VercelliOggi
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(marilisa frison) – Il consueto Pellegrinaggio al Sacro Monte di Crea, quest’anno è stato anticipato a sabato 30 Aprile, il primo Maggio cadendo di domenica, non era data fattibile per gli impegni dei sacerdoti.

Un’alba di un meraviglioso rosso Tiziano, assieme al parroco di Trino, don Patrizio Maggioni, alle 6,30, ha accolto un nutrito gruppo di pellegrini, tra cui si evincevano molti ragazzi.

Bello vedere tanta partecipazione e devozione a Maria.

Prima di dare il via al Pellegrinaggio, don Maggioni ha fatto disporre i presenti in un grande cerchio e si è pregato per la pace. Tutto il Pellegrinaggio è stato dedicato alla bellezza della Pace, della vita, che deve vincere sull’orrore e devastazione della guerra, che è odio e distruzione, e non porterà mai a nulla di buono, solo morte.

La natura in Primavera offre spettacoli meravigliosi ed era bello camminare e conversare in mezzo a una tavolozza di colori che si movimentavano con il salire e scendere le splendide colline monferrine.

Altra tappa di preghiera a Rocchetta e a Madonnina e poi, dopo il caffè, tutti su fino da Lei.

Don Pato, generosamente, nelle tappe preghiera offriva caramelle e cioccolatini ai giovani e meno giovani.

A Madonnina ci ha raggiunto un gruppo di animatori partiti alle 8 in bicicletta e di lì a poco, ecco arrivare Sebastiano Viancino, che ha percorso l’intero Pellegrinaggio di corsa.

Alle 11 si è iniziata la Santa Messa, ma non eravamo solo noi trinesi: mons. Mancini, nel dare il benvenuto nella Casa della Madre, ha salutato sua eccellenza mons. Luciano Pacomio, che ha presieduto la Santa messa e accompagnava con don Taddeo e don Mario l’unità Pastorale San Giovanni Paolo II, erano presenti i fedeli di Morano, Casale Popolo, Terranova e Villanova, si è unito alla celebrazione anche don Italo, parroco di Sizzano, ha salutato il nostro parroco don Patrizio, in rappresentanza della diocesi di Vercelli, ed ha ricordato che è la Chiesa Madre, da cui è nata anche la Chiesa casalese:

“Questo nostro momento spirituale è un momento in cui siete giunti lasciando il vostro quotidiano, lasciando le vostre case, per salire su questo colle, per fissare lo sguardo sulla Beata Vergine Maria, la Madre di Dio. Ma noi sappiamo che il compito di Maria è quello di condurci da suo figlio, nostro unico Salvatore, che incontriamo nell’ascolto della Parola, che vediamo presente nella simbologia del Cero pasquale, che ci ci ricorda il risorto e che accoglieremo nel Pane dell’Eucarestia, per poi ritornare nelle nostre case rigenerati dall’incontro con Gesù Cristo”.

Dopo queste parole il rettore del Sacro Monte, come si usa fare nei pellegrinaggi, ha asperso l’assemblea con l’acqua della fonte battesimale benedetta nella Santa notte di Pasqua, per ricordarci che nel Battesimo siamo rinati, siamo stati ripartoriti in Cristo e nello Spirito Santo a vita nuova. Lui è il capo e noi le membra della Chiesa.

Don Pacomio ha esordito:

“Ognuno è venuto in Pellegrinaggio per le sue grandi esigenze personali, importanti, ma tutti quanti insieme siamo venuti anche per motivi comuni, la Pace nel mondo e per intensificare il cammino sinodale per le nostre famiglie e per le nostre comunità parrocchiali e lo affidiamo all’intercessione di Maria, chiudendo il mese di Aprile e aprendo il mese di Maggio […]”.

Il Vangelo è stato letto da don Maggioni, mentre la Santa Messa è stata animata da don Taddeo, che ha coinvolto l’assemblea.

Al termine una sosta davanti alla Vergine e poi il pranzo al sacco negli scalini antistanti il Santuario.

Alcuni volenterosi hanno percorso anche il cammino di ritorno a piedi.

La preghiera di tutti, in preparazione al giorno del 1 maggio, è stata elevata affinchè a nessuno manchi mai il lavoro.

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Accade che, mentre la studiano, i ragazzi la Storia ce la insegnino: hanno un approccio privo dei condizionamenti che noi rischiamo di portarci dietro.

Così, questa ricerca che gli studenti del Cnos Fap del Belvedere hanno voluto condurre sui fatti del 1944 è immerso nell’attualità, senza, però, che i fatti di oggi diventino come lenti di occhiali capaci di offuscare, invece che chiarire, i processi storici.

Il Belvedere, lo raccontano nel video che apre questa pagina, al centro di un’azione militare che avrebbe potuto cambiare il corso della storia di Vercelli.

Domenica 28 maggio 1944, festa del Corpus Domini, in luogo della Precessione vi fu la corsa ai rifugi antiaerei della città.

L’orizzonte era percorso dagli aerei delle Forze Alleate, fortezze volanti che si apprestavano a bombardare i punti strategici della città.

Ma a vegliare su Vercelli c’era nientemeno che Don Bosco.

A lui, infatti, la comunità salesiana aveva impetrato il dono della preservazione della città e del Belvedere dalle bombe.

Così, il comandante della pattuglia aerea che arrivò a volare sulla città, vedendo che (proprio a ridosso di un obbiettivo strategico dal punto di vista militare: ferrovia e cavalcavia) c’era una “croce”, cioè la pianta di un edificio sacro, ebbe un pensiero, evidentemente suggerito dal Santo del Valdocco.

