Mese: Agosto 2026
Cari Lettori,
auguriamo a tutti buona Festa dell’Assunta e buon Ferragosto.
Ci prendiamo due giorni di riposo: riprenderemo ad aggiornare VercelliOggi.it dalla tarda serata di domani, 16 agosto e poi regolarmente da lunedì 17.
Vi ringraziamo per l’amicizia e l’assiduità con cui ci seguite: cerchiamo di esserne all’altezza impegnandoci sempre per migliorare ancora la qualità del nostro lavoro.
Auguriamo a tutti di trascorrere questi giorni in serenità, in compagnia delle persone che amate.
Ma non dimentichiamo chi è nella prova, soffre, è solo: una tra le prove più difficili.
Come sempre, non dimentichiamo di dire il nostro grazie a tutti coloro che lavorano per noi anche in questo giorno: dal Personale assistenziale e sanitario di Ospedali e Case di Riposo, alle Forze dell’Ordine ed ai Vigili del Fuoco; non dimentichiamo anche chi lavora nelle strutture ricettive, in quelle sportive, sulle spiagge, nelle piscine: è Ferragosto anche per loro, ma hanno scelto di dedicarlo al nostro riposo.
Per urgenze di cronaca è disponibile il numero unico
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Ancora un caro saluto a tutti.
Ap 11,19;12,1-6.10
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo».
Sal 44
RIT: Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.
RIT: Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.
RIT: Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.
RIT: Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Dietro a lei le vergini, sue compagne,
condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.
1Cor 15, 20-26
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.
Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.
È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.
Lc 1, 39-56
Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
***
UN PENSIERO SULLA PAROLA, A CURA DELLA PROF. SSA ELISABETTA ACIDE
Pur nella sua difficoltà, il libro dell’Apocalisse di san Giovanni, ci appare un testo “che consola” (prima lettura).
Il brano che ogni anno leggiamo nella solennità dell’Assunzione di Maria è una ricchezza di immagini, simboli e “segni” descritti con immagini vivide ed efficaci.
Viene nominata l’arca dell’Alleanza, segno della “presenza” di Dio tra il suo popolo, che avrebbe dovuto contenere un po’ di manna, il bastone di Aronne, e alcuni frammenti delle tavole della legge (cfr.Dt 10,1-2; Es 16,33-34; Nm 17,16-26).
L’arca “perduta”, ma “ritrovata” qui, in cielo e accompagna quel “segno grandioso”: una donna che sta per partorire.
Il “segno” non è il feroce drago, ma la donna che geme per le doglie del parto.
Una creatura sofferente ma piena di speranza: sarà portatrice di Vita.
Sappiamo proprio per la difficoltà del brano, come le interpretazioni di questa “donna” nel corso dei secoli, sono state molto diverse: dalla Chiesa, minacciata dal demonio (chiave ecclesiologica) a Maria (chiave mariana).
Non va dimenticato che l’autore del quarto Vangelo ed autore dell’Apocalisse, usa proprio nel suo Vangelo, quattro volte la parola “donna” e due di queste sono riferite proprio a Maria, madre di Gesù (cfr. nozze di Cana e crocefissione).
Il genere letterario utilizzato da san Giovanni, si riferisce alla letteratura del genere apocalittico, dunque, siamo in presenza di una “rivelazione” in particolare di elementi decisivi per la “storia” dell’uomo.
Mi piace pensare a questa “donna vestita di sole” come a Maria “donna rivestita di Dio”, splendente perché “illuminata”, “adombrata” (per usare il linguaggio dell’evangelista San Luca) dallo Spirito Santo, da Dio che “illumina” ogni esistenza.
Una donna che ha “la luna sotto i piedi”: la luna lo ricordiamo, è l’immagine della vita mortale, il “luminare minore” che regola il tempo (il calendario ebraico è lunare), creata da Dio; dunque una “donna” che non “ha per grazia di Dio” pur nella sua vita “mortale” conosciuto il peccato, l’Immacolata, preservata per essere grembo di Dio.
I piedi sono “sopra” la luna, oltre il tempo, in quello spiraglio di eternità che si apre proprio per tramite di quella donna: non vi sarà più il “tempo” scandito e la notte illuminata dalla luna, perché quella donna, che ha accolto nel suo grembo il Figlio di Dio, ha accolto nel mondo per suo tramite la salvezza, ha “superato” la sfida del tempo, per donare, con il suo “Eccomi” la strada che conduce a Colui che è generatore di Vita per l’eternità, dove anche la luna lascerà spazio alla Luce eterna.
***
Una donna con una “corona di dodici stelle” sul capo.
Ancora un “messaggio” dell’evangelista Giovanni, che usa i numeri in modo sapiente: dodici sono il numero delle tribù di Israele e degli apostoli.
Pienezza e totalità, dunque e non possiamo non ricordare che al capitolo 7 dello stesso libro comparirà quel 144mila (12×12 e 1000 che indica universalità) i “salvati” nella “totalità”, perché
“Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2, 4).
Donna recante la salvezza, ”condottiera” verso Cristo, lei che è stata “scelta” madre del Redentore.
E Maria è “modello” di donna che conduce… conduce se stessa e “mostra” Dio, come in quell’incontro, senza esitare che la spinge al cammino… “si alzò ed andò in fretta”… (Vangelo) e quando arriva ha una “notizia” che è già annuncio: “Dio ha fatto cose grandi”.
Dio ha fatto cose grandi in Maria e le ha fatte per il mondo.
Un canto d’amore per Colui che è l’Amore.
Un Amore condiviso e non trattenuto.
Un amore che “misura le parole” e le fa diventare lode e canto.
Un amore che “lascia spazio” perché l’Amore diventi carne.
Un Amore che diventa carne perché la storia ha bisogno di conoscere l’Amore.
Un amore che diventa “modello” già nella madre.
“Va in fretta” su quei monti della Giudea, non è attesa, ma è accolta: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”.
Elisabetta “colmata” di Spirito Santo non “trattiene” la sua gioia.
Elisabetta “vede” la nuova “arca”: il Signore è in Maria, il Signore è entrato nella sua casa, il Signore è entrato nella vita del mondo.
Maria è incinta… non era “pronta” a quella “novità”, eppure non ha esitazioni… parte, subito.
