Mese: Maggio 2026
Si è svolta ieri, giovedì 28 maggio, all’Asl di Vercelli una relazione dedicata alla partoanalgesia della dottoressa Alessandra Kustermann, già direttrice della Ginecologia e Ostetricia della Clinica Mangiagalli di Milano e presidente dell’associazione SVS Donna Aiuta Donna: un momento importante per il futuro del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Vercelli.
“Vogliamo che le future mamme vercellesi tornino a scegliere il loro ospedale per far nascere i bambini, per questo l’incontro di oggi non deve essere letto come un fatto estemporaneo – ha dichiarato Carlo Riva Vercellotti, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale – ma come un ulteriore passo in un percorso già avviato per rilanciare la ginecologia e ostetricia di Vercelli”.
“Numeri alla mano – prosegue Riva Vercellotti – negli ultimi anni il reparto ha attraversato difficoltà importanti che ne hanno persino messo a rischio l’esistenza stessa. Sarebbe un fatto grave per una città capoluogo”.
Riva Vercellotti sottolinea inoltre il lavoro avviato dalla Direzione: “Ben ha fatto l’Azienda a indicare con chiarezza il rilancio del reparto come obiettivo prioritario. Per raggiungerlo è stata necessaria un’organizzazione più strutturata, un percorso già avviato e che sta dando segnali incoraggianti. Bene investire su medici e personale infermieristico, ma serve ora anche un reparto più moderno, funzionale e accogliente rispetto a quello attuale. In questa direzione va l’importante annuncio di oggi relativo alla donazione di 250 mila euro, risorse che saranno interamente destinate a migliorare l’accoglienza e la qualità degli spazi del reparto”.
Tra gli aspetti centrali del rilancio c’è però l’introduzione della partoanalgesia epidurale attiva 24 ore su 24.
“Serve creare le condizioni affinché le vercellesi trovino qui i migliori servizi e la migliore assistenza, avendo finalmente anche la possibilità di accedere all’epidurale. L’assenza di questo servizio è stata, senza girarci intorno, una delle cause principali del drastico calo dei parti. Era una situazione grave che finalmente viene sanata”.
“Dal prossimo mese anche a Vercelli sarà possibile effettuare l’epidurale H24, perché partorire limitando le sofferenze è un diritto sacrosanto che deve essere garantito alle future mamme”.
“Il parto – conclude Riva Vercellotti – è uno dei momenti più importanti nella vita di una donna, forse il più importante. Non deve creare ansie, ma essere vissuto in piena sicurezza e con un dolore quanto più possibile controllato. La partoanalgesia rappresenta una condizione minima per riportare le nostre future mamme a scegliere Vercelli, potendo contare su un’équipe medica e infermieristica di assoluto valore”.
Per restare sempre aggiornato sui contenuti offerti
da VercelliOggi.it aderisci ai nostri Canali Social:
Iscriviti alla nostra pagina Facebook
e al nostro Gruppo pubblico di Facebook
al nostro account di Instagram
Redazione di Vercelli
TORINO, 28/05/2026 – Ci sono locali che attraversano il tempo senza inseguire le mode: restano fermi mentre tutto intorno cambia, e proprio per questo diventano punti di riferimento. Il Delfino Blu appartiene a questa categoria rara: non è solo un ristorante di pesce a Torino, ma un pezzo della memoria collettiva della città.
La storia del locale è legata indissolubilmente a quella del suo patron, il Cavalier Peter, uomo riservato, poco incline ai riflettori, ma profondamente rispettato nel mondo della ristorazione. Cavaliere e Commendatore della Repubblica Italiana, titoli che non gli sono stati consegnati per anzianità, ma per una carriera costruita con determinazione, spirito di sacrificio e quella visione imprenditoriale che si misura sul lungo periodo.

«La cucina di pesce non deve stupire con artifici: deve emozionare con la verità del sapore», dice Peter; una frase che racconta bene la filosofia del Delfino Blu. Molto prima che il pesce diventasse una moda diffusa anche nelle città lontane dal mare, a Torino esisteva già un luogo capace di raccontare il Mediterraneo con autenticità e continuità.
Un’idea precisa di ospitalità
Chi lo conosce descrive Peter come un uomo elegante nei modi ma estremamente concreto nelle scelte: dietro l’immagine dell’imprenditore si percepisce una personalità che ha sempre considerato il ristorante non solo come attività commerciale, ma come responsabilità verso le persone.
«Un cliente deve sentirsi atteso, non semplicemente servito», ha dichiarato più volte, ed è questa la sensazione che si prova entrando al Delfino Blu: il ritmo della sala, la cura del servizio, il pescato selezionato con attenzione e l’atmosfera raffinata ma mai ostentata restituiscono l’idea di una ristorazione costruita quando l’ospitalità aveva ancora un significato profondo.
