Mese: Maggio 2026
At 8, 5-8. 14-17
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Sal.65
RIT: Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!
RIT: Acclamate Dio, voi tutti della terra.
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
RIT: Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.
RIT: Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.
RIT: Acclamate Dio, voi tutti della terra.
1 Pt 3, 15-18
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Gv 14, 15-21
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
***
UN PENSIERO SULLA PAROLA, A CURA DELLE SUORE CARMELITANE DEL MONASTERO “MATER CARMELI” DI BIELLA
Sentirsi figli amati
(At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21)
Il Vangelo di questa sesta domenica di Pasqua ci introduce sempre di più nel mistero della comunione pasquale tra noi credenti e Gesù risorto.
Gesù aveva parlato ai suoi discepoli dopo il tradimento di Giuda.
Nel capitolo 14 di Giovanni, dopo che è uscito dal cenacolo e dopo che Simon Pietro lo ha tradito, abbiamo i discorsi di rassicurazione di Gesù verso i suoi amici.
In quel momento non comprendono quello che sta avvenendo, perché lo Spirito Santo non è stato ancora riversato abbondantemente su di loro; infatti Gesù dice:
“Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, un Consolatore, che rimanga con voi per sempre”.
Questo Spirito di verità il mondo non può conoscerlo, non può vederlo, ma voi – dice Gesù – siete già immersi nello Spirito Santo, egli rimane presso di voi.
Quindi già in quell’ora critica i discepoli hanno l’assistenza dello Spirito che non li porta a cedere alla disperazione; anche se arrivano al limite della disperazione per la morte del loro Maestro hanno la capacità di ricompattarsi nel Cenacolo e riascoltare nel cuore le parole che questo Maestro gli ha lasciato.
Gesù li assicura che lo vedranno perché lui vivrà per sempre e anche loro vivranno in lui.
Questa è la buona novella che da duemila anni ci passiamo di bocca in bocca, di cuore in cuore, di testimonianza in testimonianza.
Gesù è risorto, è veramente risorto, vive con noi e vive in noi.
Non siamo soli e se amiamo il nostro Maestro saremo amati dal Padre suo e Gesù si manifesterà in noi.
Ecco la vocazione dei cristiani risorti qui e ora, non c’è un tempo da attendere per vivere da risorti, ma c’è una presa di coscienza, un sentirsi nuovi nel cuore perché abitati dal Risorto che ha fatto nuove tutte le cose.
Con le parole di Pietro possiamo sentire echeggiare nel nostro cuore quello che lo Spirito Santo ha suggerito ai primi discepoli:
“date spiegazione a chiunque vi chieda ragione della speranza che è in voi”.
La nostra speranza è Cristo Gesù, morto e risorto per noi, autore e perfezionatore della nostra fede.
“È meglio soffrire operando il bene, piuttosto che fare il male”: Gesù ce ne ha lasciato l’esempio e ci chiede di percorrere il sentiero della sua testimonianza, testimonianza di amore fedele, di amore consegnato nelle mani del Padre.
Sentiamoci anche noi figli amati nel Padre.
Sentiamoci anche noi fratelli del Risorto e con-risorti con lui per la vita eterna.
I nostri occhi possano brillare di luce sempre nuova pur nelle nubi di situazioni pesanti e depressive.
La vita non è stata rinchiusa in un sepolcro duemila anni fa e non può essere rinchiusa neanche ora: questa è la nostra certezza di fede, questa è la nostra gioia luminosa che ci fa vivere il quotidiano spargendo semi di gesti amorevoli verso tutti.
L’amore che noi doniamo si trasforma in manifestazione di Dio nei nostri cuori e nei cuori dei fratelli.
Possano essere giorni belli questi che ci separano dall’ascesa di Gesù al cielo e dalla discesa dello Spirito Santo.
Un movimento armonico e circolare di amore, un flusso positivo dal quale e nel quale rimanere e dal quale farsi trasportare.
