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QUARONA - Il 14 agosto di 82 anni fa 5 giovani partigiani trucidati al Ponte della Pietà - Oggi la commemorazione dell'eccidio - Integrale la prolusione della relatrice ufficiale, Prof.ssa Elisabetta Dellavalle - Chi è caduto per la libertà ci esorti a lottare per la pace - 

Tutti giovani tra i 18 e 33 anni: Gino Boccardo, Aldo Bordiga, Gino Francese, Vincenzo Lazzi, Augusto Pescio -

Giorno della memoria, oggi 14 agosto a Quarona, per non dimenticare i cinque giovani trucidati dai fascisti 82 anni fa.

Nel luogo che, allora come oggi, portava il nome evocativo di “Ponte della Pietà”, in onore della Madonna della Pietà che lì si venerava in una cappellina a Lei dedicata.

Poi, nel XIX Secolo, la decisione di abbattere quella piccola pieve per fare posto al tracciato della Ferrovia e – quasi fosse stato un presagio infausto – la rimozione dalla vita della gente di quel luogo consacrato alla “pietà” parve più tardi in qualche modo consegnarne il destino alla spietatezza che rese capaci i nazifascisti non soltanto di trucidare cinque giovani innocenti mediante una impiccagione particolarmente efferata; si cercò di dilatare l’aura del male ricercandone una simbologia capace di rappresentare una paradossale “pedagogia” dell’orrore.

Le salme delle cinque vittime di età compresa tra i 18 ed i 33 anni ( Gino Boccardo, Aldo Bordiga, Gino Francese, Vincenzo Lazzi, Augusto Pescio ) furono esposte per tutto il giorno seguente, per essere traslate e composte altrove soltanto nel pomeriggio del successivo 15 agosto.

Ma “la banalità del male” mostra sempre ed inesorabilmente il proprio limite e così, da 82 anni, è la pietà popolare, è l’intelligenza del bene e della ragione, che è tornata a dire l’ultima parola, rendendo il “Ponte della pietà” il luogo del ricordo, della testimonianza civile ed antifascista, dell’impegno a continuare nella difesa della democrazia, anche con iniziative come quella di oggi.

Quando – questa mattina, 14 agosto, alle 10 – le autorità civili (il sindaco Francesco Pietrasanta, l’assessore Mariarosa Gallotta, il Consigliere Alessio Perotti), il parroco Don Michele Valsesia, la presidente dell’Anpi di Quarona, Maddalena Marchina, sono qui convenute per l’omaggio ai cinque caduti.

L’orazione ufficiale è stata affidata alla professoressa Elisabetta Dellavalle di Vercelli e la scelta si è rivelata davvero felice e – ci sia permesso – non c’erano dubbi.

Per gentile concessione dell’Autrice, possiamo pubblicare di seguito la sua prolusione integrale, che resterà una lezione semplice e profonda, altresì ricca di riferimenti storici, capace di dare futuro e solide basi documentali ai sentimenti di tutti che avranno durata, come il suono di una parola sincera.

Ma ora ecco il testo dell’intervento:

***

Prendiamo il titolo di questa orazione, Pietà l’è morta,  da due suggestioni: una musicale, che penso sarebbe stata gradita a Sandro Orsi, alla memoria del quale dedico questo intervento, ed una devozionale ed artistica.

“Pietà l’è morta” è il titolo di uno dei canti più celebri della Resistenza italiana, composto proprio nel ’44 dallo scrittore cuneese Nuto Revelli, ufficiale degli alpini della Tridentina nella disastrosa campagna di Russia prima, e poi comandante partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Cantata dalle brigate di “Giustizia e Libertà”, quindi certamente anche in queste nostre vallate, nella sua prima strofa recita così:” Lassù sulle montagne bandiera nera: è morto un partigiano nel far la guerra. E’ morto un partigiano nel far la guerra, un altro italiano va sotto terra” per poi finire con “Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia! Gridiamo a tutta forza: Pietà l’è morta!”.