Negli anni il locale è diventato uno dei luoghi simbolo delle occasioni importanti torinesi: professionisti e imprenditori lo scelgono per cene d’affari dove contano discrezione e autorevolezza, le famiglie vi celebrano momenti destinati a restare nella memoria, e molte coppie continuano a considerarlo una cornice ideale per un appuntamento speciale.
Il mare in tavola: crudo, plateau e specialità che hanno fatto storia

La proposta gastronomica del Delfino Blu si costruisce intorno ai grandi classici della cucina di mare, con particolare attenzione alla qualità del crudo e dei frutti di mare. Le cruditè rappresentano uno dei punti di forza della casa: ostriche, conchiglie, scampi, gamberi e ricci di mare vengono serviti con quella semplicità che è il banco di prova più rigoroso per chi lavora il pescato, perché la materia prima si presenta senza mediazioni e deve parlare da sola.
Ma è il Plateau Royal a essere diventato nel tempo il vero simbolo del ristorante, un’icona che ha attraversato generazioni di clienti: una composizione monumentale di frutti di mare, crostacei e molluschi che non è solo un piatto, ma una dichiarazione di intenti, un modo per portare il mare a Torino con tutta la sua abbondanza e la sua nobiltà. Accanto a questo, la paella valenciana ha conquistato negli anni uno spazio altrettanto riconoscibile nella memoria dei torinesi, diventando un appuntamento fisso per chi cerca una preparazione gustosa e declinata alla mediterranea, rispetto a quella tipicamente spagnola.
«Il pesce va rispettato prima ancora di essere cucinato e questo significa sceglierlo con cura, conoscerne la provenienza, e lasciare che sia lui a guidare il piatto, non la mano dello chef che vuole impressionare». Una filosofia che si ritrova in ogni portata, dalle linguine all’astice ai paccheri ai frutti di mare, dalle grigliate ai secondi al forno, sempre con l’obiettivo di esaltare il sapore naturale della materia prima senza coprirlo con elaborazioni eccessive.
La forza della coerenza
Il Delfino Blu non è mai diventato un ristorante “alla moda” nel senso più effimero del termine, eppure proprio questa autenticità lo ha reso un simbolo di eleganza riconosciuta, un luogo che comunica status e raffinatezza attraverso la propria storia e non attraverso artifici estetici.
In una città sempre più dinamica e internazionale, il ristorante conserva il fascino raro dei luoghi che non hanno bisogno di reinventarsi continuamente per restare autorevoli. La sua forza è la coerenza e molti clienti lo considerano ormai una vera istituzione cittadina, perché qui il pesce non è mai stato soltanto una proposta gastronomica: è stato un modo per portare il mare dentro Torino con stile, continuità e autenticità.
«Quando una persona torna dopo anni e ritrova la stessa attenzione, allora capisci di aver lavorato bene», racconta il Cavaliere.
E queste sono parole che spiegano meglio di qualsiasi slogan il motivo per cui il Delfino Blu continua a occupare un posto speciale nella memoria della città.
Una cena qui non rappresenta soltanto un’esperienza culinaria, ma l’ingresso in una storia fatta di eleganza, fiducia e tradizione ed è, probabilmente, proprio questa la grandezza del Delfino Blu e del Cavalier Peter: aver trasformato un ristorante in un luogo della memoria collettiva torinese.
Delfino Blu
Corso Orbassano 277, 10137 – Torino
Telefono: 011.311.50.80
Sito: https://www.ristorantedelfinoblu.net/
L’inaugurazione vera e propria sarà domani, 29 maggio, nell’area adiacente la basilica di Sant’Andrea a Vercelli.
Ma i protagonisti della Fattoria in Città, che quest’anno spegne le 20 candeline ed è quindi poco più grande di loro, sicuramente giovane, sono e sono sempre stati i bambini.
Perciò oggi hanno avuto campo libero per il primo giorno, tutto per loro.

Molti i laboratori che li hanno portati a contatto con la vita e l’economia della campagna, di quel contesto agro rurale di cui spesso sentono parlare, ma di rado possono conoscere, sia pure per brevi “clip” introduttive.
Oggi hanno imparato come si fa il formaggio con il latte di capra.
Hanno visto cucinare i risotti.

Per farli incontrare con una risaia, le Signore di Donne e Riso, pragmatiche come sono sempre state ed anche oggi con la nuova Presidente Federica Busso, ne hanno portata qui una in miniatura: con il riso appena germogliato, centimetro più, centimetro meno, proprio come accade in questi giorni in piena camera di risaia.

La grande kermesse del territorio è stata presentata qualche giorno fa presso la sede di Ascom, l’Associazione Commercianti incubatrice di questa idea che si deve alla vision dell’indimenticato Felix Lombardi.