Le Sorelle Carmelitane
Monastero Mater Carmeli – Biella Chiavazza
Nel pomeriggio di sabato 16 maggio a Vercelli, a partire dalle ore 16.00, all’oratorio San Giuseppe in Via L.B. Alberti 3, si terrà un convegno informativo per parlare dei prodotti fitosanitari chimici pericolosi in ambito cittadino: quelli che nel “Piano” approvato dal Comune di Vercelli sono autorizzati per il controllo della vegetazione infestante in ambito urbano.
Il convegno è organizzato dalle associazioni ISDE (Medici per l’ambiente), Italia Nostra, Legambiente e Pro Natura del Vercellese.
Tra i relatori la ricercatrice Fiorella Belpoggi, già direttrice scientifica dell’Istituto Ramazzini di Bologna che ha condotto uno degli studi più importanti sulla potenziale cancerogenità del diserbante chimico più utilizzato al mondo, il glifosate.
Ci saranno inoltre Gabriele Balzaretti, esperto in agronomia, fitoiatria ed ambiente e l’agronomo Paolo Mosca.
Modera l’incontro il presidente di Pro Natura Piemonte, Umberto Lorini.
Durante il convegno sarà possibile firmare la proposta di delibera di iniziativa popolare “Modifica del “Piano per l’utilizzo dei prodotti fitosanitari per il controllo della vegetazione infestante” approvato con atto di indirizzo del Consiglio Comunale del 26.6.2025 n. 56, approvato dalla Giunta comunale il 31.7.2025, mediante inserimento del divieto di utilizzo di glifosato e di qualsiasi altro prodotto chimico fitosanitario pericoloso”.
Possono firmare tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Vercelli; è sufficiente essere muniti di documento di identità.
La raccolta delle firme prosegue anche in piazza Cavour il martedì mattina (giorno di mercato) e nei fine settimana.
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Redazione di Vercelli
I Medici della provincia di Vercelli hanno una nuova “casa”.
La nuova sede dell’Ordine dei Medici ed Odontoiatri è stata inaugurata oggi, nei moderni e funzionali locali di Corso San Martino.

La cerimonia semplice e partecipata ha visto la presenza delle Autorità (tutte rappresentate nell’intervento del Sindaco di Vercelli, Roberto Scheda), così come di tanti colleghi giunti da molte parti d’Italia e soprattutto dalle sedi regionale (con il Presidente Federico D’Andrea) e nazionale, con il Vice Presidente Giovanni Leoni ed il Segretario nazionale Roberto Monaco.
I loro interventi nel video che proponiamo a corredo di questo testo, insieme alle immagini di una piccola gallery.

Non meno importante la benedizione dei locali e delle persone che vi lavoreranno e frequenteranno l’Ordine, impartita da Don Bruno Capuano, responsabile diocesano per la Pastorale della Salute.
L’intervento del presidente Giovanni Scarrone è ripreso qui di seguito integralmente per iscritto.
Vi si leggono (tra le altre cose) i nomi di Medici che hanno fatto la storia dell’Ordine e della professione.
Tra i tanti – tutti si sono prodigati per la Categoria – ci piace ricordare il fondatore, il Dott. Luigi Binelli, uomo di cultura enciclopedica, figura autorevolissima non soltanto in ambito sanitario.
Ma ecco ora l’intervento del presidente Scarrone, comprensibilmente compiaciuto per il bel risultato messo a segno, con questa nuova e funzionale sede da parte sua e dei suo colleghi.
***
Benvenuti in questa casa. La casa dei Medici di Vercelli.
Ho scelto di cominciare con queste parole — casa — perché un Ordine professionale non è un ufficio, non è una struttura burocratica, non è un indirizzo. È un luogo di appartenenza. È il punto in cui una comunità di professionisti riconosce sé stessa, si misura con i propri valori, custodisce la propria identità.
Oggi inauguriamo una sede nuova. Ma inaugurare non significa cominciare da zero. Significa portare con sé tutto ciò che è stato, e offrirgli uno spazio degno del futuro.