E’ la nostra colonna sonora spirituale in questo luogo che, ben prima di assistere a tanta sofferenza – viene scelto come luogo dell’impiccagione dei 5 giovani partigiani perché qui il 6 aprile del 1944 un agguato partigiano aveva ucciso 20 militi della Rsi e come rappresaglia in seguito all’uccisione di due militi fascisti poco prima – è stato, invece, luogo di pace e preghiera.

C’era, qui, la Cappella della Pietà che, finemente affrescata fin dal Quattrocento, è stata meta per secoli di meditazione e devozione popolare.

Insensibili a tutto, ciò, nonostante la battaglia culturale di intellettuali e storici dell’arte del tempo, nel 1844 viene abbattuta in nome della modernità. E viene abbattuta per la linea ferroviaria Novara Varallo, quella che oggi neppure usano più come si deve: fortunatamente i frammenti degli affreschi e il gruppo statuario ligneo del Compianto sul Cristo (1495-1500) vengono salvati e trasferiti presso la vicina Chiesa di San Giovanni al Monte, quella tanto cara alla Beata Panacea.

Quindi, se i nomi dati ai luoghi potessero influenzarne il carattere, allora il nome di questo Ponte – “della Pietà” – avrebbe potuto cambiare le sorti dei martiri che oggi noi ricordiamo, incutendo pietà, la ‘pietas’ tanto cara ai latini – l’obbligo morale, il dovere e il rispetto profondo che ogni cittadino deve manifestare verso gli dèi, la famiglia e le leggi della patria – nei cuori dei carnefici.

Così non è stato e, anzi, per ben due volte il capitano Giacomo Pasqualini, comandante della 1° compagnia del 1° battaglione d’assalto della Guardia nazionale repubblicana “Pontida” ordina che le corde vengano fissate alle rotaie perché, durante l’esecuzione quelle che reggevano due dei condannati si sono spezzate e lui ha fatto immediatamente ripetere la loro impiccagione.

Sono le 17 del 14 agosto del 1944, un lunedì, e atrocità nell’atrocità, il sottotenente Franco Maria Bartoli, che comanda il presidio di Quarona, dispone che i cadaveri non vengano rimossi dal ponte prima delle h. 17 del 15 agosto: 24 ore di esposizione alla gente a ‘monito e memoria’ di ciò che può accadere a chi si oppone, combatte, resiste, ‘nel più totale disprezzo di ogni legge morale e civile’, recita giustamente il pannello che anpi ha dedicato loro nel 2015.

Ma, allora come oggi, la violenza non è mai isolata o insensata.

Ha una sua radice profonda e precisa, che non muore e non si sradica mai del tutto, come ben stiamo vedendo, terribilmente, ogni giorno.

Le radici di questo eccidio affondano in quell’estate del ’44 quando, dopo le esperienze delle zone libere della Valsesia del mese di giugno, i reparti nazisti e fascisti ritornano in gran forza in Valsesia e nel Biellese orientale, dove effettuano molti rastrellamenti e procedono alle esecuzioni con particolare accanimento.

Molti partigiani si disperdono negli alpeggi tra Valsesia e Valsessera, già rifugio di ex prigionieri alleati e base partigiana fin dai primi mesi di vita delle bande.

Facilmente immaginiamo questi boschi freschi e profumati, gli alberi a danzare se c’è una brezza leggera, luogo ideale per pascoli e passeggiate.

Ora, forse, ma non nell’agosto del 1944.

Dev’essere certamente arrivato fino a qui l’odore e il boato delle bombe che il 20 giugno 1944 si abbattono su Gattinara causando nove vittime civili, tra le quali Lorenza Camagna che ha 4 anni.

Immagine questa, delle bombe che uccidono civili inermi e tanti bambini, tristemente attuale.