Ordinò di scaricare le bombe non su quegli edifici, ma poco oltre, nell’area che oggi più o meno si identifica con la Cascina Bargè e la pista di skating.

Quell’ufficiale aveva visto il compendio dei Salesiani e credette che potessero esservi ospitati ragazzi studenti.

Aveva un cuore aperto al soffio dello Spirito.

Inutile dire che la circostanza richiama tragicamente fatti di oggi.

Un filmato, quello prodotto dai ragazzi del Belvedere con la supervisione di Flavio Ardissone, che merita essere visto.

Proprio oggi, 25 aprile, 77.mo Anniversario della Liberazione.

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Fare memoria dei tanti Martiri che hanno pagato con la vita la loro fedeltà ai valori perenni ed indissolubili della pace, della libertà, delle democrazia e di una convivenza umana e civile fraterna e solidale.

Rendere testimonianza è proprio questo: professare nella libertà la memoria del sacrificio delle generazioni che ci hanno preceduto e farla trasparire nei nostri comportamenti, nelle scelte quotidiane messe in atto, di fronte all’urgenza delle sfide, laceranti e drammatiche del nostro tempo; in quest’ora tanto oscura della nostra Storia, che per tanti aspetti ci riporta indietro di decenni. Infrangendo il ritmo consolidato delle certezze, che si sono rivelate illusioni, ma che noi davamo come acquisite.

La festa liturgica di San Marco (oggi, 25 aprile), così, non ci distoglie, né distrae dalla memoria di quel cambio d’epoca, di una transizione che ha caratteri così simili alla attuale, se è vero che Marco è, tra gli evangelisti, quello che assume il compito di tradurre e comunicare e trasferire, la parola in termini (dall’aramaico al greco) che fossero codice comunicativo condiviso: quel codice che affida alla capacità di amare, sconfiggendo l’odio, la testimonianza del Regno di Dio e del suo amore.

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Sono soltanto alcuni passaggi della magistrale omelia dettata oggi, 25 aprile, dal Vicario Generale della Diocesi di Vercelli, Mons. Mario Allolio, nel corso della S.Messa che ha aperto , in Parco Camana a Vercelli, la sobria, ma coinvolgente, celebrazione provinciale del 77.mo anniversario della Liberazione.

Una lezione davvero mirabile, che ci permettiamo di suggerire ascoltare integralmente, nel video che volentieri offriamo come nostra modesta partecipazione a questa giornata davvero significativa.

Una lezione che ha avuto – senza nulla sacrificare della “spiegazione” delle Letture del giorno – la capacità, da tutti colta ed apprezzata, di unire sentimenti di partecipazione civile a quelli condivisi nella fede.

Il nostro video ripropone, sempre integrale, anche l’allocuzione del Prefetto di Vercelli, Lucio Parente, che si è richiamata ai valori della Costituzione repubblicana, la cui radice affonda nell’esperienza della Resistenza e dell’Antifascismo; il rappresentante del Governo ha così colto e sottolineato la sintonia con il pensiero del Capo dello Stato, un messaggio anch’esso non soltanto volto a sollecitare unità, ma ad indicare la via per l’unità di intenti, nella comunità civile.

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Ecco, invece, il testo, anch’esso integrale, del discorso tenuto a nome dell’Anpi (l’Associazione Partigiani Italiani) di Vercelli, del Prof. Giacomo Ferrari.

Oggi celebriamo come ogni anno la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista e l’inizio di un nuovo periodo storico, quello della repubblica e della democrazia, sanzionara dalla nostra costituzione. Il 25 aprile è il giorno in cui il CLN proclama l’insurrezione generale.

Il primo pensiero, nella nostra celebrazione, è dedicato al ricordo di quanti, già dal 43, insofferenti della tirannia e del sopruso politico, hanno abbandonato tutto, sono entrati nella clandestinità per assumersi la responsabilità di combattere per la libertà. Molti hanno perso la vita in battaglia, molti hanno subito arresti e torture indicibili.  A loro dobbiamo eterna gratitudine per quello che hanno fatto e che ci hanno lasciato.

Ma fermarsi a questo ricordo sarebbe un esercizio di memoria certamente pietoso quanto sterile; ridurrebbe la nostra valutazione della Resistenza ad una pura operazione militare e mancheremmo di riconoscere il valore storico, morale e politico di quel movimento.

 Il nostro pensiero deve andare al ricordo di quanti prima della lotta armata sono stati perseguitati, arrestati, torturati, mandati al confino o sono fuggiti in esilio, ma hanno continuato ad elaborare gli ideali di libertà e democrazia che sono stati la guida dei combattenti. Sono loro che hanno mostrato ai combattenti il mondo per cui stavano combattendo.

Il nostro pensiero deve andare alle molte repubbliche partigiane che hanno dato, in pieno combattimento, un esempio, purtroppo breve, di capacità organizzativa democratica.

IL nostro pensiero deve andare a coloro che, alla fine dei combattimenti hanno deposto le armi e ripreso quel dibattito e quegli ideali che hanno poi fissato nella Costituzione.

Molti dei testimoni diretti di quegli eventi stanno scomparendo o sono già scomparsi; ma rimaniamo eredi di quella memoria e soprattutto di quelle elaborazioni politiche che sono costate arresto e deportazione a molti. È giusto che la nostra memoria celebri quegli eroi (sono un esempio, come direbbe Foscolo), ma dobbiamo anche ricordare chi ha costruito  il fondamento storico dei principi che stanno, o dovrebbero stare, alla base della nostra vita politica.