Una storia fatta di persone
Permettetemi di fermarmi un momento su chi mi ha preceduto. Perché questa casa che apriamo oggi porta i segni del loro lavoro, della loro dedizione, del loro amore per questa professione.
Il dottor Luigi Binelli, che ci ha lasciati, ma che è qui oggi — presente — nella figura di sua figlia, medico come lui. Quando vedo in lei la continuità di una vocazione familiare alla medicina, sento che il testimone non è mai davvero caduto. Dottor Binelli, la sua opera vive.
Il Professor Franco Carcò, qui con noi questa mattina. Professore, lei ha contribuito a costruire la credibilità scientifica e morale di questo Ordine in anni che non erano facili. La ringrazio per la sua presenza, e soprattutto per la sua eredità.
E poi c’è Piergiorgio Fossale — al quale mi lega qualcosa che va oltre la stima professionale e il rispetto istituzionale. Siamo nati nello stesso paese. Abbiamo camminato sulle stesse strade. Ho visto come ha portato la sua intelligenza e la sua sensibilità non solo nella medicina, ma nella vita civile di questa città, nell’Amministrazione comunale, nella cultura delle neuroscienze, nell’amore per l’arte. Piergiorgio, tu sei la prova vivente che un medico è sempre, prima di tutto, un uomo che guarda il mondo con occhi interi.
E infine il dottor Germano Giordano, che oggi non può essere con noi — trattenuto da un’assenza che è però motivo di gioia: l’arrivo di sua figlia dall’Australia. Caro Germano, la tua famiglia è qui con noi nel pensiero. E noi siamo con te.
Trent’anni in questa casa
Sono Presidente da due anni. Ma sono dentro questo Ordine da trent’anni. E voglio che questo sia chiaro, perché non mi sento il nuovo inquilino di questa sede: mi sento parte di un edificio che si è costruito nel tempo, mattone dopo mattone, con il contributo di chi mi ha preceduto e di tutti i colleghi che hanno creduto in questa istituzione.
Trent’anni ti insegnano che un Ordine professionale è vivo quando sa ascoltare. Quando non si chiude in sé stesso. Quando capisce che rappresentare i medici significa, in ultima analisi, servire i pazienti.
L’Ordine: una garanzia per tutti
Cosa è, concretamente, un Ordine professionale? Me lo chiedono spesso i cittadini, e la risposta è più semplice — e più importante — di quanto si pensi.
L’Ordine è una garanzia. Una garanzia per i pazienti, prima di tutto: chi porta il titolo di medico iscritto al nostro Albo ha superato una formazione rigorosa, rispetta un codice deontologico preciso, è sottoposto a verifica continua della propria condotta professionale. Quando vi affidate a un medico iscritto all’Ordine, non vi affidate a una sigla: vi affidate a una comunità che ha assunto una responsabilità su di lui.
L’Ordine è una garanzia per le istituzioni: siamo l’interlocutore autorevole della sanità pubblica e privata, il punto di riferimento per la politica sanitaria locale e nazionale. Non parliamo per noi stessi — parliamo in nome di una professione che ha una storia, una scienza, un’etica.
E l’Ordine è una garanzia per i medici stessi. Perché in un tempo in cui la professione medica è esposta ad attacchi crescenti — alla medicina difensiva, alle aggressioni fisiche nei pronto soccorso, alla delegittimazione pubblica, alle ingerenze che minacciano l’autonomia clinica — l’Ordine è il luogo in cui il medico sa di non essere solo. È qui che le sue prerogative vengono difese. È qui che la sua dignità professionale trova tutela.
Deontologia ed etica non sono vincoli imposti dall’esterno. Sono la nostra cifra identitaria. Sono ciò che distingue l’atto medico da qualsiasi altra prestazione di servizio. Sono la ragione per cui la società ci riconosce — e deve riconoscerci — un ruolo speciale nella vita delle persone.