Ora ne hanno raccolto il testimone il presidente Angelo Santarella, il direttore Andrea Barasolo e la “madre” della Fattoria, Paola Bussi.
Giorni intensi di iniziative e proposte, che illustreremo da domani, dopo l’immancabile taglio del nastro.
Nella giornata odierna si è svolta presso la Prefettura di Vercelli una riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presieduta dal Prefetto Lucio Parente, alla quale hanno partecipato il Sindaco della Città di Vercelli, Roberto Scheda, accompagnato dal Vicesindaco, Domenico Sabatino, dall’Assessore alla viabilità, mobilità e trasporti, Paolo Campominosi, e dal Comandante della Polizia Locale, Ivana Regis, il Questore, Giuseppina Suma, il Comandante provinciale dei Carabinieri, Pier Enrico Burri, il Comandante provinciale della Guardia di Finanza, Luca Vassena, il Dirigente della Sezione Polizia Stradale di Vercelli, Cinzia Principio, nonché rappresentanti della Provincia, dei Vigili del Fuoco, del 118 e delle Associazioni di categoria del commercio e dell’artigianato.
Nel corso dell’incontro è stato effettuato un approfondito punto della situazione sull’andamento della sicurezza nel territorio provinciale, con particolare attenzione ai fenomeni di criminalità diffusa e alle iniziative di prevenzione e controllo del territorio.
In tale ambito, è stato evidenziato come la costante e sinergica collaborazione tra le Forze di Polizia continui a produrre risultati positivi sia sul piano della prevenzione sia su quello del contrasto ai fenomeni criminosi, non registrandosi, allo stato, episodi di particolare rilievo sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica.
A conferma del quadro complessivamente positivo del territorio vercellese, sono stati richiamati anche i dati contenuti nell’ultimo “Indice della Criminalità” pubblicato dal Sole 24 Ore, nel quale la provincia di Vercelli si colloca all’81° posto su 107 province italiane per numero di denunce ogni 100.000 abitanti, confermandosi tra i territori con un livello di delittuosità inferiore alla media nazionale, nonché quelli del rapporto “Qualità della Vita”, sempre elaborato dal Sole 24 Ore, in cui la provincia di Vercelli ha conquistato il 16° posto assoluto in Italia nella categoria “Giustizia e Sicurezza”, dato particolarmente significativo sotto il profilo della tutela della sicurezza pubblica e delle attività, coordinate in sede di Comitato, di prevenzione e di contrasto svolte dalle Forze di Polizia sotto la guida e la direzione della Magistratura vercellese.
Pur in un contesto caratterizzato da dati complessivamente positivi sotto il profilo della sicurezza pubblica, particolare attenzione è stata dedicata al fenomeno delle truffe ai danni delle persone anziane, che continua a rappresentare una delle tipologie di reato maggiormente diffuse e insidiose, soprattutto in ragione della particolare vulnerabilità delle vittime; fenomeno che, peraltro, negli ultimi tempi sta interessando tutte le fasce d’età della popolazione.
Con riguardo alla suddetta problematica, il Comitato ha condiviso la necessità di rafforzare ulteriormente le attività di sensibilizzazione e prevenzione, anche mediante la predisposizione di un apposito vademecum informativo, elaborato in sinergia tra Prefettura, Forze di Polizia e Polizia Locale, con la collaborazione delle Associazioni di categoria che hanno manifestato disponibilità a concorrere alla diffusione delle informazioni utili alla cittadinanza.
Nel corso della riunione è stato inoltre affrontato il tema della cosiddetta “movida”, anche alla luce dell’intensificarsi delle iniziative sociali, ricreative e commerciali previste nel periodo estivo.
Al riguardo, è stata condivisa la pianificazione di servizi rafforzati sul territorio, che vedranno il coinvolgimento coordinato delle Forze di Polizia e della Polizia Locale, con particolare attenzione ai profili della sicurezza urbana e stradale, ai fenomeni di disturbo della quiete pubblica e ai comportamenti inurbani, nonché al rispetto delle disposizioni in materia di decoro cittadino.
In tale contesto, verrà diffuso, a cura della Polizia Locale, un vademecum contenente raccomandazioni operative e disposizioni rivolte agli esercizi pubblici e agli avventori, finalizzato a promuovere comportamenti responsabili e a favorire una serena e ordinata fruizione degli spazi cittadini durante la stagione estiva.
Verranno predisposti, inoltre, specifici servizi finalizzati a prevenire il fenomeno delle cosiddette “stragi del sabato sera”, con particolare attenzione agli episodi connessi all’abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti, nonché alle imprudenze alla guida suscettibili di compromettere la sicurezza della circolazione stradale, soprattutto nei fine settimana e nelle ore notturne.