E purtroppo la società e la situazione politica ci sta dimostrando che mai come ora è di attualità riprendere quella memoria e trasformarla in uno stimolo a proseguire nella resistenza, nella difesa della libertà e della democrazia. Sono in atto numerosi attacchi alla nostra vita democratica e ai valori che la Resistenza ci ha donato.

E la prima tendenza pericolosa è quella di mettere le operazioni militari dei partigiani sullo stesso piano di quelle dei reparti della RSI. Si trasforma così una lotta di ideali contrapposti in un inutile calcolo di chi ha ammazzato più persone o chi è stato più spietato tra le due parti. Con questo si fa scomparire del tutto la differenza di valori che c’era tra le due, o tre, parti.

Si dimentica, e si fa dimenticare, che erano in gioco valori diversi, non solo la capacità di sparare al proprio nemico. Certo che durante una guerra, specialmente una guerra civile, si spara e ci si uccide, ma quello che conta sono i valori per i quali si combatte. Resistenza ha significato difendere valori di libertà e di democrazia, i reparti della RSI combattevano, magari in buona fede, per un regime fondato su altri principi.

Ne consegue la rivalutazione di figure storiche del nazifascismo, ai quali intitolare  strade o piazze o assegnare la cittadinanza onoraria.

Oggi identifichiamo il Nazifascismo soltanto con dittatura, repressione e tortura. Dimentichiamo che non è soltanto questo l’elemento caratterizzante, la repressione è un metodo riprovevole di governo; ma dobbiamo guardare anche  ai motivi per cui avvenivano le repressioni.  Ciò che veniva represso era la libertà di espressione e di pensiero, cioè la discussione e il pluralismo, ciò che veniva imposto era un ordinamento politico, ma anche economico, a beneficio di pochi potenti e a discapito delle classi subalterne, un sistema fondato sul personalismo e la corruzione. Un sistema che ha portato a termine un programma imperialistico e coloniale, che ha formulato e messo in atto le leggi raziali, che ha represso le punte più brillanti della cultura. Un sistema che mirava a costruire un popolo gregge, però dove i più furbi continuavano a fare i cani.

Si cerca di minimizzare il peso della Resistenza sull’esito militare della guerra. Si dice che anche senza i partigiani, gli alleati avrebbero liberato l’Italia lo stesso. Non sono un esperto di strategie militari, ma credo di poter rispondere che c’è qualcosa di più importante dei successi militari: i partigiani hanno ridato dignità agli italiani, al di là del loro peso militare; gli italiani hanno potuto dimostrare che non erano quel gregge che forse anche gli alleati pensavano.

Non mancano anche attacchi diretti all’ANPI.

Recentemente si è creato un clima di aggressione violenta, chi ha orecchie per intendere intenda

anche se becera, contro l’ANPI per la posizione di prudenza che ha assunto su recenti fatti di Ucraina. È strano che mentre gli stessi consiglieri di Biden lo hanno invitato ad abbassare i toni del suo linguaggio (aveva chiamato Putin “macellaio” e lo aveva accusato di “genocidio”), i nostri difensori dell’Ucraina accusino l’ANPI di filo-putinismo solo perché il presidente nazionale ha usato la stessa formula del Segretario generale dell’ONU. La finalità sarà davvero la difesa dell’Ucraina o sarà la pura aggressione verso l’ANPI?

Si sente dire che i partigiani sono morti quasi tutti, allora a che serve l’ANPI? Certo che se l’ANPI deve occuparsi solo di ricordare i singoli partigiani, quando saranno morti tutti, e magari saranno scomparsi anche i loro eredi diretti non resterà niente altro da fare.

Ma la verità è che il 25 aprile è uno stimolo a preservare e tramandare i valori che hanno guidato quei partigiani. Domando: se quei valori sono ancora validi, se crediamo a libertà, democrazia, pluralismo, libero confronto d’idee, tutte le argomentazioni contrarie mostrano la loro inutilità, la loro capziosità e la loro malevolenza. Per  questo oggi più di prima occorre resistere per onorare quei valori.

Si può obiettare, quei valori non sono più adatti alla nostra società e alla nostra politica. Personalmente non lo credo, ma ammettiamo pure che sia così.

Vogliamo, tutti quanti, farci dire da chi è “aggiornato” sulle evoluzioni della politica quali saranno i nuovi valori o preferiamo aprire la discussione su quello che vediamo cambiato, quello che accettiamo volentieri e quello che vorremmo veder cambiato. E vi garantisco che gli argomenti non mancano, temi enormi sui quali dobbiamo confrontarci.

C’è un più o meno evidente risorgere del fascismo che si manifesta con la serpeggiante legittimazione dell’esistenza di organizzazioni che si dicono culturali, ma che sono sede di evidente apologia del fascismo. Voglio augurarmi che l’attacco alla CGIL di Roma del 9 ottobre 2021 sia più un episodio isolato dovuto a qualche testa calda, ma è certo che alla mente di molti riporta eventi di un ben triste periodo. Voglio augurarmi che la mostra che si è inaugurata a Predappio sulla Marcia su Roma sia quello che dichiarano gli organizzatori, tutti privati, un evento culturale. Ma non posso credere che certe organizzazioni non abbiano come minimo una natura sospetta. I segni ci sono e ci parlano chiaramente, e dobbiamo vegliare.

Ma la porta al fascismo non l’apre soltanto la violenza di alcune frange. Il fascismo in Italia non l’ha portato la marcia su Roma, ma il disinteresse generale delle singole persone che volevano “starne fuori”, che preferivano schierarsi sull’onda di emotività nazionalistiche, che non volevano sentir parlare di rivendicazioni sociali, che preferivano lasciare ad altri l’impegno politico.

