I Medici della provincia di Vercelli hanno una nuova “casa”.
La nuova sede dell’Ordine dei Medici ed Odontoiatri è stata inaugurata oggi, nei moderni e funzionali locali di Corso San Martino.

La cerimonia semplice e partecipata ha visto la presenza delle Autorità (tutte rappresentate nell’intervento del Sindaco di Vercelli, Roberto Scheda), così come di tanti colleghi giunti da molte parti d’Italia e soprattutto dalle sedi regionale (con il Presidente Federico D’Andrea) e nazionale, con il Vice Presidente Giovanni Leoni ed il Segretario nazionale Roberto Monaco.
I loro interventi nel video che proponiamo a corredo di questo testo, insieme alle immagini di una piccola gallery.

Non meno importante la benedizione dei locali e delle persone che vi lavoreranno e frequenteranno l’Ordine, impartita da Don Bruno Capuano, responsabile diocesano per la Pastorale della Salute.
L’intervento del presidente Giovanni Scarrone è ripreso qui di seguito integralmente per iscritto.
Vi si leggono (tra le altre cose) i nomi di Medici che hanno fatto la storia dell’Ordine e della professione.
Tra i tanti – tutti si sono prodigati per la Categoria – ci piace ricordare il fondatore, il Dott. Luigi Binelli, uomo di cultura enciclopedica, figura autorevolissima non soltanto in ambito sanitario.
Ma ecco ora l’intervento del presidente Scarrone, comprensibilmente compiaciuto per il bel risultato messo a segno, con questa nuova e funzionale sede da parte sua e dei suo colleghi.
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Benvenuti in questa casa. La casa dei Medici di Vercelli.
Ho scelto di cominciare con queste parole — casa — perché un Ordine professionale non è un ufficio, non è una struttura burocratica, non è un indirizzo. È un luogo di appartenenza. È il punto in cui una comunità di professionisti riconosce sé stessa, si misura con i propri valori, custodisce la propria identità.
Oggi inauguriamo una sede nuova. Ma inaugurare non significa cominciare da zero. Significa portare con sé tutto ciò che è stato, e offrirgli uno spazio degno del futuro.
Una storia fatta di persone
Permettetemi di fermarmi un momento su chi mi ha preceduto. Perché questa casa che apriamo oggi porta i segni del loro lavoro, della loro dedizione, del loro amore per questa professione.
Il dottor Luigi Binelli, che ci ha lasciati, ma che è qui oggi — presente — nella figura di sua figlia, medico come lui. Quando vedo in lei la continuità di una vocazione familiare alla medicina, sento che il testimone non è mai davvero caduto. Dottor Binelli, la sua opera vive.
Il Professor Franco Carcò, qui con noi questa mattina. Professore, lei ha contribuito a costruire la credibilità scientifica e morale di questo Ordine in anni che non erano facili. La ringrazio per la sua presenza, e soprattutto per la sua eredità.
E poi c’è Piergiorgio Fossale — al quale mi lega qualcosa che va oltre la stima professionale e il rispetto istituzionale. Siamo nati nello stesso paese. Abbiamo camminato sulle stesse strade. Ho visto come ha portato la sua intelligenza e la sua sensibilità non solo nella medicina, ma nella vita civile di questa città, nell’Amministrazione comunale, nella cultura delle neuroscienze, nell’amore per l’arte. Piergiorgio, tu sei la prova vivente che un medico è sempre, prima di tutto, un uomo che guarda il mondo con occhi interi.
E infine il dottor Germano Giordano, che oggi non può essere con noi — trattenuto da un’assenza che è però motivo di gioia: l’arrivo di sua figlia dall’Australia. Caro Germano, la tua famiglia è qui con noi nel pensiero. E noi siamo con te.
Trent’anni in questa casa
Sono Presidente da due anni. Ma sono dentro questo Ordine da trent’anni. E voglio che questo sia chiaro, perché non mi sento il nuovo inquilino di questa sede: mi sento parte di un edificio che si è costruito nel tempo, mattone dopo mattone, con il contributo di chi mi ha preceduto e di tutti i colleghi che hanno creduto in questa istituzione.
Trent’anni ti insegnano che un Ordine professionale è vivo quando sa ascoltare. Quando non si chiude in sé stesso. Quando capisce che rappresentare i medici significa, in ultima analisi, servire i pazienti.
L’Ordine: una garanzia per tutti
Cosa è, concretamente, un Ordine professionale? Me lo chiedono spesso i cittadini, e la risposta è più semplice — e più importante — di quanto si pensi.
L’Ordine è una garanzia. Una garanzia per i pazienti, prima di tutto: chi porta il titolo di medico iscritto al nostro Albo ha superato una formazione rigorosa, rispetta un codice deontologico preciso, è sottoposto a verifica continua della propria condotta professionale. Quando vi affidate a un medico iscritto all’Ordine, non vi affidate a una sigla: vi affidate a una comunità che ha assunto una responsabilità su di lui.
L’Ordine è una garanzia per le istituzioni: siamo l’interlocutore autorevole della sanità pubblica e privata, il punto di riferimento per la politica sanitaria locale e nazionale. Non parliamo per noi stessi — parliamo in nome di una professione che ha una storia, una scienza, un’etica.