Particolare attenzione verrà dedicata agli eventi organizzati da “Ascom” nel Comune capoluogo, nei prossimi fine settimana, tra cui la “Fattoria in Città” e la “Notte Bianca”, in considerazione del significativo afflusso di persone previsto e del conseguente incremento della circolazione, anche nelle ore serali e notturne. Analoghi servizi verranno altresì predisposti nel restante territorio provinciale, anche in relazione alle ulteriori iniziative in programma, tra cui l’“Alpàa Festival” nel Comune di Varallo, con specifico riguardo alla prevenzione dell’incidentalità stradale e alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Al termine della riunione, il Prefetto ha espresso apprezzamento per l’impegno quotidianamente assicurato dalle Forze di Polizia e da tutti i soggetti coinvolti in favore della collettività, sottolineando l’importanza della collaborazione interistituzionale quale elemento essenziale per garantire elevati livelli di sicurezza e di vivibilità del territorio.
Per restare sempre aggiornato sui contenuti offerti
da VercelliOggi.it aderisci ai nostri Canali Social:
Iscriviti alla nostra pagina Facebook
e al nostro Gruppo pubblico di Facebook
al nostro account di Instagram
Redazione di Vercelli
(elisabetta acide) – Con la “Mater et Magistra”: San Giovanni XXIII aveva ricordato l’importanza da parte della Chiesa di “guidare” ed orientare sempre al bene comune, affermare la dignità della persona e guidare alla “pienezza di vita”.
Un “orientamento” che Papa Leone XIV ha espresso in questo tempo in cui, la Chiesa è chiamata a “guidare” nella riflessione e nelle “sfide”.
E non si “perde” in discorsi prolungati, ma entra subito nel “vivo”.
(Leggi cliccando qui il testo integrale dell’Enciclica)
***
Al numero 1 – Introduzione dell’Enciclica Magnifica Humanitatis, subito leggiamo :
“Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo», citando la Costituzione dogmatica del Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et Spes al numero 22.
***
– Guarda cliccando qui il video integrale della presentazione del 25 maggio scorso –
Il tempo del “nuovo umanesimo”.
Umanesimo per gli uomini e le donne del nostro tempo… “vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti” (n.2) .
Tutti “chiamati” e “convocati”, in un dialogo che è il nome stesso della Chiesa (cfr. Giovanni Crisostomo “Chiesa e Sinodo sono sinonimi”, perché la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” del “Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore”).
***
Strade dell’impegno e della riflessione “planetaria” per
“chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo» (n.4) come affermava Benedetto XVI nell’ enciclica Caritas in veritate.
***
L’umanesimo dei “tempi complessi” e delle “leggi planetarie”, che deve fare i conti con riflessioni che chiedono di “pensare al futuro” riponendo al centro l’uomo con “lucidità e responsabilità” (n.5) in un tempo in cui Stati e privati intendono “guidare” con mezzi e risorse il potere tecnologico (n.5).
L’interconnessione, l’interdipendenza, ci chiede un cambiamento di paradigma, di visione, di interpretazione per il “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo (n.6)
Un umanesimo che propone una “svolta” ed un nuovo approccio alla tecnologia ed all’utilizzo dell’A.I. al “servizio dell’intelligenza umana”.
Un “mezzo”, non il “centro”.
Lo dice con chiarezza Papa Prevost:
“l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie” (n.117).
***
Sulle tracce dei predecessori
Il “solco” del nuovo umanesimo viene raccolto da Papa Leone XIV sulle tracce dei predecessori.
Il coraggio di Leone XIII che ha colto la necessità di ricordare come la Chiesa sia ”esperta di umanità” (n.19) e lancia un appello volto a “scuotere le coscienze”:
“non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo” (n.16).
Una Chiesa chiamata a riconoscere e interpretare le domande del mondo, che è “intrecciata” nel cammino dell’umanità, che è “voce” che non può essere bisbiglio, che deve offrirsi:
“ come presenza che aiuta a leggere in profondità la realtà, sostenendo con umile fermezza quelle scelte che promuovono la dignità di ogni persona, la coesione delle comunità e il bene di tutti. Così essa si pone accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso, affinché in ogni vicenda umana possa germogliare la promessa di giustizia e di pace che lo Spirito Santo continua a suscitare nel cuore dell’umanità” (n.20).
***
Giovanni Paolo II, pur non affrontando il tema della A.I., nella sua Laborem exercens aveva posto attenzione all’uomo “centro” delle riflessioni tecniche alla luce della coscienza cristiana.
Bussola etica e rispetto della dignità della persona.
***
Le riflessioni di Papa Benedetto XVI, avevano indicato l’importanza e necessità di coniugare il progresso tecnologico con il progresso etico, azione umana e morale in armonia per adeguare le potenzialità della tecnica all’azione morale umana e non funzionalismo delle esigenze dell’algoritmo.