Oggi la situazione si sta ripresentando. La porta al fascismo l’apre prima di tutto il distacco dalla politica, il ripiegamento su se stessi, la logica della “politica fa schifo, sono tutti uguali, è tutto un magna magna”.

Proviamo a riprenderci prima di tutto la politica in prima persona, a parlare per “noi”, non per “loro”.  Ricordiamo: il distacco dalla politica è il primo passo; poi ci mettiamo ad aspettare colui che ci aiuta a star meglio (a turno ci dovevano salvare Monti, Renzi, e giù fino a Draghi), che finisce col coincidere con l’uomo forte, il padre padrone che ci fa vedere la carota ma è pronto ad usare il bastone.

Lo so! Fare la politica, impegnarsi in prima persona è faticoso, qualche volta noioso, ci richiede di metterci in prima linea ad elaborare ideali e concetti confrontandoci con rispetto con chi la pensa diversamente da noi.

Ci sono  due parole d’ordine immutabili: democrazia e libertà.

Democrazia è oggi la parola di cui tutti abbelliscono i propri discorsi. Significa “potere del popolo”. Troppo spesso, però, questo termine è inteso come “lasciare decidere al popolo” la conduzione del governo. Quante volte sentiamo dire oggi “questo è quello che ci chiedono gli Italiani”. Questo è ciò che gli antichi chiamavano “demagogia”= lasciarsi condurre dal popolo; non è questo il significato originario di democrazia, che è, invece, che il popolo deve esprimere i suoi poteri, nominare i suoi rappresentanti. Ma lo deve fare in modo cosciente, preparato, dopo un ampio confronto che restauri la continuità tra il potere del popolo e la funzione esecutiva del governo. Se poi lo vogliamo cambiare, lo possiamo, fare, ma dobbiamo fare quello che fecero i padri della Resistenza, elaborare nuovi modelli.

E anche libertà non significa “faccio quello che voglio”; il concetto di libertà è stato oggetto d’infinite discussioni filosofiche, e se vogliamo dare la nostra definizione dobbiamo riprendere quelle discussioni.

Ricordando anche che Democrazia e libertà non sono regali dati una volta per tutte, non sono concetti scontati, ma devono essere un impegno costante di tutti noi, un impegno di discussione e continua definizione. L’azione politica non può prescindere dal pensiero (Mazzini), altrimenti diviene azione pura, molto simile ai principi del fascismo stesso.

Certo, i segnali di un deterioramento della situazione politica sono molti e, dirò sinceramente, non è soltanto colpa nostra, di noi cittadini. Anche la politica attiva non ha fatto molto per rendersi attraente e digeribile. Ma proprio per questo mai come oggi è necessario difendere, ma anche rielaborare i valori per cui la Resistenza ha combattuto. Se non vogliamo essere costretti, se non domani tra qualche giorno, a riprendere le armi come fecero i partigiani, dobbiamo riaprire spazi d’impegno, spazi di discussione in cui si ridefiniscano termini importanti come libertà, democrazia, pluralismo, si ricerchino modelli socio-economici aggiornati alla nostra situazione attuale (crisi energetica, cicliche crisi economiche, crisi climatica), si rivitalizzino i partiti o altre forme associative politiche che si riterrà più opportuno. Quegli spazi devono essere riaperti perché sono l’unica speranza per il nostro futuro, per la formazione di giovani generazioni politicamente più preparate.

Ricordiamo, che la lotta partigiana è stata solo la pagina eroica di un libro molto più corposo che comincia con le denunce di Matteotti ed è continuato con le elaborazioni dei confinati politici e degli esiliati. Sono loro che hanno indicato gli obiettivi della lotta partigiana, che hanno stabilito la direzione da prendere e ci hanno lasciato come somma di tutti i pensieri di libertà e democrazia la Costituzione.

So che qualcuno starà pensando, ma perché questo nel celebrare la lotta partigiana ci parla di discutere, pensare. Risponderò solo con alcuni nomi: Ferruccio Parri, Riccardo Lombardi, Duccio Galimberti, Sandro Pertini, Carlo Rosselli, Pietro Nenni …. Erano forse persone che agivano senza far governare le loro azioni del pensiero?

Questo significa oggi resistere. Da un lato combattere sul piano culturale contro tutte quelle operazioni, alcune ammantate di falsa scientificità, di diminuzione, di aggressione o anche di semplici cavillazioni contro i valori della Resistenza. Dall’altro creare i presupposti per una nuova resistenza, preventiva.

Non siamo nel momento storico in cui è necessario prendere le armi, ma nel momento che occorre aprire spazzi di discussione, impegnarsi in prima persona per una società migliore, elaborare idee. Questo è ciò che renderà vitale e viva l’eredità della Resistenza.

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La mattinata si era poco prima aperta in Piazza Cesare Battisti, con la deposizione delle Corone d’alloro ai piedi del monumento ai Caduti.

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Il pellegrinaggio che vede partecipare Penne Nere di due regioni, Piemonte e Lombardia, sulle orme degli “Alpini di Dio”, i Beati Alpini – Fratel Luigi Bordino, Don Carlo Gnocchi, Don Secondo Pollo, Teresio Olivelli – ha lasciato oggi la Diocesi di Vercelli per entrare in quella di Ivrea e dirigersi domani, sabato 23 aprile, a Torino, al Cottolengo.

Verolengo e Castelrosso di Chivasso sono luoghi in cui la memoria del Beato Don Secondo Pollo è condivisa ed il Cappellano Militare (deceduto, colpito dal fuoco nemico, mentre prestava soccorso ad un suo Alpino mortalmente ferito) è venerato da tanto tempo.

