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GRIGNASCO - Un saluto all’Artista sensibile e di grande valore Maria Teresa Pascarelli - Il ricordo di Piera Mazzone    

Le commoventi parole delle nipoti Giorgia e Gaia Maria Teresa

Valsesia e Valsessera

Una cerimonia privata ha segnato l’estremo saluto a Maria Teresa Pascarelli: così era la sua volontà, ed i familiari l’hanno rispettata: “Corri oltre l’infinito del cielo, la tua luce sarà la nostra guida. Con Amore, la tua Famiglia”.

Maria Teresa, silenziosamente e in punta di piedi, ha raggiunto la vetta più alta, custodita dalla luce delle stelle. Sulla bara chiara un cofano colorato come la sua tavolozza di pittrice, composto con i fiori che si trovano nei giardini di maggio.

Le persone che l’avevano conosciuta, amata ed apprezzata si sono disposte a semicerchio per ascoltare le parole di commiato di Federica, Piera, Katia, della figlia Michela e delle due nipoti Giorgia e Gaia.

Il marito Pino l’ha salutata con i versi della poesia di Eugenio Montale: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino”.

Prima che il feretro partisse Federica Perazzi ha letto: “La morte non è niente” attribuita a Sant’Agostino, che descrive la separazione come l’essere semplicemente “nella stanza accanto”, mantenendo immutato il legame d’amore.

Ricordo delle nipoti Giorgia e Gaia

Per noi non sei stata solo una nonna. Sei stata una seconda mamma, una presenza costante, un punto di riferimento. Se chiudiamo gli occhi ti rivediamo lì, in salotto, con il tavolino apparecchiato e “La signora in giallo” in sottofondo, mentre cucinavi le tue tagliatelle panna e pancetta che tanto ci rendevano felici. Ci viene da sorridere pensando a quando, durante il tuo sacro pisolino, io e mia sorella facevamo le sciocche non lasciandoti dormire…e tu ti arrabbiavi, ma dopo pochi minuti ti riaddolcivi.

Ci hai cresciute riempiendoci anche di piccoli vizi: i Cuccioli cerca amici, gli ovetti della Kinder, i cioccolatini che rubavamo dalla portiera della macchina. Sei stata anche un’eroina per noi, come quella volta in montagna, quando in bagno hai affrontato quel ragno enorme che ci terrorizzava. Ricordiamo i caldissimi viaggi in macchina con i finestrini chiusi…perché altrimenti ci saremmo ammalati tutti. Ci hai insegnato a dipingere, ad essere creative, ad usare le mani e la fantasia, ma soprattutto ci hai insegnato cosa vuol dire prendersi cura di qualcuno, ogni giorno, senza mai tirarsi indietro. Oggi più che mai siamo infinitamente grate per la nonna che sei stata e sempre sarai. Siamo felici di averti accudita e accompagnata, soprattutto negli ultimi difficili anni, con lo stesso amore con cui tu l’hai fatto ogni giorno della nostra vita.

Ciao Nonnì, le tue Ciudìn e Sachetìn.

Ricordo di Maria Teresa Pascarelli

Nella vita quelle che sembrerebbero curiose coincidenza, se lette in modo più attento, rivelano qualcosa di molto più profondo, soprattutto quando si tratta di persone care che stanno per affrontare l’ultimo viaggio ed intendono accomiatarsi dagli affetti.

E’ stato così anche per Maria Teresa, artista sensibile, discreta, di grande modestia, che ebbi l’onore di ospitare due volte in mostre personali allestite in Biblioteca a Varallo.