Ha saputo di Elisabetta sua cugina, la sa anziana, la sa “provata” da anni di attesa di un figlio e immagina la sua “felicità”, ma anche la sua apprensione… donna anziana, donna che non aveva speranza… Maria non si “risparmia”, non sta a “pensare” a lei… parte… parte in fretta.
***
Ed ancora, san Luca, attento utilizzatore dei particolari, ci fornisce una “nota” importante dice: “andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda”.
Non dobbiamo trascurare questo particolare che non è solo una nota geografica, ma una indicazione della sollecitudine amorevole di Maria, modello di ogni cristiano.
Maria che conosceva le vie di transito della sua regione, sapeva perfettamente che per raggiungere la casa della cugina, aveva due “strade”: una più agevole e decisamente più sicura anche per una donna seppur giovane ma incinta, quella della valle del Giordano, o l’alternativa, nella zona montagnosa della Samaria.
Maria quale donna “ricolma” di Spirito Santo, parte e affronta la salita dei monti di Samaria, il suo “slancio missionario” non si arresta per la fatica… ha fretta… vuole arrivare ed affronta quell’ascesa faticosa sui monti…sarà da Elisabetta “in fretta”, porterà il suo amore con amore, porterà l’Amore che diventa “servizio” sollecito.
Maria giunge e canta.
Un canto che ripercorre tutta la vicenda di Israele, dal libro dell’Esodo alle attese future: “Grandi cose”,
Maria conosce i testi sacri antichi, e sa che le “grandi cose” è termine con il quale si indicava la liberazione dalla schiavitù dall’ Egitto.
Sarebbe importante considerare anche la frase successiva nella sua versione originale: noi leggiamo l’onnipotente, ma dovrebbe essere tradotto: “ha fatto per me il potente”, non l’onnipotente (che non dimentichiamo, nei Vangeli non compare ma come termine, viene riportato solo qui), perchè Dio nell’ebraismo, è conosciuto come “il potente”.
Potente ed unico, perché non vi è altro Dio di fronte a Lui, ma questo Dio che “ha rovesciato i potenti dai troni”, subito manifesta il suo vero volto:
“Ha ricolmato di beni gli affamati… ha rimandato i ricchi a mani vuote…la sua misericordia si estende…”
Un canto che nasce dall’abbraccio di due madri, dell’amore donato e riversato, della tenerezza materna, dalla voce della terra che si innalza al cielo.
Un canto che nasce come “risposta”, come dialogo che scaturisce dall’ascolto… “Benedetta”… “L’anima mia magnifica”… sono benedetta perché sono stata “riempita”, “amata”, “adombrata”, della grazia di Dio.
Il Magnificat è il canto dell’ incontro.
Incontro di cielo e terra, di donna e bambino, di due donne, di due bambini, di una giovane donna in una casa di un anziano sacerdote, muto perché non ha ancora “creduto”.
Incontro e prossimità, incontro e fiducia in quel Dio che “ha fatto grandi cose” e che le farà ancora, che mantiene le promesse fatte ai padri e lo farà di generazione in generazione.
Incontro di evangelizzazione e di fede.
Elisabetta, donna di fede la saluta:
“Beata colei che ha creduto che vi sarebbe stato un compimento alle parole dette a lei dal Signore” (Lc 1,45).
Maria è la “credente”, non crede nei “valori” ma nella “Parola”. Parola che diventerà storia, realtà, nella sua storia personale e nella storia del mondo.
La fede di Maria è viva, l’azione di Dio è “Parola creatrice”, è il “sia” rinnovato per l’umanità.
E quella fede si esprime nella preghiera… Magnifica l’anima mia il Signore… la mia preghiera è il respiro della mia fede, è il mo abbandono fiducioso, è il mio canto di lode che diventa parola e condivisione, che diventa preghiera comunitaria in quella casa con Elisabetta e i due bambini nel grembo.
Nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria al cielo, usiamo le parole di Mons. Gian Franco Ravasi per comprenderne il significato profondo alla luce dell’ascensione di Gesù al cielo: se
“Gesù di Nazaret con la risurrezione passa dall’orizzonte spaziale e storico terreno alla pienezza della sua divinità, con tutto il suo essere anche corporeo che viene trasfigurato e glorificato.
La “verticalità” dell’ascensione rappresenta, perciò, il mistero che si celava in Cristo quando era nell’“orizzontalità” del nostro spazio e del nostro tempo.
Si ricorre, così, alla descrizione biblica della fine dei giusti, come l’arcaico patriarca Enok e il profeta Elia che furono rapiti in cielo (Genesi 5,22; 2Re 2): il Risorto ritorna nella città celeste da cui era venuto, cioè dal mistero della divinità, e con sé attira l’umanità redenta, strappandola alla caducità del tempo e del limite, del male e del peccato (questo è anche il senso dell’assunzione di Maria al cielo)”.
Il cielo non è l’ “alto” è il “profondo”.
Se i termini ascensione ed assunzione, possono apparire “assonanti”, il significato è diverso: l’“ascensione” è azione esclusiva di Gesù Cristo, è la sua “salita”.
Egli è asceso al cielo, salito da Sé, per il Suo potere come Dio; l’“assunzione” indica che Maria “è stata assunta”, “è stata portata” da Dio in Cielo.
Il dogma dell’Assunzione di Maria afferma che Maria, Madre di Dio, è stata glorificata in corpo e anima e portata in Cielo al termine della sua vita terrena.
E’ uno dei dogmi mariani, promulgato il 1° novembre 1950 mediante la costituzione apostolica Munificentissimus Deus di Papa Pio XII. Una verità di fede che afferma come “l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.
Maria diventa la prima immagine di “terra che diventa cielo”, speranza di tutti i cristiani, alla luce della Risurrezione di Cristo”.
“Maria assunta in cielo ci parla del nostro futuro, ci dice come saremo acconto al suo Figlio nella gioia di Dio. E’ un mistero grande quello che celebriamo con l’assunzione, mistero di speranza e di gioia per tutti” . (Benedetto XVI, Angelus 15 agosto 2011)
Giorno della memoria, oggi 14 agosto a Quarona, per non dimenticare i cinque giovani trucidati dai fascisti 82 anni fa.
Nel luogo che, allora come oggi, portava il nome evocativo di “Ponte della Pietà”, in onore della Madonna della Pietà che lì si venerava in una cappellina a Lei dedicata.