Ma il filo nero che unisce questi terribili fatti di sangue dell’estate del ’44 è tessuto dalle mani delle SS tedesche e fasciste italiane che firmano anche la strage di Balmuccia il 10 luglio, l’eccidio di Alagna del 14 luglio – 15 giovani e giovanissimi partigiani e carabinieri – le fucilazioni di prigionieri al cimitero di Borgosesia del 18 luglio, l’eccidio dei 7 giovani partigiani all’Alpe Noveis del 20 luglio, la strage di civili nelle frazioni alte, le fucilazioni al cimitero di Varallo dell’8 agosto. E poi qui, i 5 morti del Ponte della Pietà.

E allora parliamo di loro, delle vittime, che sono tutti ragazzi.

Tutti e 5 sono detenuti nelle carceri di Varallo, catturati durante i rastrellamenti del mese di luglio in alta Valsesia, e prelevati di forza quella mattina.

Il più anziano ha 32 anni, i due più giovani ne hanno appena compiuti solo 18 a luglio, chissà, forse in carcere.

Sono nati nel 1926 e hanno anche lo stesso nome di battesimo, Gino. Incredibile.

Sono Gino Boccardo, nato a Adria in provincia di Rovigo, il 20 luglio del 1926 e  residente a Vercelli, partigiano della 81 brigata Garibaldi “Volante Loss” e Gino Francese, nato a Vercelli il 29 di luglio ed è nell’84^ brigata “Strisciante Musati”.

E’ molto giovane, ha solo 23 anni, anche Vincenzo Lazzi, partigiano della 6^ brigata Garibaldi “Nello” che si trova a morire tra i monti della Valsesia e lontano dall’azzurro del suo mare di Bari dov’è nato il 7 gennaio del 1921 e dove vive.

Ha appena compiuto 30 anni il partigiano Aldo Bordiga, che risiede a Borgosesia ma è nato a Camasco il 1 agosto del 1914 e ne ha 32 il più ‘anziano’, Augusto Pescio, nato il 18 gennaio del 1912 a Villadossola (Vco), ma residente a Borgosesia.

E c’è, un tutto questo orrore, un’altra giovane vittima, non nel fisico ma nell’anima, il giovane frate francescano, non ancora 18enne, Marco Malagola che si trova sul luogo dell’eccidio quasi per caso, consola e prega con loro e per loro, inveisce contro i soldati,  ne diventa ‘unico e eccezionale testimone’.

“Nel cuore e negli occhi ho ancora lo scenario di quel pomeriggio. Fu il trauma psicologico più scioccante della mia vita”.

Missionario e diplomatico della Santa sede scomparso nel 2020, così ne scrive su Mosaico di Pace, il giornale on line di Pax Christi, nel 2006: “La guerra è contro la ragione”, affermava Giovanni XXIII.

Quando capiremo la lezione dei morti, allora finirà l’odio e ogni divisione”.

È un’affermazione di Primo Mazzolari che mi sembra, anche oggi, quanto mai valida. Le vittime di tutti gli olocausti insegnano agli uomini di oggi a non ripeterli più. I morti sono tutti uguali, a qualunque denominazione politica o razziale appartengano. È nella morte che ci ritroviamo fratelli”.

Fratelli, ma davvero? Quanto sono oggi lontane le parole che Ungaretti scrive nel luglio del 1916 dal fronte della Grande Guerra –

Fratelli

Di che reggimento siete, fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua

fragilità.

Fratelli” – auspicando una fratellanza universale al di là dei conflitti.

Oggi, a 110 anni di distanza e dopo molti e sanguinosi conflitti e olocausti senza fine e quotidiani, sembrano rimbalzare in un nulla sempre più assordante.

Sono purtroppo più cogenti e attuali le parole che scrive Hanna Arendt, spostando l’attenzione dai martiri ai carnefici: “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

Non demoni, non mostri ma uomini, spesso giovani come le loro vittime.

Giovani come questi repubblichini della Guardia Nazionale Battaglione Pontida che, aiutati dal Battaglione Montebello, tra il 28 maggio e il 4 giugno dello stesso anno avevano già trucidato 21 civili in piazza Quintino Sella a Biella, ora giustamente diventata Piazza Martiri della libertà.