Nel 2012: “I nostri luoghi”, una serie di oli, acquerelli e pastelli ispirati ai paesaggi del nostro territorio, dalle risaie alle montagne. Tecniche diverse per raccontare non solo la Valsesia, perché gli spazi di Maria Teresa sono quelli del cuore, dell’anima: la Valle d’Aosta dov’è nata, le colline di Grignasco con le ultime viti, gli alpeggi della Valsesia, la Sesia, che dopo aver raccolto i torrenti della montagna, si avventura verso la piana vercellese per portare il suo omaggio al grande fiume, che dà vita alla pianura delle “terre d’acqua”, le risaie con le camere separate da argini sottili in cui l’acqua riflette il cielo, paesaggi riproposti in immagini raccolte nel percorso quotidiano verso Vercelli per frequentare le lezioni del Maestro Renzo Roncarolo, l’indimenticabile Pimpi, al Belle Arti.

Momenti” del 2015, per indicare i tempi diversi della vita, il trascorrere dei giorni e delle stagioni che regalano sempre nuove emozioni

Maria Teresa non era un hobbista, ma aveva seguito dei corsi di disegno dal vero e di incisione su zinco (acquaforte) e si era diplomata in Pittura e Decorazione.

Attraverso la partecipazione a molte mostre collettive a Grignasco, Ghemme, Guardabosone, Trivero, Valduggia, Castellamonte, Novara, Ivrea, aveva riscosso un notevole successo di pubblico e di critica, che l’avevano incoraggiata a proseguire e a sperimentare nuove modalità espressive.

Nelle sue ultime mostre era il colore che disegnava le figure: “Visioni”, del 2016, allestita nella Gèsa Vegia, Santa Maria delle Grazie, segnò un progressivo alleggerirsi dalla realtà interiorizzandola e trasformandola attraverso quell’impeccabile strumento di precisione che è la memoria: riaffiorarono sposi del 1900, il cappotto rosso, l’abito da sposa dell’adorata figlia, ma anche l’amica pittrice Ada Negri alla mostra a San Fedele a Milano, che trasognata stringeva al petto un mazzo di fiori.

Negli ultimi giorni mi era capitato più volte di pensare a Maria Teresa, sospesa in una vapore d’irrealtà, che diceva con voce pacata e tranquilla: “E’ tutto così sbiadito, vorrei sforzarmi di illuminare i miei ricordi, ma la fiammella è sotto una violenta pioggia e ho paura che si spenga”.

Turbata guardavo i suoi quadri che mi aveva donato. Le bambine in costume valsesiano, che lei, nata in Valle d’Aosta, a Chambave, sentiva appartenergli, quasi fosse un’icona d’identità.  Per Maria Teresa l’infanzia era una cosa molto seria, in cui si gettavano i semi di un’intera vita, lo stesso gioco diventava metafora: “Ci si gioca la vita per un’idea”: lei lo aveva fatto per l’Arte. 

Il delicato acquerello dell’isola di San Giulio, guardata dalla terraferma, si trasformava in una sorta di commiato, soffuso, evanescente, come l’”isola non trovata”, cantata da Francesco Guccini, imprendibile, quasi come Itaca, che attraverso i versi del poeta greco Costantino Kavafis dà senso al viaggio di una vita intera per raggiungerla, un incamminarsi leggero, fino a perdersi nella grande luce.

L’ironico Gatto di Alice, lo Stregatto (Cheshire Cat), il gatto magico che appare e scompare, che simboleggia l’ambiguità, la follia razionale, la saggezza enigmatica, ma anche la transitorietà e la natura elusiva della verità. Famoso per il suo sorriso persistente che rimane anche quando il corpo svanisce, rappresenta un ponte tra la realtà e la follia del Paese delle Meraviglie: “Siamo tutti matti qui“, spiegava ad Alice, evidenziando come la logica ordinaria non valesse, così come non serve nel mondo dell’Arte.  Quel gatto è un’entità che non ha bisogno di un corpo per esistere, un sorriso senza gatto che sfida la realtà, e forse era proprio questo cui lei alludeva: “Di me resterà la gentilezza e la mia Arte quando il mio corpo scomparirà”.

Vai in pace cara Amica, dove ritroverai le Tue radici e ci riunirai tutti in un unico grande Bene.

Piera

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Redazione di Vercelli

Posted in Cronaca