Poi, nel XIX Secolo, la decisione di abbattere quella piccola pieve per fare posto al tracciato della Ferrovia e – quasi fosse stato un presagio infausto – la rimozione dalla vita della gente di quel luogo consacrato alla “pietà” parve più tardi in qualche modo consegnarne il destino alla spietatezza che rese capaci i nazifascisti non soltanto di trucidare cinque giovani innocenti mediante una impiccagione particolarmente efferata; si cercò di dilatare l’aura del male ricercandone una simbologia capace di rappresentare una paradossale “pedagogia” dell’orrore.
Le salme delle cinque vittime di età compresa tra i 18 ed i 33 anni ( Gino Boccardo, Aldo Bordiga, Gino Francese, Vincenzo Lazzi, Augusto Pescio ) furono esposte per tutto il giorno seguente, per essere traslate e composte altrove soltanto nel pomeriggio del successivo 15 agosto.
Ma “la banalità del male” mostra sempre ed inesorabilmente il proprio limite e così, da 82 anni, è la pietà popolare, è l’intelligenza del bene e della ragione, che è tornata a dire l’ultima parola, rendendo il “Ponte della pietà” il luogo del ricordo, della testimonianza civile ed antifascista, dell’impegno a continuare nella difesa della democrazia, anche con iniziative come quella di oggi.
Quando – questa mattina, 14 agosto, alle 10 – le autorità civili (il sindaco Francesco Pietrasanta, l’assessore Mariarosa Gallotta, il Consigliere Alessio Perotti), il parroco Don Michele Valsesia, la presidente dell’Anpi di Quarona, Maddalena Marchina, sono qui convenute per l’omaggio ai cinque caduti.
L’orazione ufficiale è stata affidata alla professoressa Elisabetta Dellavalle di Vercelli e la scelta si è rivelata davvero felice e – ci sia permesso – non c’erano dubbi.
Per gentile concessione dell’Autrice, possiamo pubblicare di seguito la sua prolusione integrale, che resterà una lezione semplice e profonda, altresì ricca di riferimenti storici, capace di dare futuro e solide basi documentali ai sentimenti di tutti che avranno durata, come il suono di una parola sincera.
Ma ora ecco il testo dell’intervento:
***
Prendiamo il titolo di questa orazione, Pietà l’è morta, da due suggestioni: una musicale, che penso sarebbe stata gradita a Sandro Orsi, alla memoria del quale dedico questo intervento, ed una devozionale ed artistica.

“Pietà l’è morta” è il titolo di uno dei canti più celebri della Resistenza italiana, composto proprio nel ’44 dallo scrittore cuneese Nuto Revelli, ufficiale degli alpini della Tridentina nella disastrosa campagna di Russia prima, e poi comandante partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Cantata dalle brigate di “Giustizia e Libertà”, quindi certamente anche in queste nostre vallate, nella sua prima strofa recita così:” Lassù sulle montagne bandiera nera: è morto un partigiano nel far la guerra. E’ morto un partigiano nel far la guerra, un altro italiano va sotto terra” per poi finire con “Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia! Gridiamo a tutta forza: Pietà l’è morta!”.
E’ la nostra colonna sonora spirituale in questo luogo che, ben prima di assistere a tanta sofferenza – viene scelto come luogo dell’impiccagione dei 5 giovani partigiani perché qui il 6 aprile del 1944 un agguato partigiano aveva ucciso 20 militi della Rsi e come rappresaglia in seguito all’uccisione di due militi fascisti poco prima – è stato, invece, luogo di pace e preghiera.
C’era, qui, la Cappella della Pietà che, finemente affrescata fin dal Quattrocento, è stata meta per secoli di meditazione e devozione popolare.
Insensibili a tutto, ciò, nonostante la battaglia culturale di intellettuali e storici dell’arte del tempo, nel 1844 viene abbattuta in nome della modernità. E viene abbattuta per la linea ferroviaria Novara Varallo, quella che oggi neppure usano più come si deve: fortunatamente i frammenti degli affreschi e il gruppo statuario ligneo del Compianto sul Cristo (1495-1500) vengono salvati e trasferiti presso la vicina Chiesa di San Giovanni al Monte, quella tanto cara alla Beata Panacea.
Quindi, se i nomi dati ai luoghi potessero influenzarne il carattere, allora il nome di questo Ponte – “della Pietà” – avrebbe potuto cambiare le sorti dei martiri che oggi noi ricordiamo, incutendo pietà, la ‘pietas’ tanto cara ai latini – l’obbligo morale, il dovere e il rispetto profondo che ogni cittadino deve manifestare verso gli dèi, la famiglia e le leggi della patria – nei cuori dei carnefici.
Così non è stato e, anzi, per ben due volte il capitano Giacomo Pasqualini, comandante della 1° compagnia del 1° battaglione d’assalto della Guardia nazionale repubblicana “Pontida” ordina che le corde vengano fissate alle rotaie perché, durante l’esecuzione quelle che reggevano due dei condannati si sono spezzate e lui ha fatto immediatamente ripetere la loro impiccagione.
Sono le 17 del 14 agosto del 1944, un lunedì, e atrocità nell’atrocità, il sottotenente Franco Maria Bartoli, che comanda il presidio di Quarona, dispone che i cadaveri non vengano rimossi dal ponte prima delle h. 17 del 15 agosto: 24 ore di esposizione alla gente a ‘monito e memoria’ di ciò che può accadere a chi si oppone, combatte, resiste, ‘nel più totale disprezzo di ogni legge morale e civile’, recita giustamente il pannello che anpi ha dedicato loro nel 2015.
Ma, allora come oggi, la violenza non è mai isolata o insensata.
Ha una sua radice profonda e precisa, che non muore e non si sradica mai del tutto, come ben stiamo vedendo, terribilmente, ogni giorno.
Le radici di questo eccidio affondano in quell’estate del ’44 quando, dopo le esperienze delle zone libere della Valsesia del mese di giugno, i reparti nazisti e fascisti ritornano in gran forza in Valsesia e nel Biellese orientale, dove effettuano molti rastrellamenti e procedono alle esecuzioni con particolare accanimento.
Molti partigiani si disperdono negli alpeggi tra Valsesia e Valsessera, già rifugio di ex prigionieri alleati e base partigiana fin dai primi mesi di vita delle bande.
Facilmente immaginiamo questi boschi freschi e profumati, gli alberi a danzare se c’è una brezza leggera, luogo ideale per pascoli e passeggiate.