Umani tra gli umani
C’è qualcosa, però, che nessun codice deontologico può insegnare, e che nessun titolo accademico conferisce. È la capacità di stare accanto a chi soffre non da una posizione di superiorità tecnica, ma da una posizione di comunione umana.
Il medico non è un essere separato dalla condizione umana. È un essere umano tra gli esseri umani. Conosce la paura, conosce il dolore, conosce la fragilità — perché anche lui è mortale, anche lui si ammala, anche lui un giorno avrà bisogno di essere curato. Ed è proprio questa consapevolezza che lo rende capace di una cura autentica.
Quando un medico entra in una stanza d’ospedale o in uno studio, non porta solo la sua scienza. Porta la sua umanità. Porta la capacità di ascoltare non solo i sintomi ma le parole, non solo la diagnosi ma la storia di quella persona. Partecipa alla sofferenza del paziente — non la subisce passivamente, non la gestisce da lontano: la riconosce, la incontra, vi si fa presente.
Questa partecipazione alla sofferenza altrui è il cuore della relazione di cura. Ed è ciò che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai replicare. Le macchine elaborano dati. I medici incontrano persone.
Il medico: un presidio dell’umanità
Oggi viviamo un momento di profonda trasformazione della medicina. La tecnologia avanza, gli algoritmi diagnosticano, l’intelligenza artificiale elabora dati con una velocità e una precisione straordinarie. E tuttavia io sono qui a dirvi, con la stessa convinzione di trent’anni fa: il medico è insostituibile.
Non perché sia più veloce di una macchina. Ma perché esercita secondo scienza e coscienza — come recita il giuramento che abbiamo tutti pronunciato. Scienza e coscienza insieme: non una senza l’altra. La scienza senza coscienza è calcolo. La coscienza senza scienza è improvvisazione. Il medico è il punto in cui le due si incontrano, nella responsabilità di fronte a una persona reale, con un nome, una storia, una famiglia.
Se non ci sono medici, chi vi cura?
Me lo chiedo spesso, e ve lo chiedo oggi, in questo giorno di festa. Perché questa domanda non è retorica. È la domanda più concreta che esista. In un Paese dove la medicina territoriale si svuota, dove i giovani medici emigrano, dove i pronto soccorso sono al collasso, dove i tempi di attesa si misurano in mesi — questa domanda urge una risposta.
L’Ordine dei Medici è qui per questo. Per ricordare alle istituzioni, alla politica, alla società civile che la sanità non è una voce di costo. È una voce di civiltà. E che senza medici — senza medici formati, tutelati, valorizzati, liberi di esercitare secondo scienza e coscienza — non c’è sistema sanitario che tenga.
Questa casa è aperta
La nuova sede che inauguriamo oggi non ha colonne né affreschi. Ma ha qualcosa di più importante: ha uno scopo. È il luogo in cui i medici di Vercelli possono riconoscersi come comunità. In cui i giovani che si affacciano alla professione trovano un riferimento. In cui i colleghi in difficoltà sanno che c’è qualcuno pronto ad ascoltare.
È una casa aperta. Aperta ai medici, agli odontoiatri, agli specialisti, ai medici di medicina generale. Aperta alle istituzioni — e ringrazio le autorità presenti oggi per la loro vicinanza. Aperta alla FNOMCeO nazionale, con cui condividiamo una visione e un impegno che va oltre i confini provinciali.
E aperta, soprattutto, ai cittadini. Perché questa casa esiste per loro. Per chi si ammala e cerca cura. Per chi ha paura e cerca una mano. Per chi non capisce la propria diagnosi e ha bisogno di qualcuno che gliela spieghi con parole vere.
Conclusione
Colleghi, amici, autorità: oggi non inauguriamo solo una sede. Inauguriamo una promessa. La promessa che questa comunità medica continuerà a essere un presidio di umanità in questa città e in questa provincia.
Ai Presidenti che mi hanno preceduto: grazie. Avete tenuto in piedi questa casa quando non era facile.