Non ‘mostri’, quindi, se ricordiamo che ‘monstrum’ significa per i latini ‘prodigio, portento, miracolo’, una figura non umana sempre in qualche modo legata al divino, al soprannaturale – come Polifemo, i vampiri o il lupo mannaro.

Sono soldati, esseri umani in carne e ossa, hanno nomi e cognomi e sono identici in tutto e per tutto agli esseri umani che scelgono di torturare, uccidere, far sparire.

O lasciare i loro corpi senza vita appesi giorni e giorni al sole e alle intemperie, ultimo strazio.

C’è da chiedersi perchè, allora come oggi, ciò accada.

Sempre la Arendt ci viene in aiuto: “E’ nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.”

Da Caino e Abele, quindi, non se ne esce.

Ed eccoci qui, allora, di fronte al fatto compiuto, alla realtà di una natura umana che ha solo un modo per cambiare in meglio: ricordare sempre e con sempre maggior forza, man mano che il Presente si allontana dal Passato, man mano che, uno dopo l’altro, i testimoni oculari ci lasciano soli, loro malgrado e nostro dolore.

Stiamo attenti, molto attenti, perché più passa il tempo che ci separa da questi e dagli altri terribili  fatti causati dalla Dittatura fascista, più si possono avverare le parole di Michela Murgia nel suo ‘Istruzioni per diventare fascisti’ del 2018 e che amo citare spesso perché ogni anno che passa mi sembra sempre più profetico:

“Una democrazia giovane, specialmente se nata da una guerra o da una rivoluzione civile, sarà molto reattiva al fascismo, ma una democrazia – poniamo caso – con addosso una settantina d’anni, avrà perso gran parte della memoria iniziale di sé e avrà seppellito i testimoni oculari che con i loro racconti reggevano la sua retorica “.

E ancora, sempre più chiara ed efficace:

“Il fascismo è come un herpes – gli organismi primari sono sempre quelli da cui si impara di più – che può resistere interi decenni nel midollo della democrazia facendo credere di essere scomparso, salvo saltare fuori più virale che mai al primo prevedibile indebolimento del suo sistema immunitario”.

E allora stiamo attenti, molto attenti e con tutti i sensi all’erta, perché ancora lei ci ricorda che ‘Il fascismo non è un pensiero ma è un metodo’ un metodo semplice, quasi banale, che si basa sulla ricerca di un nemico a cui opporsi per nascere, diffondersi, crescere e radicarsi. E ancora:

Il Fascismo non è il contrario del Comunismo, è il contrario della Democrazia”.

Il Fascismo è il contrario della Democrazia: meglio ripeterlo spesso, questo concetto, perché nonostante sembri scontato, banale, ovvio, sono proprio le parole le armi più potenti, nel Bene e nel Male, che l’Uomo ha a sua disposizione.

Arendt e Murgia, due Voci di Donne forti e alte, che hanno superato i confini dello spazio e del tempo, oserei dire immortali, che ci permettono di ricordare, in questo 80.mo della Repubblica, il referendum del 2 giugno 1946 al quale partecipano anche le donne: molte di loro, soprattutto le giovani del centro nord, più del 90% votano per la Repubblica ed hanno contribuito fattivamente alla guerra di Liberazione.

Voglio qui ricordarle tutte, tutte le 623 partigiane fucilate, con o senza processo sommario, nel corso di una guerra che ne vede altre 2900 giustiziate o uccise in combattimento, 35.000 imbracciare le armi, ben 70.000 organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, 4.653 arrestate, torturate e condannate dai Tribunali fascisti, 2750 deportate nei lager nazisti, 1070 cadute in combattimento, 1700 ferite in battaglia.

Diciannove le medaglie d’oro, 54 quelle d’argento, 167 di bronzo.

In Piemonte vengono uccise 99 partigiane combattenti, 185 sono le deportate politiche o razziali e 38 le cadute civili durante rappresaglie o bombardamenti.

Nulla cambia se sono giovani, a volte giovanissime, l’efferatezza dei carnefici fascisti e nazisti è ancora più evidente.