Ora, forse, ma non nell’agosto del 1944.
Dev’essere certamente arrivato fino a qui l’odore e il boato delle bombe che il 20 giugno 1944 si abbattono su Gattinara causando nove vittime civili, tra le quali Lorenza Camagna che ha 4 anni.

Immagine questa, delle bombe che uccidono civili inermi e tanti bambini, tristemente attuale.
Ma il filo nero che unisce questi terribili fatti di sangue dell’estate del ’44 è tessuto dalle mani delle SS tedesche e fasciste italiane che firmano anche la strage di Balmuccia il 10 luglio, l’eccidio di Alagna del 14 luglio – 15 giovani e giovanissimi partigiani e carabinieri – le fucilazioni di prigionieri al cimitero di Borgosesia del 18 luglio, l’eccidio dei 7 giovani partigiani all’Alpe Noveis del 20 luglio, la strage di civili nelle frazioni alte, le fucilazioni al cimitero di Varallo dell’8 agosto. E poi qui, i 5 morti del Ponte della Pietà.
E allora parliamo di loro, delle vittime, che sono tutti ragazzi.
Tutti e 5 sono detenuti nelle carceri di Varallo, catturati durante i rastrellamenti del mese di luglio in alta Valsesia, e prelevati di forza quella mattina.
Il più anziano ha 32 anni, i due più giovani ne hanno appena compiuti solo 18 a luglio, chissà, forse in carcere.
Sono nati nel 1926 e hanno anche lo stesso nome di battesimo, Gino. Incredibile.
Sono Gino Boccardo, nato a Adria in provincia di Rovigo, il 20 luglio del 1926 e residente a Vercelli, partigiano della 81 brigata Garibaldi “Volante Loss” e Gino Francese, nato a Vercelli il 29 di luglio ed è nell’84^ brigata “Strisciante Musati”.
E’ molto giovane, ha solo 23 anni, anche Vincenzo Lazzi, partigiano della 6^ brigata Garibaldi “Nello” che si trova a morire tra i monti della Valsesia e lontano dall’azzurro del suo mare di Bari dov’è nato il 7 gennaio del 1921 e dove vive.
Ha appena compiuto 30 anni il partigiano Aldo Bordiga, che risiede a Borgosesia ma è nato a Camasco il 1 agosto del 1914 e ne ha 32 il più ‘anziano’, Augusto Pescio, nato il 18 gennaio del 1912 a Villadossola (Vco), ma residente a Borgosesia.
E c’è, un tutto questo orrore, un’altra giovane vittima, non nel fisico ma nell’anima, il giovane frate francescano, non ancora 18enne, Marco Malagola che si trova sul luogo dell’eccidio quasi per caso, consola e prega con loro e per loro, inveisce contro i soldati, ne diventa ‘unico e eccezionale testimone’.
“Nel cuore e negli occhi ho ancora lo scenario di quel pomeriggio. Fu il trauma psicologico più scioccante della mia vita”.
Missionario e diplomatico della Santa sede scomparso nel 2020, così ne scrive su Mosaico di Pace, il giornale on line di Pax Christi, nel 2006: “La guerra è contro la ragione”, affermava Giovanni XXIII.
“Quando capiremo la lezione dei morti, allora finirà l’odio e ogni divisione”.
È un’affermazione di Primo Mazzolari che mi sembra, anche oggi, quanto mai valida. Le vittime di tutti gli olocausti insegnano agli uomini di oggi a non ripeterli più. I morti sono tutti uguali, a qualunque denominazione politica o razziale appartengano. È nella morte che ci ritroviamo fratelli”.
Fratelli, ma davvero? Quanto sono oggi lontane le parole che Ungaretti scrive nel luglio del 1916 dal fronte della Grande Guerra –
Fratelli
Di che reggimento siete, fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità.
Fratelli” – auspicando una fratellanza universale al di là dei conflitti.
Oggi, a 110 anni di distanza e dopo molti e sanguinosi conflitti e olocausti senza fine e quotidiani, sembrano rimbalzare in un nulla sempre più assordante.
Sono purtroppo più cogenti e attuali le parole che scrive Hanna Arendt, spostando l’attenzione dai martiri ai carnefici: “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”
Non demoni, non mostri ma uomini, spesso giovani come le loro vittime.
Giovani come questi repubblichini della Guardia Nazionale Battaglione Pontida che, aiutati dal Battaglione Montebello, tra il 28 maggio e il 4 giugno dello stesso anno avevano già trucidato 21 civili in piazza Quintino Sella a Biella, ora giustamente diventata Piazza Martiri della libertà.
Non ‘mostri’, quindi, se ricordiamo che ‘monstrum’ significa per i latini ‘prodigio, portento, miracolo’, una figura non umana sempre in qualche modo legata al divino, al soprannaturale – come Polifemo, i vampiri o il lupo mannaro.
Sono soldati, esseri umani in carne e ossa, hanno nomi e cognomi e sono identici in tutto e per tutto agli esseri umani che scelgono di torturare, uccidere, far sparire.
O lasciare i loro corpi senza vita appesi giorni e giorni al sole e alle intemperie, ultimo strazio.
C’è da chiedersi perchè, allora come oggi, ciò accada.
Sempre la Arendt ci viene in aiuto: “E’ nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.”
Da Caino e Abele, quindi, non se ne esce.
Ed eccoci qui, allora, di fronte al fatto compiuto, alla realtà di una natura umana che ha solo un modo per cambiare in meglio: ricordare sempre e con sempre maggior forza, man mano che il Presente si allontana dal Passato, man mano che, uno dopo l’altro, i testimoni oculari ci lasciano soli, loro malgrado e nostro dolore.
Stiamo attenti, molto attenti, perché più passa il tempo che ci separa da questi e dagli altri terribili fatti causati dalla Dittatura fascista, più si possono avverare le parole di Michela Murgia nel suo ‘Istruzioni per diventare fascisti’ del 2018 e che amo citare spesso perché ogni anno che passa mi sembra sempre più profetico:
“Una democrazia giovane, specialmente se nata da una guerra o da una rivoluzione civile, sarà molto reattiva al fascismo, ma una democrazia – poniamo caso – con addosso una settantina d’anni, avrà perso gran parte della memoria iniziale di sé e avrà seppellito i testimoni oculari che con i loro racconti reggevano la sua retorica “.