Gli Alpini di Castelrosso gli hanno dedicato una cappella votiva, proprio di fronte alla Chiesa Parrocchiale dei Santi Giovanni Battista e Rocco, la prima realizzazione di questo genere, al di fuori della Diocesi di Vercelli.

Non solo: in Chiesa parrocchiale è custodita una reliquia di Don Pollo.

Nel video che, insieme alla gallery, offriamo a corredo di questo servizio, si vede bene il sacro reperto.

A Verolengo, al Santuario della Madonnina, il gruppo è stato ricevuto dal Parroco Don Valerio D’Amico, mentre a Castelrosso l’Eucarestia è stata celebrata dal Parroco del Duomo di Chivasso, Don Davide Smiderle.

Entrambi gli interventi, integrali nel video.

Sempre nel corso del filmato, il Vice Presidente dell’Associazione Alpini di Bergamo, illustra le tappe del percorso ed il senso di questa bella occasione di incontro e preghiera, non disgiunta da uno scopo di lodevole fine solidale.

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Ecco qualche notizia su questa bella iniziativa.

Fratel Luigi Bordino, Don Carlo Gnocchi, Don Secondo Pollo, Teresio Olivelli.

Quattro esempi di Santità che hanno camminato insieme agli Alpini, condividendo sofferenze e, come nel caso di Don Secondo, offrendo la vita in olocausto.

Una splendida iniziativa, dunque, quella di un gruppo di Penne Nere: camminare sulle orme che loro hanno lasciato nei rispettivi territori d’origine, come testimonianza di una sequela che si fa simbolo anche per come sa farsi storia, nella dimensione feriale del “pellegrinaggio” terreno, presagio di quello celeste.

Come sempre nel mondo Ana (l’associazione nazionale alpini, fondata più di un secolo fa), un’iniziata non disgiunta da un concreto obbiettivo di solidarietà: dotare di un ascensore esterno l’abitazione di due ragazzi disabili gravi: i loro genitori, ormai anziani, non riescono più a trasportarli.

La stupefacente e “naturale” intuizione che sta lungo l’orizzonte valoriale dell’associazionismo alpino è proprio tutta qui: ricordare i morti, aiutando i vivi.

Oggi, 21 aprile, il cammino – iniziatosi il 18 scorso – ha incrociato le strade di Don Secondo Pollo.

Il video che fa parte di questo servizio fa parlare i protagonisti.

Che seguiremo anche domani, venerdì, quando arriveranno a Verolengo, per il “passaggio del testimone” da Don Secondo a Fratel Bordino.

Ma ecco, dopo la gallery qui di seguito, alcune note che illustrano meglio i contorni dell’iniziativa.

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L’Associazione Nazionale Alpini oltre ad aver deposto numerosi monumenti in pietra per “non dimenticare” i propri Caduti, ha saputo nella sua centenaria storia animare la memoria dei morti anche con gesti concreti di solidarietà verso i più deboli e bisognosi con il motto “Ricordiamo i Morti Aiutando i Vivi”.

Proprio negli anni in cui gli Alpini gettavano le fondamenta della struttura per l’attuale organizzazione di Protezione Civile, nel 1975 gli stessi fondavano la Casa degli Alpini di Endine Gaiano (BG) aprendo la strada ad una serie di iniziative per il supporto delle fasce di popolazione più fragili e spesso dimenticate. Ancora oggi gli Alpini in tutta Italia e nel mondo sono coinvolti in opere di solidarietà che si materializzano in forme diverse.

Tra le numerose attività in essere a favore delle persone portatrici di disabilità, gli Alpini della Sezione di Bergamo organizzano da alcuni anni presso i Colli di San Fermo a Grone (BG) un’iniziativa che raccoglie per una giornata in montagna i bambini, ragazzi, giovani e adulti diversamente abili della Provincia di Bergamo. L’edizione del 2019 (gli eventi del 2020 e 2021 sono stati realizzati in forma ridotta causa Covid) ha visto l’adesione di oltre 30 strutture sociosanitarie che si occupano, a titolo diverso, della presa in cura di persone affette da importanti compromissioni neuro-psicomotorie e la presenza di più di 500 partecipanti. L’iniziativa “insieme con un passo diverso” è stata anche il motore trainante, forse usando un linguaggio più caro agli Alpini dovremmo dire “mulo”, per stimolare altre attività di condivisione e di sostegno del mondo della disabilità, coinvolgendo gli operatori, le strutture e le istituzioni. Sulla base dei rapporti tra le persone coinvolte e grazie alla sensibilità che si è creata, è stato realizzato dagli Alpini bergamaschi sempre ai Colli di San Fermo un percorso accessibile ai disabili che termina ad una terrazza belvedere ai piedi del Monte Ballerino a 1275 m.

In occasione dei 100 anni di fondazione dell’Associazione Nazionale Alpini e dei 10 anni della beatificazione di don Carlo Gnocchi, gli “Amis della baracca”, un gruppo di Alpini iscritti in Gruppi e Sezioni diverse che vivono la loro “alpinità” con una attenzione speciale rivolta verso il prossimo seguendo l’insegnamento e i valori promossi dal Beato don Carlo Gnocchi, hanno dato vita ad una iniziativa speciale denominata “10×10”. Obiettivo della manifestazione era quello di celebrare le due speciali ricorrenze promuovendo una serie di attività allo scopo di mantenere viva la figura del Beato don Carlo Gnocchi e legarlo alle ricorrenze dell’Associazione Nazionale Alpini. Tra le diverse attività organizzate, una citazione particolare merita “In cammino col Beato”, una camminata benefica accompagnata da una reliquia del Beato don Gnocchi che è partita da Edolo e dopo oltre 250 km ha visto il suo arrivo a Milano presso il Santuario del Beato don Gnocchi in occasione della Adunata Nazionale. La camminata ha permesso nel contempo di raccogliere i fondi per l’abbattimento delle barriere architettoniche dell’accesso all’abitazione di Manuel, un bimbo affetto da una grave patologia debilitante di Siziano (PV).