Una per tutte, per ricordare tutte le vittime, commemoriamo qui Santina “Carla” Riberi, giovanissima partigiana attiva nel Canavese, fucilata a soli 17 anni dai fascisti ad Ivrea l’11 settembre 1944.

Nata a Viverone il 5 novembre 1926, lavora in una fabbrica tessile a Ivrea ed è già madre di un bambino di un anno e mezzo. Il 1° aprile 1944 si unisce alla 76ª Brigata della VIII Divisione Garibaldi, seguendo la scelta del fratello Gianni.

Catturata a Ivrea il 9 settembre 1944 dai militi fascisti del Battaglione Barbarigo della Xª MAS, dopo due giorni di feroci torture e violenze, viene fucilata l’11 settembre 1944 nel cortile della caserma Freguglia di Ivrea e il suo corpo viene gettato in una cava a Montalto Dora.

Solo quaranta giorni prima della morte di Santina, anche suo fratello Gianni Riberi era stato fucilato dai fascisti presso il cimitero di Ivrea.

Un dramma che non può essere commentato ma che va raccontato nella sua crudezza.

Così quella delle donne resistenti, a lungo sottaciuta e minimizzata nel ruolo di ‘staffetta in bicicletta’ è invece una guerra nella guerra, ben 2 milioni infatti le donne coinvolte, a vario titolo ed in vario modo, nella ‘resistenza’ al nazifascismo e nella Liberazione.

Impossibile parlare di tutte come è impossibile dimenticarle, bene ha fatto il Comune di Quarona ad intitolare, il 17 giugno del 2023, lo spazio pubblico di Largo Donne Partigiane in corso Pierluigi Rolandi, proprio davanti ad una Scuola materna.

“Con la significativa eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere non esistono nella Resistenza compiti o settori dove non compaiano donne”

afferma Anna Bravo nel suo saggio ‘Resistenza civile’ per il Dizionario della Resistenza.

Donne in grado di fare tutto, e bene.

E infatti alcune di loro vengono votate e sono tra le 21 Madri della Repubblica: tutte dichiaratamente antifasciste, 14 di loro sono state partigiane attive nella Resistenza che scrivono la Costituzione.

Lo sono le tre piemontesi, tutte di Torino e iscritte al PCI,  Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana, a lungo in esilio con il marito Palmiro Togliatti, poi con lui a combattere prima ancora nella Guerra Civile Spagnola come Teresa Noce, la partigiana Estella, ha fatto con Luigi Longo. E poi Adele Bei, condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista, Nadia Gallico Spano che guida i Gruppi di Difesa della Donna, Nilde Iotti, staffetta a Reggio Emilia, Subito dopo l’8 settembre 1943 entrò nelle fila della Resistenza a Reggio Emilia, Teresa Mattei, che con nome di battaglia “Chicchi” combatte nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) a Firenze.

Poi Elettra Pollastrini, scampata ai lager tedeschi, Maria Maddalena Rossi e Laura Bianchini che con il nome di battaglia “Battista”, curò la stampa clandestina del foglio ribelle Il Ribelle a Brescia. Partigiane sono state anche Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli e Angelina (Lina) Merlin: storica militante antifascista, già arrestata e confinata dal regime negli anni ’20 e ’30, partigiana nel CLN veneto.

Dobbiamo a loro, nonostante siano state solo 21 su 556, meno del 4% dei costituenti, la stesura di alcuni articoli che fanno della Costituzione italiana uno dei documenti più attenti alla promozione della parità e delle pari opportunità tra i sessi, come l’art. 3, comma 1, il principio generale di eguaglianza davanti alla legge, il 29, sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, il 30, che tutela i figli nati fuori dal matrimonio e il 31, che protegge la maternità. Poi l’attenzione al mondo del lavoro con l’articolo 37 e la parità di diritti e retribuzioni tra donne e uomini e il 48 per la parità nella partecipazione politica: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civicoVoto come dovere civico e non solo come un diritto.