E ancora, sempre più chiara ed efficace:
“Il fascismo è come un herpes – gli organismi primari sono sempre quelli da cui si impara di più – che può resistere interi decenni nel midollo della democrazia facendo credere di essere scomparso, salvo saltare fuori più virale che mai al primo prevedibile indebolimento del suo sistema immunitario”.
E allora stiamo attenti, molto attenti e con tutti i sensi all’erta, perché ancora lei ci ricorda che ‘Il fascismo non è un pensiero ma è un metodo’ un metodo semplice, quasi banale, che si basa sulla ricerca di un nemico a cui opporsi per nascere, diffondersi, crescere e radicarsi. E ancora:
“Il Fascismo non è il contrario del Comunismo, è il contrario della Democrazia”.
Il Fascismo è il contrario della Democrazia: meglio ripeterlo spesso, questo concetto, perché nonostante sembri scontato, banale, ovvio, sono proprio le parole le armi più potenti, nel Bene e nel Male, che l’Uomo ha a sua disposizione.
Arendt e Murgia, due Voci di Donne forti e alte, che hanno superato i confini dello spazio e del tempo, oserei dire immortali, che ci permettono di ricordare, in questo 80.mo della Repubblica, il referendum del 2 giugno 1946 al quale partecipano anche le donne: molte di loro, soprattutto le giovani del centro nord, più del 90% votano per la Repubblica ed hanno contribuito fattivamente alla guerra di Liberazione.
Voglio qui ricordarle tutte, tutte le 623 partigiane fucilate, con o senza processo sommario, nel corso di una guerra che ne vede altre 2900 giustiziate o uccise in combattimento, 35.000 imbracciare le armi, ben 70.000 organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, 4.653 arrestate, torturate e condannate dai Tribunali fascisti, 2750 deportate nei lager nazisti, 1070 cadute in combattimento, 1700 ferite in battaglia.
Diciannove le medaglie d’oro, 54 quelle d’argento, 167 di bronzo.
In Piemonte vengono uccise 99 partigiane combattenti, 185 sono le deportate politiche o razziali e 38 le cadute civili durante rappresaglie o bombardamenti.
Nulla cambia se sono giovani, a volte giovanissime, l’efferatezza dei carnefici fascisti e nazisti è ancora più evidente.
Una per tutte, per ricordare tutte le vittime, commemoriamo qui Santina “Carla” Riberi, giovanissima partigiana attiva nel Canavese, fucilata a soli 17 anni dai fascisti ad Ivrea l’11 settembre 1944.
Nata a Viverone il 5 novembre 1926, lavora in una fabbrica tessile a Ivrea ed è già madre di un bambino di un anno e mezzo. Il 1° aprile 1944 si unisce alla 76ª Brigata della VIII Divisione Garibaldi, seguendo la scelta del fratello Gianni.
Catturata a Ivrea il 9 settembre 1944 dai militi fascisti del Battaglione Barbarigo della Xª MAS, dopo due giorni di feroci torture e violenze, viene fucilata l’11 settembre 1944 nel cortile della caserma Freguglia di Ivrea e il suo corpo viene gettato in una cava a Montalto Dora.
Solo quaranta giorni prima della morte di Santina, anche suo fratello Gianni Riberi era stato fucilato dai fascisti presso il cimitero di Ivrea.
Un dramma che non può essere commentato ma che va raccontato nella sua crudezza.
Così quella delle donne resistenti, a lungo sottaciuta e minimizzata nel ruolo di ‘staffetta in bicicletta’ è invece una guerra nella guerra, ben 2 milioni infatti le donne coinvolte, a vario titolo ed in vario modo, nella ‘resistenza’ al nazifascismo e nella Liberazione.
Impossibile parlare di tutte come è impossibile dimenticarle, bene ha fatto il Comune di Quarona ad intitolare, il 17 giugno del 2023, lo spazio pubblico di Largo Donne Partigiane in corso Pierluigi Rolandi, proprio davanti ad una Scuola materna.
“Con la significativa eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere non esistono nella Resistenza compiti o settori dove non compaiano donne”
afferma Anna Bravo nel suo saggio ‘Resistenza civile’ per il Dizionario della Resistenza.
Donne in grado di fare tutto, e bene.
E infatti alcune di loro vengono votate e sono tra le 21 Madri della Repubblica: tutte dichiaratamente antifasciste, 14 di loro sono state partigiane attive nella Resistenza che scrivono la Costituzione.
Lo sono le tre piemontesi, tutte di Torino e iscritte al PCI, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana, a lungo in esilio con il marito Palmiro Togliatti, poi con lui a combattere prima ancora nella Guerra Civile Spagnola come Teresa Noce, la partigiana Estella, ha fatto con Luigi Longo. E poi Adele Bei, condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista, Nadia Gallico Spano che guida i Gruppi di Difesa della Donna, Nilde Iotti, staffetta a Reggio Emilia, Subito dopo l’8 settembre 1943 entrò nelle fila della Resistenza a Reggio Emilia, Teresa Mattei, che con nome di battaglia “Chicchi” combatte nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) a Firenze.
Poi Elettra Pollastrini, scampata ai lager tedeschi, Maria Maddalena Rossi e Laura Bianchini che con il nome di battaglia “Battista”, curò la stampa clandestina del foglio ribelle Il Ribelle a Brescia. Partigiane sono state anche Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli e Angelina (Lina) Merlin: storica militante antifascista, già arrestata e confinata dal regime negli anni ’20 e ’30, partigiana nel CLN veneto.
Dobbiamo a loro, nonostante siano state solo 21 su 556, meno del 4% dei costituenti, la stesura di alcuni articoli che fanno della Costituzione italiana uno dei documenti più attenti alla promozione della parità e delle pari opportunità tra i sessi, come l’art. 3, comma 1, il principio generale di eguaglianza davanti alla legge, il 29, sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, il 30, che tutela i figli nati fuori dal matrimonio e il 31, che protegge la maternità. Poi l’attenzione al mondo del lavoro con l’articolo 37 e la parità di diritti e retribuzioni tra donne e uomini e il 48 per la parità nella partecipazione politica: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” Voto come dovere civico e non solo come un diritto.
Dovremo tornare a ricordarcene e tornare nelle urne tutte le volte che serve.