***
Papa Francesco aveva richiamato ai rischi del “paradigma tecnico” dell’efficienza dove fraternità e e dignità umana non “trovano spazio”.
***
Ora Papa Leone, proprio per “orientare” ha il coraggio di “sintetizzare” il percorso della Chiesa e il suo impegno, sollecitando il “discernimento” attraverso due “icone” bibliche che hanno il sapore del coraggio: il brano di Ne, capitoli da 2 a 6 e il brano di Gen 11,1-9 (n.7-9).
Gerusalemme e Babele e gli episodi che ci raccontano la tentazione della presunzione dell’uomo e della sua autosufficienza e l’umiltà della scelta dei legami comunitari prima ancora del potere e della potenza da dimostrare.
Due episodi che ci invitano a “ragionare” proprio su questa necessità del “nuovo umanesimo” che si fonda su dignità della persona, solidarietà, valore dell’impegno del lavoro con le proprie mani e il proprio ingegno, equilibrata distribuzione dei beni, pace, corresponsabilità
***
Si chiama Dottrina Sociale
Ai numeri 28-45, il pontefice traccia la sintesi dei principali documenti ecclesiali che hanno accompagnato la riflessione e l’impegno della Chiesa per condurre ed accompagnare nel cammino di verità, bontà, bellezza, in un “dialogo con il mondo” che dal XIX secolo ad oggi, ha accompagnato le trasformazioni sociali.
Dai “primi passi” dell’impegno nella Dottrina sociale con Leone XIII, Pio XI ed i pontefici successivi.
Solo nel 1950, ricordiamo, il termine viene usato per la prima volta da Pio XII.
Poi il Magistero recente, per
“illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società” (n.47) per ribadire ed affermare il “centro”: l’uomo è immagine e somiglianza di Dio.
Papa Leone XIV ci richiama all’ “essenziale”:
“La Dottrina sociale della Chiesa ci riporta al cuore stesso della nostra fede: il mistero del Dio vivente, rivelato in Gesù Cristo come comunione di Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, amore in relazione, che si dona reciprocamente e si comunica al mondo” (n.48).
Il mistero del Dio-Amore rivelato da Cristo. Verbo Incarnato.
***
Quando la politica rinuncia…
E il Santo Padre (n.54-58) non manca di riflettere sulla conquista dei Diritti Umani universali, inviolabili indisponibili come “conquista” che non deve essere dimenticata, che non deve essere data per scontata, ma costantemente ribadita e difesa dalle insidie del nostro tempo che spesso si fermano ai “vantaggi dei singoli” ed ai loro “interessi”.
Leggo il richiamo esposto al numero 61 con particolare attenzione:
“Allo Stato spetta il compito di garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile, così che il bene comune possa essere realmente perseguito con il contributo di tutti. Questo significa, in concreto, che il potere pubblico ha il compito delicato di «armonizzare con giustizia» i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli. Quando la politica rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni, i discorsi sul bene comune perdono credibilità, e al tempo stesso crescono disuguaglianze e fratture sociali”.
“Coscienza” della Chiesa e degli Stati che sono chiamati a denunciare ogni violazione, ogni negazione della dignità umana, ogni forma di sopruso e ingiustizia, in qualsiasi forma venga perpetrata, anche in quella “sottile” delle pressioni ideologiche.
Nuovo umanesimo che, richiama il pontefice, deve interpellarci come “chiamata” di ogni uomo a vivere il “più che umano”, a trascendere se stesso per essere creatura nuova (n.127).
***
La fecondità del limite
La riflessione alla quale ci conduce il pontefice parte dalla “lettura” del tempo che pare “rifiutare il limite” dell’essere umano, quasi “difettoso” perché anziano, ammalato, sofferente, mortale, incapace… essere da “perfezionare” come un “difetto meccanico”.
E Papa Leone ha il coraggio di “ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che «l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio»” (n.118).
***
La “fioritura” dell’umano.
La semplicità dell’ “Essenziale” che ritorna a far riflettere la Chiesa su quelle “parole” evangeliche necessarie e fondamentali per “umanizzare” il tempo presente: compassione, generosità, affetto, dono… parole semplici ed essenziali che ci vengono richiamate con immagini e “passaggi” che forse avevamo un po’ dimenticato (n.119-120).
E non manca di citare alcune esempi di storie di vita, di opere d’arte e di musica, di scelte di bene che ancora una volta ci “raccontano” l’umano e le sue possibilità (122-125).
Il “più che umano” (n.128) di cui abbiamo bisogno, che guida e illumina la nostra vita, la scelta che già s. Agostino ci ha invitato a percorrere:
“Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé” (S. Agostino, De civitate Dei, XIV, 28).