In questo contesto il libro “ALPINI DI DIO” curato da Mons. Angelo Bazzari, presidente onorario della Fondazione don Carlo Gnocchi, ha permesso agli Alpini di riconoscere attraverso la testimonianza di quattro vite straordinarie, il senso più profondo dei valori delle Penne Nere, primo fra tutti il donarsi agli altri. Don Carlo Gnocchi, Don Secondo Pollo, Fratel Luigi Bordino e Teresio Olivelli sono personalità che appartengono agli Alpini, non solo per la loro divisa grigioverde e l’identità alpina, ma in quanto autentici testimoni del valore della Vita. Una vita spesa fino all’ultimo per gli ultimi, dei veri e propri maestri di solidarietà umana e carità cristiana. Due sacerdoti, un religioso e un laico che hanno in comune una straordinaria umanità e che attraverso percorsi e calvari diversi raggiungono infine un’unica meta diventando così eroi della patria, santi di Dio e fratelli di ogni uomo percosso e denudato dal dolore. Quattro figure di Alpini animate da uno straordinario coraggio che hanno saputo andare oltre le difficoltà e con il loro sacrificio rappresentano l’esempio credibile di una vita riuscita. Un esempio che a dispetto del tempo è assolutamente contemporaneo e che merita di essere promosso e mantenuto vivo, soprattutto fra le giovani generazioni.

Nell’ultima frase dell’introduzione del libro balza all’occhio: “…don Pollo, don Carlo Gnocchi, fratel Luigi Bordino e Teresio Olivelli sono stati “soldati della bontà. A noi la sfida per onorarli, ma soprattutto imitarli.”.

Un messaggio forte, importante e oltremodo significativo che non poteva cadere nel vuoto. Nasce così, a fronte di questa provocazione, l’idea dei Gruppi Alpini delle Zone Basso Sebino, Val Calepio e Valle Cavallina della Sezione di Bergamo di onorare i quattro Beati organizzando una camminata tra le terre lombarde e piemontesi che rappresentano le loro origini e i teatri della loro operatività.

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L’ORGANIZZAZIONE E IL PERCORSO

IN CAMMINO CON GLI ALPINI DI DIO”: questo è il nome dell’iniziativa.

Attraverso la camminata che toccherà i luoghi significativi dei quattro Beati, il percorso si propone di creare momenti di comunione, memoria e di riflessione, coinvolgendo in questo progetto tutte quelle realtà religiose e associative che ruotano intorno alle figure dei quattro Beati. Si cercherà di diffondere quel messaggio di carità cristiana e solidarietà umana che ha contraddistinto le vite dei “Santi Alpini”.

“La solidarietà – diceva Giovanni Paolo II – non è sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siano veramente responsabili di tutti”.

Attraverso una camminata a tappe di circa una settimana si desidera toccare i luoghi simbolici e significativi nell’ambito della vita dei quattro Beati e lungo il percorso saranno incrociati i punti che hanno segnato una parte della storia dell’Associazione Nazionale Alpini.

La partenza avverrà dal belvedere al Monte Ballerino presso i Colli San Fermo a Grone (BG) a 1275 m e scendendo verso Bergamo si farà tappa alla Casa degli Alpini di Endine Gaiano (BG). Successivamente, dopo una significativa sosta presso la sede della Sezione ANA di Bergamo, si prenderà la via verso il Santuario del Beato don Carlo Gnocchi a Milano. Il percorso passerà per Villa d’Adda dove è sepolto Aldeni Sperandio, l’Alpino che, per intercessione di don Gnocchi, ebbe miracolosamente salva la vita, e per Cassano d’Adda (MI), dove sarà reso omaggio alla figura del Gen. Giuseppe Perrucchetti, fondatore del Corpo degli Alpini.

Entrando nella città di Milano si sosterà presso la Sede Nazionale dell’ANA in via Marsala e in Galleria Vittorio Emanuele II, dove l’8 luglio 1919 da alcuni reduci della Prima Guerra Mondiale fu fondata l’Associazione Nazionale Alpini. Giunti al Santuario del Beato Don Gnocchi i camminatori saranno accolti dal rettore don Maurizio Rivolta che accompagnerà gli ospiti all’altare con l’urna che contiene le spoglie del “papà dei mutilatini”.

Le tappe successive porteranno i camminatori prima a Vigevano presso la Cattedrale dove è stato beatificato Teresio Olivelli e successivamente in terra piemontese in direzione della Cattedrale di Vercelli dove è sepolto il Beato don Secondo Pollo. Il cammino riprenderà in direzione di Torino con tappa a Castelrosso (TO). Nel giorno del sabato sarà raggiunto Castellinaldo (CN), paese natale del Beato Fratel Luigi Bordino che al ritorno dalla Russia qui eresse un pilone votivo alla Madonna Consolata. Meta finale del percorso sarà la Chiesa Grande della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino dove è sepolto il Beato Bordino.

Ad ogni singola tappa sarà organizzato un momento di riflessione dedicato ai quattro Beati Alpini coinvolgendo le realtà locali, Gruppi e Sezioni ANA e i vari enti ed Associazioni ispirati alle loro figure. Il programma specifico delle iniziative che saranno inserite nelle singole giornate è stato definito in base alle disponibilità e indicazioni che sono emerse durante gli incontri organizzativi.