E poi il 51, tanto osteggiato da Giovanni Leone quanto difeso da Nilde Jotti e Maria Federici, per l’accesso alle cariche pubbliche e alla magistratura, diritto che si avvera solo nel 1963.
E poi, ovviamente, tutte le madri costituenti sono concordi, indifferenti alle loro diverse anime politiche, a sostenere l’art.11 relativo al ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Quindi all’Italia democratica non servono nuove leggi, basta applicare la Carta costituzionale così com’è, alla lettera.
Oggi non solo non la si legge più, neppure nelle scuole, e anche molta politica populista la definisce ‘la più bella del mondo’ senza mai averla letta e tenta ogni due per tre di metterla in discussione, di ‘modificarla per modernizzarla’, quando in realtà, basterebbe seguirla parola per parola.
Se non verrà fatto, e al più presto direi, potrebbe capitare che accada – a volte sta già accadendo – che il Paese per il quale tante ragazze e ragazzi hanno dato sangue e fatica, hanno sacrificato il loro futuro, le speranze, gli amori, nella lotta di Liberazione, ebbene questo Paese non sia fedele alle loro aspettative.
Lo vediamo ogni giorno.
Questa nostra Italia lascia spesso delusi i partigiani di allora: spesso lo hanno confessato nelle interviste che potete vedere sul sito Noi, partigiani – nel quale ritroverete anche i nostri ultimi partigiani piemontesi, tristemente anche quelli che ci hanno lasciati – non stiamo rendendo loro onore, non stiamo concretizzando le loro fatiche, non sempre lottiamo contro ingiustizie, disuguaglianze, soprusi con la forza necessaria.
Dobbiamo fare meglio, di più e dobbiamo essere in tanti. Motivi per Resistere ne abbiamo, eccome.
Basta guardarsi attorno, leggere i giornali, aprire gli occhi camminando per la strada.
Se ciò non accadesse, potrebbe capitare che si avveri quanto scrive lo storico Carlo Ginzburg – figlio di quel Leone intellettuale antifascista morto per le torture subite a Regina Coeli il 5 febbraio 1944 e di Natalia, scrittrice e saggista – nel suo ‘Il vincolo della vergogna:
”Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”.
Per non vergognarci dell’Italia in cui viviamo, dobbiamo educare i nostri giovani ai valori della Costituzione, portando come esempio reale il sacrificio di chi ha contribuito a scriverla con la propria vita, come i giovani martiri che qui commemoriamo oggi, perché, citando Sandro Pertini, ‘Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi’.
E non dobbiamo mai dare nulla per scontato, ogni regola morale e sociale che pensiamo consolidata e che diamo per scontata più essere messa in discussione o persa di nuovo, o del tutto o in parte perché
“La democrazia non è un gioco e neanche una conquista valida per sempre, ma qualcosa da rinnovare e ricostruire ogni giorno, con determinazione e partecipazione”,
così Tina Alselmi, prima ministra della Repubblica nel 1976.
Così concludiamo oggi, ma la mia speranza è che sia un inizio, non una fine, con le parole di Alessandro Orsi nel suo ‘Le urne dei Forti’, il saggio scritto solo un anno fa sui martiri e sui luoghi del martirio resistenziale, che ci insegnano ad imparare dal passato:” Mai le valli avevano vissuto così tanti mesi drammatici con il terrore davanti agli occhi e i morti sulle strade, sulle piazze, sui sentieri.
Mai le popolazioni avevano così intensamente e generosamente collaborato con i combattenti per un ideale. Ma le terre degli uomini liberi, come già successo altre volte nel passato, sanno liberarsi al dominio di dittatori sanguinari, di stranieri invasori e di connazionali loro lacchè”.
Ecco, consapevoli di abitare ancora una terra di donne e di uomini liberi, salutiamoci con la dedica che proprio lui mi ha scritto su questo libro: “Chi è caduto per la libertà ci esorti a lottare per la pace”.

Dal 2019 il personale del Servizio sanitario regionale piemontese è aumentato di oltre 4.000 unità e nel primo semestre 2026 la spesa per il personale è cresciuta di circa 90 milioni di euro rispetto al primo semestre 2025.
È da questi dati che occorre partire quando si parla di personale sanitario in Piemonte. Numeri difficilmente compatibili con la rappresentazione di una Regione che starebbe disinvestendo sulle risorse umane o preparando un depotenziamento degli ospedali.
Nessuna contrapposizione tra ospedale e territorio. Il DM 70 e il DM 77 disciplinano due componenti dello stesso Servizio sanitario, che devono funzionare in maniera integrata: l’ospedale deve garantire le attività per acuti e ad alta complessità secondo i propri standard; la rete territoriale deve assicurare prossimità, continuità assistenziale e presa in carico, contribuendo anche a ridurre gli accessi impropri alle strutture ospedaliere.
È in questa prospettiva che va letta la ricognizione avviata dalla Regione Piemonte sul personale del Servizio sanitario regionale: non un’operazione per “dirottare risorse dagli ospedali alle Case di Comunità”, come sostiene il consigliere Valle, ma una verifica necessaria per conoscere l’effettiva distribuzione delle risorse professionali e adeguare l’organizzazione della rete agli standard previsti dalla normativa nazionale.
Il riferimento al DM 70/2015 e al DM 77/2022 contenuto nelle comunicazioni regionali non annuncia quindi alcun taglio. La verifica della coerenza dell’organizzazione con questi standard costituisce un necessario adempimento di programmazione: il DM 70 riguarda la rete ospedaliera, il DM 77 la rete dell’assistenza territoriale.
La ricognizione assume inoltre particolare importanza nella fase conclusiva degli investimenti PNRR e nella programmazione del post-PNRR. Case della Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali non possono limitarsi alla realizzazione di edifici e all’acquisto di tecnologie: devono essere strutture effettivamente operative e sostenibili nel tempo. Occorre quindi conoscere puntualmente quali professionalità sono disponibili, dove sono allocate e quali attività svolgono, anche in funzione della raccolta dei dati richiesta a livello nazionale dal Ministero della Salute e da AGENAS.
C’è poi un errore molto concreto nella ricostruzione proposta dal consigliere Valle.
La nota del 3 luglio non disponeva una sospensione delle assunzioni “per dieci giorni”. I dieci giorni indicavano il termine assegnato ai Direttori generali delle Aziende sanitarie per effettuare la ricognizione e trasmettere alla Regione le relazioni richieste. Le stesse relazioni, ovviamente, devono essere seguite da un’analisi dell’Assessorato.
