoro a questo significa impoverire non soltanto l’economia, ma la democrazia. Il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana: non è una formula retorica, la scelta precisa è scolpita nella nostra Costituzione. La scelta che afferma il primato della persona sul profitto, della dignità sul calcolo, della comunità sull’individualismo. E ci impone coerenza perché nel lavoro si misura la qualità di una società. Si riflettono i diritti e le opportunità. Nel lavoro si costruisce o si distrugge la dignità delle persone. Tornano, dunque, con forza le parole dell’indimenticabile Presidente della Repubblica, Sandro Pertini: «La più alta conquista sociale è il lavoro». Non un lavoro qualsiasi, precario e umiliante. È un lavoro che renda liberi, che consenta di vivere e non soltanto di sopravvivere come purtroppo avviene con sempre più frequenza nella nostra società. È un lavoro che garantisca sicurezza, stabilità, rispetto. Un lavoro che non metta a rischio la vita. Perché qui si gioca la linea di confine invalicabile: la Repubblica degna di questo nome non può accettare che si entri in un luogo di lavoro senza la certezza di uscirne vivi. Non può tollerare che la sicurezza venga considerata costo superfluo, ostacolo da aggirare, adempimento formale. Ogni volta che il lavoro perde dignità, perde valore l’intero sistema democratico. Ogni volta che un lavoratore viene sfruttato, sottopagato, esposto al rischio, si incrina il patto su cui si regge la nostra convivenza. E allora la sfida è restituire al lavoro il suo significato pieno. Non soltanto come mezzo di produzione, ma come strumento di emancipazione. Non soltanto come attività economica, ma come espressione della persona. Questo è il compito che abbiamo davanti. E non ammette rinvii. Tuttavia dobbiamo avere il coraggio della verità. Perché senza verità non c’è rispetto e senza rispetto non c’è giustizia. Nel nostro Paese, ancora oggi, si muore lavorando. Si muore nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, lungo i binari. Si muore mentre si cerca di guadagnarsi da vivere. E questo è uno scandalo, una vergogna. Non è tollerabile. Non è degno della Repubblica. Come ammoniva Aldo Moro, «la dignità della persona deve essere sempre al centro dell’azione pubblica». E quando una persona muore sul lavoro, quella dignità viene calpestata, sfregiata, sepolta. Quando la sicurezza è sacrificata alla fretta, al profitto, alla superficialità, noi tradiamo non solo la vita, ma il principio. Enrico Berlinguer parlava della «questione morale» come del cuore stesso della democrazia. Non tema accessorio, né capitolo tra i tanti, ma il fondamento su cui si regge la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini. Era, nelle sue parole, il discrimine tra una politica che serve e una politica che si serve. Se vogliamo essere coerenti con quella lezione, dobbiamo dirlo senza esitazioni: la sicurezza sul lavoro è la questione morale. Non è soltanto materia per tecnici, non è un fascicolo da archiviare negli uffici, non è una voce di costo da contenere o da rinviare. È la linea di confine. Da una parte c’è il rispetto della persona, dall’altra la sua riduzione a ingranaggio sacrificabile. Quando un lavoratore non torna a casa, quando una famiglia viene colpita da una tragedia evitabile, non siamo di fronte a una fatalità: siamo di fronte al fallimento. Il fallimento del sistema, delle responsabilità, della coscienza civile. E questo fallimento chiama in causa tutti noi, nessuno escluso: le istituzioni, le imprese, le organizzazioni sociali. Perché il punto è questo: nel 2026 che valore attribuiamo alla vita umana? Se la vita diventa subordinata alla fretta, al profitto, alla superficialità, allora abbiamo smarrito il senso stesso della nostra civiltà giuridica e democratica e siamo saliti su un treno che, a tutta velocità, si dirige verso il burrone. Se la sicurezza è percepita come un ostacolo e non come un dovere, allora la questione non è tecnica: è etica, è politica nel senso più alto del termine. Una Repubblica che si fonda sul lavoro non può tollerare che il lavoro diventi una causa di morte. Non può accettare che vi siano zone grigie, indulgenze, compromessi. Non può limitarsi a reagire dopo, a contare le vittime, a promettere interventi che si perdono nel tempo. Occorre, dunque, una svolta. Una svolta culturale prima ancora che normativa. Occorre affermare con forza che la sicurezza non è negoziabile. Che la vita viene prima di tutto. Che ogni regola violata, ogni controllo mancato, ogni leggerezza, ha un costo che può essere irreparabile. Questa è la questione morale oggi. Non un richiamo astratto, ma responsabilità concreta. Non una bandiera da esibire, ma il criterio con cui giudicare le nostre scelte. E noi, se vogliamo essere all’altezza della nostra storia e della nostra Costituzione, non possiamo voltarci dall’altra parte. Oggi, nel celebrare il 1° Maggio, noi non possiamo dimenticare le vittime. Non possiamo limitarci al ricordo formale. Dobbiamo