Eventuali proventi dell’iniziativa saranno devoluti a Francesca e Giovanni figli dell’Alpino Raffaele Bertoletti e Marina di Pianico (BG) per la realizzazione di un ascensore esterno presso la propria abitazione.

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Un momento di conoscenza e scambio con la popolazione locale per ascoltare, comprendere e trovare insieme un efficiente modello operativo per il nosocomio valsesiano.

Questo l’obiettivo dell’incontro organizzato sabato 23 aprile alle ore 10.00, a Borgosesia in Piazza Mazzini, da CGIL, CISL e UIL che hanno intenzione di trovare risposte alle numerose esigenze rimaste inevase del territorio.

Da sempre, infatti, CGIL CISL UIL ritengono essenziale la difesa della salute pubblica tramite un sistema sanitario universale, diritto costituzionalmente garantito nell’interesse di tutti. Un impegno nella salvaguardia della salute pubblica che diventa ancora più essenziale in un contesto come quello attuale, dopo di due anni di pandemia, nonché elemento fondamentale per la ripresa economica del territorio e dell’intero Paese.

Per queste ragioni, consci delle difficoltà a reperire professionisti sanitari specializzati, da tempo le OOSS chiedono alla Regione, alle Direzioni delle ASL che si sono succedute in questi anni, una programmazione e investimenti di medio-lungo periodo, idonei a garantire i fabbisogni di personale per il mantenimento dei servizi esistenti nel nosocomio Valsesiano.

Il funzionamento e il futuro dell’Ospedale S.S. Pietro e Paolo di Borgosesia hanno già più volte visto ridurre le proprie capacità d’intervento, puntualmente criticate e contrastate dalle OO.SS.

I reparti son stati lasciati nelle mani di medici non strutturati: così è successo per il Punto Nascita, Pediatria, Anestesia, Pronto Soccorso, Radiologia.

E ora la storia si ripete, riducendo e limitando il servizio di cardiologia: una scelta che avrà conseguenze sull’intera struttura ospedaliera, destinata a diventare un “maxi- ambulatorio” non in grado di gestire i pazienti acuti, dove il fattore tempo non può essere eluso senza contare che, con questi presupposti, è impensabile l’apertura di nuovi reparti, come quello più volte annunciato di Rianimazione.

Un quadro di forte preoccupazione che tocca anche il Pronto Soccorso che rischia, da una parte di diventare un mero centro di smistamento di pazienti e ambulanze e, dall’altra, una struttura non più sicura per cittadini e operatori sanitari.

Per queste ragioni, CGIL CISL UIL invitano tutta la cittadinanza che ha a cuore il funzionamento di un servizio sanitario essenziale per il territorio valsesiano a presenziare attivamente al presidio di sabato mattino 23 p.v. per condividere una rivendicazione che appartiene a tutta la comunità locale, e non solo.

Redazione di Vercelli

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Sempre molto partecipata, la processione del Venerdì Santo a Verolengo, riunisce il popolo di Dio nella commemorazione della morte di Gesù, evento che tuttavia prepara, con l’oltraggio della Croce, la signorìa della Pasqua.

Si tratta di un’azione liturgica che affonda la propria radice in una tradizione remota e rappresentata sempre con una iridescenza simbolica semplice, eppure a suo modo ricercata per renderla più eloquente.

Anzitutto, da un punto di vista sociale, le Confraternite sono protagoniste: Corpus Domini, S. Orsola, Assunta, S. Rosario, Madonnina e SS. Trinità.

Come sappiamo, questi sodalizi rappresentano, nel corso dei secoli ed in tanti contesti locali, oltre quello di Verolengo, come una “saldatura” tra la comunità civile e quella ecclesiale, tra l’istituzione laica e quella religiosa.

Molta cura la rappresentazione ha sempre riservato ai particolari che dicono della “macchinazione” perpetrata per mettere a morte il Giusto: dalla “mano” che rappresenta lo schiaffo di Anna, ai due bastoni, fino al guanto servito per confezionare, senza che il carnefice si pungesse, la corona di spine.

Insieme ad altri (ad esempio le colonne) dicono di uno studio meticoloso per rappresentare, in modo accessibile al popolo, soprattutto nei tempi passati, quando l’informazione e l’istruzione erano patrimonio di pochi, gli elementi di una “storia” che permette alla fede di farsi cultura condivisa.

Il Crocifisso è molto antico e potrebbe risalire addirittura al XVI secolo.

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Centrale e caratteristica, distintiva della tradizione di Verolengo rispetto ad altre azioni liturgiche nel Piemonte e non solo, la presenza di un simulacro della Sindone.

Ciò deporrebbe per rilevare una sintonia tra lo spirito che anima questa tradizione locale e la “stabilizzazione” torinese del Sacro Lino che, appunto, risale ai provvedimenti adottati dai Savoia nel tardo XVI Secolo.

Dal passato al presente, la gente ha dimostrato anche ieri, Venerdì Santo 2022, di aderire all’invito del Parroco Don Valerio D’Amico ed ha seguito l’effige di Cristo, anche sostenendo la rappresentazione con la partecipazione di molti bambini e ragazzi, soprattutto di quelli che riceveranno i Sacramenti.

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(Marilisa Frison) – Con la messa “Cena del Signore”, questo Giovedì Santo, ieri 14 aprile, il parroco di Trino don Patrizio Maggioni, ha aperto il triduo pasquale.

La chiesa parrocchiale era gremita, molto sentita questa funzione religiosa dai trinesi, segno di grande devozione.

I primi banchi erano occupati dai bambini che riceveranno la Prima Comunione la domenica successiva la Pasqua.