***
Il controllo delle piattaforme digitali
E il capitolo quarto dell’enciclica “entra nel vivo” della scelta: di quale verità siamo “spettatori”?
A quale “verità” siamo “disponibili”?
Quale verità ci viene imposta, somministrata, quale crisi intorno alla verità?
Papa Leone ci ricorda che:
“La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune”(134).
Dunque un “appello” ed un “avviso”:
“chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio, ma spazio in cui possano maturare libertà interiore e pensiero critico”.
***
Una comunicazione trasparente
Sul tema della comunicazione Papa Leone aveva già avviato alcune riflessioni, ora in modo molto esplicito ci ricorda che “le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti” (n.138).
Vigilanza e trasparenza anche nelle “verità scomode”.
Ecologia della comunicazione dunque, contro false verità, disinformazione, manipolazione, per una “sfida” sociale e politica che sceglie non solo il profitto, ma l’”umano” (n.142).
Particolarmente importante la scelta del n. 143 nel quale non si parla di una “educazione” generica, di un “impegno” di tutti e di nessuno, Papa Leone ha il coraggio di “tirare le orecchie” a quella istituzione che è chiamata con la famiglia e le atre agenzie educative a “formare” ed “educare”, a “orientare” e “aprire la mente alla coscienza critica”:
“La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.”
Parla di “sfide” il Pontefice (sociopoltica, pedagogica , intellettuale e sapienziale) (n.144-146)
Un richiamo ed una riflessione che invita alla costruzione di una “rete educativa”, di alleanze rinnovate per quelle mete educative che dovrebbero aiutare ad “orientare ed orientarsi”:
“educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili”.
Il coraggio di invitare la scuola, la famiglia, le istituzioni, la comunità ecclesiale a non “rincorrere”, ma a “proporre”, a non farsi condurre nei labirinti dei circuiti meccanici, ma a vivere ciò che nessuna macchina, Ai, circuito di rame o di silicio purissimo potrà mai darti: la relazione, la compassione, l’empatia, la carezza dell’intelligenza “più che umana” che nessun algoritmo potrà mai riprodurre o clonare.
***
Non smarrire l’orizzonte di senso
Connettere informazioni e conoscenze senza mai perdere l’orizzonte di senso (n.146).
Dalla “frammentazione” alla “umanizzazione” per non smarrire il senso della persona nella sua totalità, nelle sue fragilità, per mettere al centro davvero “l’umano” attraverso la cura e il cuore.
Ci salverà l’ “intelligenza del cuore”, non l’ intelligenza artificiale.
Quell’intelligenza che ha “a cuore”, che sa amare e vivere, accompagnare e cadere, consolare e aiutare a pensare, a riflettere, a comprendere in modo critico.
Non possiamo dimenticare che le “macchine” che chiamiamo erroneamente “intelligenti” non sono “cattive”, ma neppure “etiche”, sono “programmate”, sono “informate”, sono un “magazzino” di dati, ma non sapranno mai “custodire” le persone e i loro “bisogni”.
Non possiamo “competere” con l’A.I., possiamo custodire l’umano e le sue relazioni.
***
Pace e sviluppo oppure Pace “è” sviluppo? – Una nuova centralità del lavoro
Nei paragrafi dedicati al Lavoro (dal 148 e seguenti) il pontefice parte dall’assunto che “il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita” (149), dunque percorso di realizzazione personale ed umana necessario per mettere nelle condizioni di “vivere dignitosamente”.
In un mondo in cui la tecnologia “sostituisce” l’uomo e trasforma la vita, occorre dunque riflettere ancora e sempre sul “centro” del problema, che resta l’uomo e non le sue “prestazioni”, il “prodotto” dell’economia e il reddito a scapito del “lavoratore”; il lavoratore è persona, portatore di un suo ruolo insostituibile.
“Il lavoro resta una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: non soltanto mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità” (154) e se la “logica del mercato” domina e fa emergere l’utilizzo e il predominio della tecnologia, della robotica, dell?A.I., Papa Leone sollecita a considerare:
“L’interdipendenza tra pace e sviluppo, come scrisse profeticamente nel 1967 San Paolo VI oggi potrebbe essere aggiornata: la prosperità può contribuire a costruire e rafforzare la pace solo se è diffusa, inclusiva e sostenibile”.
Rendere dunque la tecnologia “vivibile ed umana” (n. 164).
E non manca la considerazione, legata al lavoro delle reti familiari, delle condizioni di fragilità, dei tessuti sociali e culturali, della disoccupazione, della precarietà, giovani, mobilità lavorativa e richieste dell’economia digitale che spesso si piega alle crudeli logiche delle maggiori “possibilità”, del “controllo” con l’utilizzo sconsiderato dei dati, l’uso sistemico di algoritmi (n.171).