E l’Ordine è una garanzia per i medici stessi. Perché in un tempo in cui la professione medica è esposta ad attacchi crescenti — alla medicina difensiva, alle aggressioni fisiche nei pronto soccorso, alla delegittimazione pubblica, alle ingerenze che minacciano l’autonomia clinica — l’Ordine è il luogo in cui il medico sa di non essere solo. È qui che le sue prerogative vengono difese. È qui che la sua dignità professionale trova tutela.
Deontologia ed etica non sono vincoli imposti dall’esterno. Sono la nostra cifra identitaria. Sono ciò che distingue l’atto medico da qualsiasi altra prestazione di servizio. Sono la ragione per cui la società ci riconosce — e deve riconoscerci — un ruolo speciale nella vita delle persone.
Umani tra gli umani
C’è qualcosa, però, che nessun codice deontologico può insegnare, e che nessun titolo accademico conferisce. È la capacità di stare accanto a chi soffre non da una posizione di superiorità tecnica, ma da una posizione di comunione umana.
Il medico non è un essere separato dalla condizione umana. È un essere umano tra gli esseri umani. Conosce la paura, conosce il dolore, conosce la fragilità — perché anche lui è mortale, anche lui si ammala, anche lui un giorno avrà bisogno di essere curato. Ed è proprio questa consapevolezza che lo rende capace di una cura autentica.
Quando un medico entra in una stanza d’ospedale o in uno studio, non porta solo la sua scienza. Porta la sua umanità. Porta la capacità di ascoltare non solo i sintomi ma le parole, non solo la diagnosi ma la storia di quella persona. Partecipa alla sofferenza del paziente — non la subisce passivamente, non la gestisce da lontano: la riconosce, la incontra, vi si fa presente.
Questa partecipazione alla sofferenza altrui è il cuore della relazione di cura. Ed è ciò che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai replicare. Le macchine elaborano dati. I medici incontrano persone.
Il medico: un presidio dell’umanità
Oggi viviamo un momento di profonda trasformazione della medicina. La tecnologia avanza, gli algoritmi diagnosticano, l’intelligenza artificiale elabora dati con una velocità e una precisione straordinarie. E tuttavia io sono qui a dirvi, con la stessa convinzione di trent’anni fa: il medico è insostituibile.
Non perché sia più veloce di una macchina. Ma perché esercita secondo scienza e coscienza — come recita il giuramento che abbiamo tutti pronunciato. Scienza e coscienza insieme: non una senza l’altra. La scienza senza coscienza è calcolo. La coscienza senza scienza è improvvisazione. Il medico è il punto in cui le due si incontrano, nella responsabilità di fronte a una persona reale, con un nome, una storia, una famiglia.
Se non ci sono medici, chi vi cura?
Me lo chiedo spesso, e ve lo chiedo oggi, in questo giorno di festa. Perché questa domanda non è retorica. È la domanda più concreta che esista. In un Paese dove la medicina territoriale si svuota, dove i giovani medici emigrano, dove i pronto soccorso sono al collasso, dove i tempi di attesa si misurano in mesi — questa domanda urge una risposta.
L’Ordine dei Medici è qui per questo. Per ricordare alle istituzioni, alla politica, alla società civile che la sanità non è una voce di costo. È una voce di civiltà. E che senza medici — senza medici formati, tutelati, valorizzati, liberi di esercitare secondo scienza e coscienza — non c’è sistema sanitario che tenga.
Questa casa è aperta
La nuova sede che inauguriamo oggi non ha colonne né affreschi. Ma ha qualcosa di più importante: ha uno scopo. È il luogo in cui i medici di Vercelli possono riconoscersi come comunità. In cui i giovani che si affacciano alla professione trovano un riferimento. In cui i colleghi in difficoltà sanno che c’è qualcuno pronto ad ascoltare.
È una casa aperta. Aperta ai medici, agli odontoiatri, agli specialisti, ai medici di medicina generale. Aperta alle istituzioni — e ringrazio le autorità presenti oggi per la loro vicinanza. Aperta alla FNOMCeO nazionale, con cui condividiamo una visione e un impegno che va oltre i confini provinciali.
E aperta, soprattutto, ai cittadini. Perché questa casa esiste per loro. Per chi si ammala e cerca cura. Per chi ha paura e cerca una mano. Per chi non capisce la propria diagnosi e ha bisogno di qualcuno che gliela spieghi con parole vere.
Conclusione
Colleghi, amici, autorità: oggi non inauguriamo solo una sede. Inauguriamo una promessa. La promessa che questa comunità medica continuerà a essere un presidio di umanità in questa città e in questa provincia.
Ai Presidenti che mi hanno preceduto: grazie. Avete tenuto in piedi questa casa quando non era facile.
Ai colleghi del Consiglio e a tutti gli iscritti: grazie. Siete voi questa istituzione.
E a tutti voi qui presenti: benvenuti nella casa dei Medici di Vercelli.