dare un nome e un senso a quel dolore. E tra queste ferite ancora aperte, c’è quella della tragedia di Brandizzo che ha colpito anche la nostra Vercelli. Cinque lavoratori travolti e uccisi mentre operavano sui binari. Cinque vite spezzate. Cinque famiglie distrutte. Una tragedia che ha scosso la coscienza del Paese e che ci obbliga a una riflessione severa. Perché queste non sono fatalità. Non sono incidenti inevitabili. Sono il risultato di errori, di negligenze, di responsabilità. E ogni volta che accade, ogni volta che una vita si perde così, lo Stato deve interrogarsi, deve reagire, deve cambiare. Come ricordava ancora Sandro Pertini, «non si può morire per il lavoro». Non si deve. Non si deve più. E allora il 1° Maggio deve essere anche questo: un impegno. Non una parola pronunciata per dovere. Un impegno rigoroso, che non ammette rinvii. Perché la realtà ci dice che troppo spesso si interviene dopo, quando il danno è compiuto, quando il dolore è già entrato nelle case, quando le parole rischiano di suonare vuote. Ecco, questo non è più accettabile. Servono più controlli, certo. Ma controlli veri, efficaci, continui. Non episodici, non simbolici. Servono più prevenzione e più formazione, perché la sicurezza non si improvvisa e non si delega. Occorre una cultura diversa, una cultura che metta la vita davanti a tutto. Senza eccezioni, compromessi e giustificazioni. Dobbiamo spezzare la logica perversa per cui si accetta il rischio come inevitabile, per cui si chiudono gli occhi davanti alle irregolarità. Perché ogni volta che questo accade, si prepara il terreno a nuove tragedie. Il lavoro deve unire, non dividere. Deve essere fattore di coesione, non di sfruttamento. Questo è il senso più autentico del 1° Maggio. Non la celebrazione di ciò che è stato conquistato, ma la responsabilità di ciò che resta da fare. Cittadini, non bastano le parole. Occorrono scelte e atti. Occorre la volontà collettiva che dica, una volta per tutte, che questa strage silenziosa di morti sul lavoro deve finire. E noi, qui a Vercelli, dobbiamo essere parte di questa volontà. Perché il lavoro è dignità. Perché la sicurezza è un diritto. Perché la vita non si negozia. Viva il Primo Maggio. Viva il lavoro. Viva la Repubblica.Cittadine e cittadini, il 1° Maggio non è una ricorrenza qualsiasi. È la data che parla al cuore della Repubblica, che richiama le sue radici più profonde, che misura la distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. È la festa del lavoro ma è anche la festa della dignità, della giustizia, della partecipazione. Il lavoro non è merce. Non è una voce di bilancio da comprimere, né variabile dipendente da sacrificare sull’altare delle convenienze. Ridurre il lavoro a questo significa impoverire non soltanto l’economia, ma la democrazia. Il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana: non è una formula retorica, la scelta precisa è scolpita nella nostra Costituzione. La scelta che afferma il primato della persona sul profitto, della dignità sul calcolo, della comunità sull’individualismo. E ci impone coerenza perché nel lavoro si misura la qualità di una società. Si riflettono i diritti e le opportunità. Nel lavoro si costruisce o si distrugge la dignità delle persone. Tornano, dunque, con forza le parole dell’indimenticabile Presidente della Repubblica, Sandro Pertini: «La più alta conquista sociale è il lavoro». Non un lavoro qualsiasi, precario e umiliante. È un lavoro che renda liberi, che consenta di vivere e non soltanto di sopravvivere come purtroppo avviene con sempre più frequenza nella nostra società. È un lavoro che garantisca sicurezza, stabilità, rispetto. Un lavoro che non metta a rischio la vita. Perché qui si gioca la linea di confine invalicabile: la Repubblica degna di questo nome non può accettare che si entri in un luogo di lavoro senza la certezza di uscirne vivi. Non può tollerare che la sicurezza venga considerata costo superfluo, ostacolo da aggirare, adempimento formale. Ogni volta che il lavoro perde dignità, perde valore l’intero sistema democratico. Ogni volta che un lavoratore viene sfruttato, sottopagato, esposto al rischio, si incrina il patto su cui si regge la nostra convivenza. E allora la sfida è restituire al lavoro il suo significato pieno. Non soltanto come mezzo di produzione, ma come strumento di emancipazione. Non soltanto come attività economica, ma come espressione della persona. Questo è il compito che abbiamo davanti. E non ammette rinvii. Tuttavia dobbiamo avere il coraggio della verità. Perché senza verità non c’è rispetto e senza rispetto non c’è giustizia. Nel nostro Paese, ancora oggi, si muore lavorando. Si muore nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, lungo i binari. Si muore mentre si cerca di guadagnarsi da vivere. E questo è uno scandalo, una vergogna. Non è tollerabile. Non è degno della Repubblica. Come ammoniva Aldo Moro, «la dignità della persona deve essere sempre al centro dell’azione pubblica». E quando