Ai colleghi del Consiglio e a tutti gli iscritti: grazie. Siete voi questa istituzione.
E a tutti voi qui presenti: benvenuti nella casa dei Medici di Vercelli.
Pubblicato l’avviso pubblico per la manifestazione di interesse finalizzata alla gestione del servizio di ristorazione in occasione di Risò – Festival Internazionale del Riso, in programma a Vercelli dall’11 al 14 settembre 2026.
Il bando riguarda l’area bar, il padiglione food e la ristorazione, tre ambiti centrali per costruire un’esperienza capace di raccontare il riso non solo come prodotto agricolo, ma come simbolo identitario, culturale e gastronomico del territorio.
Risò nasce infatti con l’obiettivo di valorizzare il riso vercellese e italiano in tutte le sue dimensioni: dalla produzione agricola alla trasformazione, dalla ricerca alla cucina, dalla storia del paesaggio risicolo alla sua proiezione internazionale. Un prodotto che appartiene profondamente all’identità di Vercelli e del Piemonte e che, proprio attraverso il Festival, potrà essere raccontato al grande pubblico, agli operatori, ai buyer e agli appassionati di cultura gastronomica.
La ristorazione avrà un ruolo decisivo in questa narrazione.
L’area bar, il padiglione food e la proposta gourmet saranno infatti chiamati a trasformare il riso in esperienza: un’occasione per far conoscere la qualità dei chicchi, la versatilità delle varietà, la forza della tradizione risicola e la capacità della cucina italiana di reinterpretare un ingrediente antico in chiave contemporanea.
Il riso vercellese, piemontese e italiano, infatti, è molto più di una materia prima: è paesaggio, lavoro, competenza, acqua, terra e memoria. È il risultato di una filiera che unisce agricoltori, imprese, tecnici, trasformatori, chef e istituzioni in un percorso comune di tutela e valorizzazione. Portarlo al centro di un Festival internazionale significa riconoscerne il valore economico, culturale e sociale, ma anche affermare con forza il ruolo dell’Italia tra i grandi protagonisti mondiali della qualità agroalimentare.
L’edizione 2026 di Risò intende quindi rafforzare il legame tra territorio e tavola, offrendo ai visitatori un percorso in cui il riso diventa racconto, degustazione, incontro e scoperta.
Dalla cucina più popolare alla ristorazione d’autore, il Festival sarà un luogo in cui la tradizione potrà dialogare con l’innovazione, dando spazio a interpretazioni diverse e valorizzando la straordinaria ricchezza del patrimonio risicolo italiano.
Come riportato nell’avviso pubblicato dal Comune di Vercelli, le manifestazioni di interesse dovranno pervenire entro le ore 12.00 del 18 maggio 2026, mediante domanda di partecipazione redatta secondo il modello predisposto, debitamente compilata e sottoscritta dal legale rappresentante del proponente, unitamente a un documento di identità in corso di validità, e trasmessa via PEC all’indirizzo indicato dall’Amministrazione comunale.
Con questo avviso, Risò compie un ulteriore passo verso un’edizione che punta a essere sempre più partecipata, attrattiva e rappresentativa della filiera.
La qualità della proposta gastronomica sarà uno degli elementi chiave per accogliere il pubblico e per trasmettere, attraverso il linguaggio immediato del cibo, il valore di un’eccellenza che appartiene alla storia di Vercelli e al futuro dell’agroalimentare italiano.
Il Festival Internazionale del Riso si conferma così non solo come evento di promozione, ma come progetto culturale e territoriale capace di unire economia, tradizione, cucina, turismo e identità.
Un appuntamento pensato per far conoscere al mondo il riso vercellese e italiano, celebrandone la qualità e restituendo al pubblico il senso profondo di una coltura che ha modellato il paesaggio, il lavoro e la storia di un’intera comunità.
Per maggiori informazioni: https://www.comune.vercelli.it/novita/avvisi/pubblicato-lavviso-pubblico-per-manifestazione-interesse-al-servizi
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