Non può quindi essere “prorogata” nessuna sospensione.
La comunicazione del 7 agosto ha un contenuto diverso: dall’esame delle relazioni trasmesse dalle Aziende è emersa la necessità di *completare il quadro conoscitivo* sull’effettiva distribuzione del personale. Per questa ragione la Direzione Sanità ha richiesto un supplemento di istruttoria.
Alle Aziende viene chiesto di rappresentare in maniera omogenea le attività effettivamente svolte dalle diverse figure professionali, la distribuzione del personale nei differenti setting assistenziali, le risorse dedicate alle attività di supporto, le riallocazioni già realizzate e lo stato di avanzamento della riorganizzazione della rete ospedaliera e territoriale.
Non si tratta quindi della proroga di un termine di sospensione delle assunzioni, ma del completamento di un’istruttoria necessaria a programmare correttamente il personale del Servizio sanitario regionale.
Proprio perché il Piemonte ha aumentato il proprio personale e sta contemporaneamente realizzando una profonda trasformazione dell’assistenza territoriale, è responsabilità della Regione conoscere nel dettaglio come vengono utilizzate le risorse e quali siano i reali fabbisogni delle Aziende.
L’obiettivo non è sottrarre personale agli ospedali per trasferirlo nelle Case della Comunità, ma costruire un’organizzazione nella quale ospedale e territorio svolgano ciascuno le funzioni previste, in modo integrato, senza duplicazioni, senza carenze e senza sprechi.
Sostenibilità economica ed efficientamento non significano tagliare i servizi. Significano utilizzare correttamente le risorse disponibili, garantendo allo stesso tempo qualità delle cure, appropriatezza, sicurezza, accessibilità e continuità assistenziale.
Prima di parlare di assunzioni “sospese per dieci giorni”, di successive “proroghe” o di personale “dirottato” dagli ospedali alle Case di Comunità, occorre quindi distinguere ciò che è effettivamente scritto negli atti dalle interpretazioni, in questo caso errate.
La vera sfida non è scegliere tra ospedale e territorio, ma farli funzionare insieme e rendere sostenibile il Servizio sanitario piemontese anche dopo la conclusione del PNRR.
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Redazione di Vercelli
Riceviamo e pubblichiamo
Le notizie delle ultime settimane confermano la gravità della situazione: la Regione Piemonte ha dichiarato lo stato di emergenza per la crisi idrica e gli incendi boschivi, mentre l’ARPA ha segnalato condizioni di siccità severa in gran parte del territorio regionale.
Le risorse idriche superficiali risultavano inferiori alla media, con criticità particolarmente rilevanti nel Piemonte settentrionale.
Anche il Vercellese, con la sua agricoltura e il suo sistema risicolo, è direttamente coinvolto.
Ma la disponibilità di acqua non riguarda soltanto le risaie: riguarda i cittadini, l’agricoltura, l’industria, la sicurezza dei territori, la protezione civile e la capacità di fronteggiare incendi e periodi prolungati di siccità.
Una risorsa che non possiamo più disperdere
L’Italia intercetta e trattiene soltanto una parte limitata dell’acqua piovana. Il dato dell’11%, frequentemente citato nel dibattito pubblico, deve essere letto con attenzione perché deriva da una stima storica e non rappresenta necessariamente una misurazione aggiornata della totalità delle precipitazioni. Resta però evidente il problema di fondo: il Paese dispone di una capacità insufficiente di accumulo e regolazione della risorsa idrica.
Quando piove in modo intenso, l’acqua spesso defluisce rapidamente provocando allagamenti, erosione e dissesto. Quando invece le precipitazioni vengono a mancare, i territori si trovano senza riserve adeguate. È una contraddizione che non possiamo più limitarci a subire.
Per questo la realizzazione di invasi e bacini di accumulo deve diventare una priorità nazionale e regionale, attraverso una rete articolata di: grandi invasi, laddove siano tecnicamente, economicamente e ambientalmente sostenibili; micro-invasi e piccoli bacini diffusi; sistemi di raccolta delle acque piovane; opere di laminazione per ridurre il rischio di esondazioni; interventi di manutenzione e ammodernamento delle reti irrigue e acquedottistiche; infrastrutture per il riuso delle acque depurate; piani di gestione dell’acqua destinati non soltanto all’agricoltura, ma anche agli usi civili, industriali e di emergenza.
La stessa Regione Piemonte ha recentemente previsto risorse per i micro-invasi aziendali, ma si tratta di interventi ancora insufficienti rispetto alla dimensione della crisi.
No ai veti ambientali, sì a opere progettate bene
Il Partito Liberaldemocratico ritiene che la tutela dell’ambiente non possa essere trasformata in un alibi per impedire qualsiasi opera pubblica. La sostenibilità non significa immobilismo: significa progettare, valutare e realizzare infrastrutture utili, sicure e compatibili con il territorio.
Diciamo quindi basta ai no pregiudiziali e ai veti ideologici che, in nome di una concezione astratta dell’ambiente, finiscono per impedire la costruzione di opere necessarie alla sicurezza dei cittadini. Ogni progetto deve essere sottoposto a rigorose valutazioni ambientali, con trasparenza, compensazioni adeguate e coinvolgimento delle comunità locali. Ma, una volta verificata la sostenibilità dell’intervento, le opere devono essere realizzate.
Non è ambientalismo lasciare che l’acqua scorra via durante le piogge intense e poi affrontare la siccità con le autobotti. Non è tutela del territorio rinunciare alla manutenzione dei versanti, degli alvei e delle infrastrutture idriche. Non è lungimiranza aspettare il prossimo incendio o la prossima alluvione per intervenire.
Serve una nuova “Italia Sicura”
Chiediamo al Governo e, in particolare, al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, di agire con risolutezza e di promuovere un piano nazionale organico per l’acqua, gli incendi e il dissesto idrogeologico.
Tra gli strumenti da ripristinare o aggiornare vi è anche una struttura nazionale di coordinamento sul modello di “Italia Sicura”, istituita nel 2014 durante il Governo Renzi con il compito di coordinare pianificazione, risorse e interventi contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche. La struttura fu soppressa nel 2018 e le relative competenze furono trasferite al Ministero dell’Ambiente.