una persona muore sul lavoro, quella dignità viene calpestata, sfregiata, sepolta. Quando la sicurezza è sacrificata alla fretta, al profitto, alla superficialità, noi tradiamo non solo la vita, ma il principio. Enrico Berlinguer parlava della «questione morale» come del cuore stesso della democrazia. Non tema accessorio, né capitolo tra i tanti, ma il fondamento su cui si regge la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini. Era, nelle sue parole, il discrimine tra una politica che serve e una politica che si serve. Se vogliamo essere coerenti con quella lezione, dobbiamo dirlo senza esitazioni: la sicurezza sul lavoro è la questione morale. Non è soltanto materia per tecnici, non è un fascicolo da archiviare negli uffici, non è una voce di costo da contenere o da rinviare. È la linea di confine. Da una parte c’è il rispetto della persona, dall’altra la sua riduzione a ingranaggio sacrificabile. Quando un lavoratore non torna a casa, quando una famiglia viene colpita da una tragedia evitabile, non siamo di fronte a una fatalità: siamo di fronte al fallimento. Il fallimento del sistema, delle responsabilità, della coscienza civile. E questo fallimento chiama in causa tutti noi, nessuno escluso: le istituzioni, le imprese, le organizzazioni sociali. Perché il punto è questo: nel 2026 che valore attribuiamo alla vita umana? Se la vita diventa subordinata alla fretta, al profitto, alla superficialità, allora abbiamo smarrito il senso stesso della nostra civiltà giuridica e democratica e siamo saliti su un treno che, a tutta velocità, si dirige verso il burrone. Se la sicurezza è percepita come un ostacolo e non come un dovere, allora la questione non è tecnica: è etica, è politica nel senso più alto del termine. Una Repubblica che si fonda sul lavoro non può tollerare che il lavoro diventi una causa di morte. Non può accettare che vi siano zone grigie, indulgenze, compromessi. Non può limitarsi a reagire dopo, a contare le vittime, a promettere interventi che si perdono nel tempo. Occorre, dunque, una svolta. Una svolta culturale prima ancora che normativa. Occorre affermare con forza che la sicurezza non è negoziabile. Che la vita viene prima di tutto. Che ogni regola violata, ogni controllo mancato, ogni leggerezza, ha un costo che può essere irreparabile. Questa è la questione morale oggi. Non un richiamo astratto, ma responsabilità concreta. Non una bandiera da esibire, ma il criterio con cui giudicare le nostre scelte. E noi, se vogliamo essere all’altezza della nostra storia e della nostra Costituzione, non possiamo voltarci dall’altra parte. Oggi, nel celebrare il 1° Maggio, noi non possiamo dimenticare le vittime. Non possiamo limitarci al ricordo formale. Dobbiamo dare un nome e un senso a quel dolore. E tra queste ferite ancora aperte, c’è quella della tragedia di Brandizzo che ha colpito anche la nostra Vercelli. Cinque lavoratori travolti e uccisi mentre operavano sui binari. Cinque vite spezzate. Cinque famiglie distrutte. Una tragedia che ha scosso la coscienza del Paese e che ci obbliga a una riflessione severa. Perché queste non sono fatalità. Non sono incidenti inevitabili. Sono il risultato di errori, di negligenze, di responsabilità. E ogni volta che accade, ogni volta che una vita si perde così, lo Stato deve interrogarsi, deve reagire, deve cambiare. Come ricordava ancora Sandro Pertini, «non si può morire per il lavoro». Non si deve. Non si deve più. E allora il 1° Maggio deve essere anche questo: un impegno. Non una parola pronunciata per dovere. Un impegno rigoroso, che non ammette rinvii. Perché la realtà ci dice che troppo spesso si interviene dopo, quando il danno è compiuto, quando il dolore è già entrato nelle case, quando le parole rischiano di suonare vuote. Ecco, questo non è più accettabile. Servono più controlli, certo. Ma controlli veri, efficaci, continui. Non episodici, non simbolici. Servono più prevenzione e più formazione, perché la sicurezza non si improvvisa e non si delega. Occorre una cultura diversa, una cultura che metta la vita davanti a tutto. Senza eccezioni, compromessi e giustificazioni. Dobbiamo spezzare la logica perversa per cui si accetta il rischio come inevitabile, per cui si chiudono gli occhi davanti alle irregolarità. Perché ogni volta che questo accade, si prepara il terreno a nuove tragedie. Il lavoro deve unire, non dividere. Deve essere fattore di coesione, non di sfruttamento. Questo è il senso più autentico del 1° Maggio. Non la celebrazione di ciò che è stato conquistato, ma la responsabilità di ciò che resta da fare. Cittadini, non bastano le parole. Occorrono scelte e atti. Occorre la volontà collettiva che dica, una volta per tutte, che questa strage silenziosa di morti sul lavoro deve finire. E noi, qui a Vercelli, dobbiamo essere parte di questa volontà. Perché il lavoro è dignità. Perché la sicurezza è un diritto. Perché la vita non si negozia. Viva il Primo Maggio. Viva il lavoro. Viva la Repubblica.

 

Posted in Economia