Per i bambini il rito del lavaggio dei piedi è sicuramente un momento suggestivo da non perdere. Complimenti ai genitori che hanno portato i loro figli in chiesa per questa particolare celebrazione.

Visto che il Giovedì Santo si ricorda l’istituzione dell’Eucarestia, don Pato per la rievocazione del lavaggio dei piedi come apostoli aveva proprio dodici futuri comunicandi, che con molto garbo si sono seduti davanti all’altare scoprendo il piede destro.

Nel mentre il sacerdote, cintosi del grembiule con catino e asciugamano alla mano, con l’ausilio dei chierichetti ha proceduto con il rito compiuto da Gesù, nel mentre la corale intonava: “Servire è regnare”.

Il Vangelo di San Giovanni sull’Ultima Cena, è stato letto da Padre James Turanira Alongo, a cui è seguita la splendida omelia di don Maggioni che, oltre a trasmettere il Comandamento dell’Amore, ha spiegato magistralmente punto per punto il brano di Vangelo, senza tralasciare un riferimento al tragico momento che stiamo vivendo in Europa. Ha manifestato il desiderio di scrivere a Papa Francesco per proporsi ad andare in quei luoghi di dolore a pregare con i sacerdoti dell’Ucraina e portare conforto con la fede e la preghiera a questo popolo distrutto dalla bruttura della guerra. (In allegato il video con l’omelia completa).

Altro momento molto suggestivo oltre la lavanda dei piedi, alle 19, proprio mentre le campane suonavano a festa dall’assemblea si è elevata la preghiera del “Padre nostro”.

Ma non sono finiti i momenti di commozione, al termine della celebrazione, dopo un momento di raccoglimento e adorazione, il Santissimo Sacramento è stato tolto dall’altare principale e in processione, preceduto dai bambini della Prima Comunione, è stato deposto dai Sacerdoti nella Cappella di Lourdes, ove vi rimarrà fino al termine della Veglia pasquale del Sabato Santo. (In allegato video).

Nella serata di questo Giovedì Santo la chiesa San Bartolomeo, è rimasta aperta tutta la notte ed è stato possibile recarsi in qualsiasi ora della notte a tenere compagnia a Nostro Signore. Sempre disponibili tutta la notte i Sacerdoti per le confessioni.

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C’era tutto il Canadà, questa mattina, 14 aprile, a dare l’ultimo saluto, uniti in un grande abbraccio a Carlo (per tutti, “Carlin”) Barberis.

Se n’è andato qualche giorno fa, a 83 anni.

Abbiamo chiesto ad una comune amica, una delle tante persone presenti in questa dolente occasione, dove il dolore era tuttavia mitigato dalla certezza che Egli si trovi ora a contemplare il volto del Padre, abbiamo chiesto che ruoli “Carlin” avesse ricoperto nell’organizzazione della Associazione Sportiva.

La risposta è stata, per una parte, circostanziata: Consigliere del Gruppo Sportivo, fondatore della Bocciofila e, nel 1979, della Sezione Calcio.

Ma poi, a chiosare tutto, a tutto comprendere in una sola ed eloquente espressione che, certo meglio di altre, dà l’idea del grande cuore di un uomo “affidabile” a tutto tondo, l’immagine che ne consegna la memoria al futuro: Carlin era una “colonna portante” del Rione, della sua gente, di ogni iniziativa, dal Carnevale, a quelle sportive.

Era un rappresentante, intelligente, operoso e disinteressato della sua gente: che sapeva dare anche per il gusto di “stare insieme”, cercando di fare in modo, senza mai risparmiarsi, che ogni occasione di vita in comune avesse il conforto di una buona organizzazione, così che non ci fossero sorprese, né nulla che potesse offuscare il cielo limpido di una bella giornata passata in compagnia.

Limpido, come era il suo sorriso, illuminato dallo sguardo che rassicura, anche se per caso quel giorno dovesse piovere, che il sole è sempre sopra le nuvole.

Oggi è venuta a salutarlo una bella giornata di Primavera, che ci piace pensare sia il suo ultimo regalo.

Diciamo meglio, il più recente.

Perché il dono più grande e vero, stabile e affidabile come lui, che resterà sempre, è l’esempio che ci ha dato.

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Ancora un appuntamento formativo e di aggiornamento di alto livello per l’Ordine degli Architetti di Vercelli, questo pomeriggio, ospite, nella propria prestigiosa sede vercellese, la Cassa Edile di Corso Rigola 107.

Il tema è, come è persino ovvio, molto “tecnico”, ma gli effetti della nuova normativa di cui si parla “Le novita’ introdotte dalla legge 215/2021 al d.lgs 81/2008” spiovono sull’attività quotidiana di migliaia di Imprese e Professionisti.

Si tratta delle norme che riguardano la sicurezza sul lavoro, con un riguardo particolare alla doverosità della formazione e addestramento per i singoli lavoratori, anche sulle politiche e strategie per la prevenzione e contrasto dei rischi sui luoghi di lavoro.

La trattazione degli argomenti è affidata a due Tecnici di provata esperienza, punto di riferimento per il settore, Andrea Braghero e Daniele De Bernardi.

Introduce i lavori Marina Martinotti, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Vercelli.

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Anche a Greggio la Domenica delle Palme si è rivelata non soltanto un evento liturgico, ma un vero e proprio fatto di popolo.

Tutto il paese si è unito al Parroco Don Cristiano Formaggio per l’azione liturgica che richiama l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, inizio della Settimana Santa.

Presenti, in rappresentanza della Civica Amministrazione, il Sindaco Claudio Trada, con il Vice Gianfranco Rigolone.

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