“Alla radice di questi problemi si trova una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana. Alcune correnti postumaniste arrivano persino a ipotizzare esseri umani “di seconda classe”, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori: una prospettiva inquietante, tanto più grave se si combina con strumenti tecnologici che ampliano in modo esponenziale il potere di controllo e di selezione. Anche certe logiche di indebitamento strutturale, che mantengono interi popoli in condizioni di dipendenza, rivelano la stessa mentalità che accetta, in forme nuove, relazioni di subordinazione vicine alla schiavitù”.
***
Verità e lungimiranza
Chiede “sguardo di futuro” papa Leone, non riflessioni parcellizzate, ma ricerca di verità e lungimiranza, per creare processi che creino responsabilità condivisa, per
“comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna” (n.181).
***
La tecnica non sia separata dall’etica
Anche la guerra, avverte il pontefice viene “modificata” dalla A.I.:
“efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo. La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche.
L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare” (n.182-183).
***
La dannosa illusione di una guerra “pulita, necessaria, utile”
La dinamica disumanizzante della polarizzazione di potenza fatta di orgoglio, controllo senza limiti, mezzi, disponibilità e capacità di dominio, esalta il primato che risponde al paradigma tecnocratico globalizzato fatto di micro e maxi conflitti in nome di un imperialismo crudele e violento.
La “Babele degli scontri” e non la costruzione con le pietre della civiltà dell’amore.
Lo sguardo attento ed acuto di Papa Prevost unito alla mitezza ed alla forza delle idee mette in guardia, ed invita a farsi accompagnare dalla memoria storica e dallo sguardo lucido e critico della guerra “pulita, necessaria e utile” (n.190-191), dalla crescita della forza bellica e dalla corsa al riarmo, dalla deterrenza nucleare, dallo sviluppo degli ordigni miniaturizzati (n.193) .
E ancora una idea “semplice ed essenziale”:
“Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune” (n.186).
“Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento.
Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione.
Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese”(n.199).
Un grido di denuncia ed un appello:
“Rimaniamo umani”, spendiamoci per l’umanità, pratichiamo la “resilienza” della dignità, perché quella “Torre” non si erga a sostituire e schiacciare e dominare l’umano ed a ridurlo a “risorsa da utilizzare”.
Un grido che ci invita a non “negare” o “condannare”, ma a vigilare a vivere la “sobrietà digitale” con criticità ed attenzione,
Un grido che invita a non essere in balia dell’influenza digitale, dell’architettura della visibilità, delle schiavitù digitali e tecnologiche, dalla “ semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni.
La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza” (n. 202)
E allora l’impegno deve essere condiviso, deve chiamarci alla corresponsabilità ed
“alla cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca” (n.203).
***
Una nuova pace utopica
E nel “tempo di notevole cecità spirituale e culturale” (n.204) siamo chiamati a costruire non una “pace utopica”, ma all’impegno del granello che seminato e curato, cresce in ogni terreno ed ambiente, innaffiato dalla “giustizia e dalla carità” (n.205) perché “il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta:
«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19) (n.210).
Disarmare le parole, perché le parole sono ponti, raccontano persone, costruiscono relazioni, accendono speranze… “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». [188] Il potere delle parole è enorme e ne facciamo esperienza nella comunicazione quotidiana, quando qualcuno ci dice qualcosa che cambia il nostro stato d’animo, in positivo o in negativo.
“La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale”.
Possiamo essere “operatori di bene e di pace” a partire dalle parole, da quelle dette e da quelle negate, da quelle non veritiere e da quelle nascoste, da quelle “belle”
Possiamo “essere umani” se abbiamo il coraggio di assumere gli sguardi delle vittime, se abbiamo il coraggio di “prendere posizione”, di non “rimanere neutrali” (n.216), se sappiamo essere realisti e rilanciare il dialogo come alternativa al conflitto aperto (n.219), se sapremo praticare la “cultura del negoziato”, dell’incontro e della convergenza (n.221), se sapremo mettere al centro l’autenticamente umano dell’ “incontro con l’altro il diverso, lo straniero, il migrante” (n. 220) con lo sguardo sincero, l’ascolto aperto, le relazioni di fraternità .
***
Sentieri umani, i sentieri della preghiera
Possiamo tracciare sentieri umani solo se sapremo percorrere i sentieri della “preghiera” …Per noi, infatti, la pace anzitutto «proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente».
Essa è un dono consegnato da Gesù ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua:
«La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante».
E Papa Leone cita se stesso nel discorso che tutti ricordiamo a quella straripante piazza S. Pietro nel giorno della sua elezione al soglio pontificio, per ricordare a tutti che la pace è dono del Risorto ma è impegno dei cristiani, è messaggio di Cristo e azione della Chiesa.