Al di là delle formule organizzative, ciò che serve è una responsabilità chiara, tempi certi e una cabina di regia capace di: censire le opere necessarie e stabilire priorità territoriali; sbloccare progettazioni e cantieri; coordinare Governo, Regioni, Comuni, autorità di bacino e consorzi irrigui; utilizzare rapidamente le risorse disponibili; verificare lo stato di manutenzione delle infrastrutture esistenti; predisporre piani permanenti per incendi, siccità e alluvioni.
La posizione del Partito Liberaldemocratico
“La siccità, la crisi idrica, gli incendi boschivi e il dissesto idrogeologico non possono più essere considerati emergenze occasionali. In Piemonte siamo di fronte a una condizione strutturale, che richiede una strategia permanente di prevenzione, programmazione e investimento. Servono invasi, reti efficienti, bacini di accumulo, manutenzione dei corsi d’acqua e una struttura di coordinamento nazionale. La difesa dell’ambiente deve accompagnarsi alla difesa delle comunità e delle attività produttive. La coltura del riso nelle nostre pianure costituisce morfologicamente una funzione di vasca di laminazione che preserva i nostri centri abitati dalle alluvioni. Tuttavia non dovrebbero essere i risicoltori a subire l’effetto ultimo di una precipitazione eccezionale con la perdita del raccolto. Il comparto agricolo è, per competenza nella conoscenza del territorio e della gestione delle acque, un presidio di protezione civile che andrebbe “arruolato” in una seria progettazione del territorio, una corretta manutenzione e una moderna politica di gestione dell’acqua” dichiara Francesca Tini Brunozzi.
“Chiediamo al ministro Pichetto Fratin e al Governo di assumere una decisione rapida: basta rinvii, basta opere ferme e basta veti ideologici. Le infrastrutture idriche devono essere progettate con rigore, realizzate con trasparenza e messe al servizio dell’intero territorio piemontese” conclude Riccardo Dinucci, Segretario Provinciale Partito Liberaldemocratico Vercelli.
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Redazione di Vercelli
Il Presidente dell’Unione Montana dei Comuni della Valsesia Francesco Pietrasanta ha effettuato oggi, giovedì 13 agosto, un sopralluogo nei siti più complicati degli incendi che stanno attanagliando la Valsesia.
Pietrasanta commenta dichiara: “Sono stato a Postua col Sindaco Fausto Noris e quello di Guardabosone Leonardo Di Rienzo. Al posto di Comando avanzato per lo spegnimento degli incendi dei Vigili del Fuoco abbiamo avuto una serie di aggiornamenti sull’incendio del monte Barone. La situazione è difficile e si sta avvicinando alle baite degli alpeggi. Sono schierate molte squadre dei Vigili del fuoco e dell’Aib oltre a continui interventi dei mezzi aerei. Abbiamo garantito da domani fino a lunedì come Unione Montana dei Comuni della Valsesia approvvigionamenti di acqua e cibo per le forze in campo (circa 140 panini e bottiglie di acqua al giorno). Poi sono stato a Cravagliana col Sindaco Luca Debernardi sul fronte della Valbella superiore”.
Prosegue Pietrasanta: “Il fuoco sta discendendo verso l’abitato. Per tanto l’Aib ha piazzato della vasche per poter difendere direttamente gli immobili nel caso arrivassero le fiamme. Presente un DOS dei Vigili del Fuoco che coordina i lanci dell’elicottero e un CoAib insieme a molti volontari. Il fuoco imperversa anche in alto verso i pascoli dell’Alpe Campo e verso il Bosco dell’Impero verso Sabbia. Anche qui abbiamo garantito rifornimenti alimentari e di acqua potabile. Il resto degli incendi sono tranquilli, Rima e Fobello/Cervatto. La Res continua a bruciare ma in una zona isolata.
Grazie di cuore a tutti coloro che sono in campo per difendere il territorio. È una battaglia difficile ma prima o poi ne vedremo la fine”.
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Redazione di Vercelli
Varesina 1
Borgosesia 1
Marcatori: 18’ pt Dayan Pinheiro, 35’ pt Ferrante
Varesina: Maddalon, Tomas, Ferrante, Tentone, Manicone, Banfi, busto, Polenghi, Grassi, De Bonis, Martinoia.
Subentrati: Gilardenghi, Gurzi, Grieco, Pedone, Mabaye, Stampi, Catania, Nicora, Kassama, Vitale, Manuel Caleia.
All.: Angelotti.
Borgosesia: Autoriello, Negretti, Calafiore, Capogna, Cagia, Fiumanò, Cum, Dayan Pinheiro, Berni, Gerbino, Daniello.
Subentrati: Salina, Pellicone, Orsi, Crepali, Gheller, Lo Porto, Bazzan, Manto, Valentino, Bernabè, Dalla Valle, Salvalaggio, Guidetti, Pizzi.
All.: Forzatti.
Si chiude con un pareggio l’impegno amichevole del Borgosesia in terra lombarda.
Un botta e risposta tutto concentrato nei primi quarantacinque minuti di gioco fissa l’1-1 finale nella sfida esterna contro la Varesina.
I ragazzi di mister Thomas Forzatti, scesi in campo con il consueto 4-3-3, avevano trovato la via del gol al 18’ del primo tempo grazie a una giocata vincente di Dayan Pinheiro.
Il vantaggio granata è durato sino al 35’ quando Ferrante, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, ha ristabilito l’equilibrio per i padroni di casa.
Nessuna emozione sul tabellino nella ripresa, con il punteggio che è rimasto bloccato fino al triplice fischio.
Per quanto riguarda lo schieramento iniziale, mister Forzatti ha schierato Autoriello tra i pali, protetto dalla linea difensiva composta dai terzini Negretti e Calafiore e dai centrali Cagia e Fiumanò.
A centrocampo, insieme al marcatore Dayan Pinheiro, hanno agito Capogna e Garbino, mentre il tridente d’attacco è stato affidato al terzetto Cum-Berni-Daniello.
Archiviato il test amichevole, la testa va ora ai primi punti che contano: il Borgosesia tornerà in campo domenica 23 agosto alle ore 16:00, tra le mura amiche del Comunale, dove ad attenderlo ci sarà il Derthona per il Turno Preliminare di Coppa Italia.
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Redazione di Vercelli