Dovremo tornare a ricordarcene e tornare nelle urne tutte le volte che serve.

E poi il 51, tanto osteggiato da Giovanni Leone quanto difeso da Nilde Jotti e Maria Federici, per l’accesso alle cariche pubbliche e alla magistratura, diritto che si avvera solo nel 1963.

E poi, ovviamente, tutte le madri costituenti sono concordi, indifferenti alle loro diverse anime politiche, a sostenere l’art.11 relativo al ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Quindi all’Italia democratica non servono nuove leggi, basta applicare la Carta costituzionale così com’è, alla lettera.

Oggi non solo non la si legge più, neppure nelle scuole, e anche molta politica populista la definisce ‘la più bella del mondo’ senza mai averla letta e tenta ogni due per tre di metterla in discussione, di ‘modificarla per modernizzarla’, quando in realtà, basterebbe seguirla parola per parola.

Se non verrà fatto, e al più presto direi, potrebbe capitare che accada – a volte sta già accadendo – che il Paese per il quale tante ragazze e ragazzi hanno dato sangue e fatica, hanno sacrificato il loro futuro, le speranze, gli amori, nella lotta di Liberazione, ebbene questo Paese non sia fedele alle loro aspettative.

Lo vediamo ogni giorno.

Questa nostra Italia lascia spesso delusi i partigiani di allora: spesso lo hanno confessato nelle interviste che potete vedere sul sito Noi, partigiani – nel quale ritroverete anche i nostri ultimi partigiani piemontesi, tristemente anche quelli che ci hanno lasciati – non stiamo rendendo loro onore, non stiamo concretizzando le loro fatiche, non sempre lottiamo contro ingiustizie, disuguaglianze, soprusi con la forza necessaria.

Dobbiamo fare meglio, di più e dobbiamo essere in tanti. Motivi per Resistere ne abbiamo, eccome.

Basta guardarsi attorno, leggere i giornali, aprire gli occhi camminando per la strada.

Se ciò non accadesse, potrebbe capitare che si avveri quanto scrive lo storico Carlo Ginzburg – figlio di quel Leone intellettuale antifascista morto per le torture subite a Regina Coeli il 5 febbraio 1944 e di Natalia, scrittrice e saggista – nel suo ‘Il vincolo della vergogna:

”Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”.

Per non vergognarci dell’Italia in cui viviamo, dobbiamo educare i nostri giovani ai valori della Costituzione, portando come esempio reale il sacrificio di chi ha contribuito a scriverla con la propria vita, come i giovani martiri che qui commemoriamo oggi, perché, citando Sandro Pertini, ‘Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi’.

E non dobbiamo mai dare nulla per scontato, ogni regola morale e sociale che pensiamo consolidata e che diamo per scontata più essere messa in discussione o persa di nuovo, o del tutto o in parte perché

“La democrazia non è un gioco e neanche una conquista valida per sempre, ma qualcosa da rinnovare e ricostruire ogni giorno, con determinazione e partecipazione”,

così Tina Alselmi, prima ministra della Repubblica nel 1976.

Così concludiamo oggi, ma la mia speranza è che sia un inizio, non una fine, con le parole di Alessandro Orsi nel suo  ‘Le urne dei Forti’, il saggio scritto solo un anno fa sui martiri e sui luoghi del martirio resistenziale, che ci insegnano ad imparare dal passato:” Mai le valli avevano vissuto così tanti mesi drammatici con il terrore davanti agli occhi e i morti sulle strade, sulle piazze, sui sentieri.

Mai le popolazioni avevano così intensamente e generosamente collaborato con i combattenti per un ideale. Ma le terre degli uomini liberi, come già successo altre volte nel passato, sanno liberarsi al dominio di dittatori sanguinari, di stranieri invasori e di connazionali loro lacchè”.

Ecco, consapevoli di abitare ancora una terra di donne e di uomini liberi, salutiamoci con la dedica che proprio lui mi ha scritto su questo libro: “Chi è caduto per la libertà ci esorti a lottare per la pace”.

 

 

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