Non sono molte le citazioni presenti nel testo, ma forse sono “misurate” e “commisurate”, diremmo sono “quelle che contano” e che ci invitano a meditare e pregare:
«Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10) e la conclusione dai nn.229 – 245 sono un sollecito invito a “custodire” l’umano e la sua dignità, certo in epoca di A.I., ma in un periodo di “cambiamento epocale” per un cammino di sobrietà e coerenza (n229).
***
Guidati dalla luce del Vangelo
Il Vangelo sarà la “luce” per orientare nel cambiamento epocale, per “illuminare” e “chiarificare” il mondo che chiede di essere “abitato” con le sue sfide e le sue contraddizioni, con le sue scelte e le sue fragilità, con le sue “perversioni”… ma “abitare” è “costruire” e non “farsi sommergere”, è realizzare una vita di comunione nel progetto di Dio per il mondo, per la storia e per gli uomini che la abitano perché “In questa carne ferita e amata, il Padre ci mostra la vera umanità di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la sua volontà si realizzi come in cielo così in terra, per una
“esistenza evangelica nell’era digitale” (n.231).
E il richiamo a Cristo “modello” di uomo che coopera con Dio alla creazione, si afferma l’invito alla libertà e alla responsabilità (n.233), le parole che guidano le scelte umane, etiche, sociali di ogni uomo e del mondo, le scelte che chiamano ancora una volta, all’impegno della Chiesa “madre e maestra”, a non dimenticare la forza dell’Eucaristia:
“L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé. Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa, perché la sua offerta diventi principio di unità e sorgente di vita nuova. Da questa comunione nasce anche la solidarietà cristiana, poiché l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona»” (n.233-234).
***
Nel cantiere del nostro tempo
Nel “cantiere del nostro tempo” (nn.235-237) per essere vivi cercatori di verità, di pace, di giustizia, in unione a Cristo, per avere a cuore la cura dell’uomo e del mondo, per ri-appropriarci dell’umano.
Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta, una ricerca di pace e di giustizia per essere “artigiani”, ideatori e costruttori e non solo “automi” fruitori.
Innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.
Non è un nuovo “dilemma” da risolvere è un impegno da assolvere.
Dio si è fatto uomo e ci ha insegnato la vera umanità.
Nel dono di un Dio Incarnato impariamo la grandezza dell’essere umano, la bellezza delle sue potenzialità, la ricchezza delle sue fragilità, la musica delle sue parole, non nella tecnica infallibile e perfezionante dalle prestazioni impeccabili, ma nella scelta libera e responsabile del bene, nell’amore e nel dono, nella relazione e nel dono di grazia.
In un’epoca che genera separazione, esclusione, classificazione, siamo chiamati a diventare “tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi” (n.245) a custodire legami di custodia e relazione con la stessa fede di Maria che, nella sua umiltà,nel suo fiducioso abbandono ha visto la scintilla di Dio operare in lei e nella storia, nella fiducia che il Signore ha fatto e continua a fare cose grandi (cfr. Magnificat).
E quella “confusione delle lingue” della nuova Babele troverà il superamento in quel dono dello Spirito effuso a Pentecoste, dove nel rispetto di tutti vengono preservati i cammini , l’ unità , le singole dignità, l’ umanità dei singoli che trova “ragione” nella comunità che accoglie, che sorregge e sostiene, che non lascia indietro per una “rinascita” come quel ritorno dall’ esilio, come quelle pietre che costruiscono ma non dividono, creano lo “spazio” dove Dio e uomo “abitano” lo stesso mondo.
***
Una “magnifica umanità abitata da Dio” (n.245).
E per continuare a essere “magnifica umanità” non possiamo correre il rischio di “pensare come macchine” illudendoci che le macchine pensino come gli uomini”. E allora, magari nel custodire l’uomo proviamo anche a “cambiare” il linguaggio e non chiamiamo più le macchine “intelligenti”, ma forse solo “agenti” per provare a recuperare l’umano dell’uomo, la bellezza delle dimensioni “umane” della persona, la ricchezza della sua dignità per “usare” le macchine e non farci “usare” come macchine”.
La vera “conquista” allora non è “avere” il controllo dei dati, impossessarsi di algoritmi per guidare le scelte, controllare la comunicazione, ma “essere umani” e custodire il bene.
“Credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani” cantava qualche anno fa un noto cantante, (Credo negli esseri umani), possa l’A.I. servire l’umano per non diventare “persone artificiali”.
Saranno anche “intelligenti”, ma senza ragione, senza coscienza e senza morale.
La bellezza delle decisioni responsabili, libere e consapevoli, dell’uomo non può essere sostituita da algoritmi.





























