Mese: Gennaio 2026
Riceviamo e pubblichiamo
Dopo anni di ingiustificati ritardi, volti anche ad ostruire l’operato dell’ex Prosindaco a discapito del territorio da parte del “Provicesindaco” attuale, il Comune di Varallo si ricorda finalmente di avere, tra gli obblighi che ha assunto col sottoscritto con l’accordo di programma della fusione tra Varallo e Sabbia dell’ormai lontano 2017, un albergo diffuso nel capoluogo sabbiese da riaprire.
Dopo la rinuncia degli assegnatari del primo bando ho letto il secondo “Avviso per la gestione dell’immobile sito in Frazione Sabbia” (pubblicato il 20 novembre 2025, scadenza 22 dicembre 2025), andato deserto nonostante la gratuità della conduzione proposta. Non posso non evidenziare una peculiarità che, a mio avviso, ha inciso in modo determinante sulla trasparenza e sulla reale “attrattività” dell’affidamento. comune.varallo.vc.it+1
Nei due avvisi (il primo di maggio e il secondo di novembre 2025) l’immobile viene descritto come “in buono stato”, anche “a seguito di recente ristrutturazione” (risalente ad oltre vent’anni fa), e il piano primo è presentato come un salone di circa 70 mq con bagno, oltre le sovrastanti camere.
Allo stesso tempo, tra gli obblighi del gestore si legge che, in ottemperanza alla normativa, deve mantenere il buono stato svolgendo la manutenzione ordinaria e segnalando le necessità di interventi straordinari.
Ecco il punto: il bando non chiarisce (in modo esplicito e operativo) lo stato dell’arte degli interventi straordinari necessari al primo piano sottostante il salone.
Questa porzione di immobile infatti necessita di opere importanti, come ad esempio sistemazioni interne/controsoffittatura e opere connesse, non riducibili a “piccola manutenzione ordinaria” a carico del potenziale gestore. Sono poi inoltre da considerare gli adeguamenti normativi in materia di luoghi di lavoro, che rendono necessari anche degli spazi tecnici. Opere che, non avendo originariamente copertura finanziaria adeguata, avrebbero dovuto trovare spazio dopo l’incorporazione di Sabbia nei fondi che lo stato elargisce per la fusione dal 2018 al 2032 (oltre un milione di € all’anno) al Comune di Varallo.
Proprio per questo, credo sia doveroso chiedere all’Amministrazione un chiarimento netto.
In che situazione tecnica il Comune consegnerebbe l’immobile all’eventuale conduttore a seguito degli interventi a suo carico? Perché attualmente non risulta immediatamente operativo per un’eventuale apertura.
Come mai, essendo comunque opere di natura straordinaria a carico del Comune come previsto dall’art. 1576 del codice civile, l’Amministrazione ancora non ha provveduto alla loro esecuzione? Se presentato in buono stato in ogni sua parte sarebbe stato più attrattivo per potenziali ristoratori. E’ comprensibile anche che prima di eseguire degli investimenti si cerchi un papabile gestore. Ma a questo punto la domanda da porre sarebbe un’altra: come mai il Comune in nessuno dei due avvisi ha allegato un progetto dei lavori che si sarebbero eseguiti una volta individuato il soggetto?
La cucina, unico acquisto varallese effettuato ormai diversi anni fa, giace nei locali da ristrutturare di cui sopra disassemblata. Per quale motivo? Un acquisto del genere dev’essere effettuato se a monte c’è un progetto, che tenga conto di tutte le caratteristiche tecniche necessarie. Cosa che, invece, non c’è mai stata.
Questa chiarezza preventiva avrebbe permesso a mio avviso di avere maggiori possibilità di trovare un conduttore. Senza queste indicazioni ribadite nero su bianco in merito ai lavori, invece, chi vuole presentare una proposta si trova a valutare una serie di incognite di ordine economico, legate anche alla perifericità del luogo, che può tradursi in una rinuncia a partecipare.
Una proposta più chiara all’utenza media comprensiva di progetto, render fotografico di come la struttura apparirebbe dopo gli interventi e quadro economico, avrebbe probabilmente aiutato nella ricerca di un imprenditore. Purtroppo una stratificazione di errori e manchevolezze amministrative gravi ha portato alla situazione attuale, con un’altra occasione mancata di questa amministrazione. L’augurio è che l’attuale fase di trattativa diretta porti ad una soluzione per il bene del territorio e dei cittadini.
Carlo Stragiotti
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Redazione di Vercelli
E’ sempre una bella Liturgia, ricca altresì di iridescenze capaci di illustrare come la fede sappia farsi cultura.
Stiamo parlando della benedizione del pane e quella degli animali, in occasione della memoria liturgia di S. Antonio Abate.
Non è – lo ricordiamo a noi stessi – il S. Antonio da Padova, che sarebbe vissuto all’incirca mille anni dopo o giù di lì.
Il S. Antonio che festeggiamo oggi era un giovane di famiglia benestante, nato nel 250 dopo Cristo (la morte il 17 gennaio del 356 tra Coma e la Tebaide, in Egitto).
Avrebbe potuto dedicarsi ad amministrare le vaste proprietà terriere lasciategli dai genitori: insomma, avrebbe potuto fare “il signore” per tutta la vita.
Invece, fu raggiunto da quella così esigente chiamata, che non ti lascia scampo, se solo le dai un istante di attenzione vera.
Sappiamo come vanno le cose, per come le narra – è la Lettura di questa S.Messa nella chiesa Concattedrale di S.Maria Maggiore, questa mattina 17 gennaio – S.Matteo nel suo Vangelo al Cap. 19, 16-22:
“16 Ed ecco, un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?»
17 Gesù gli rispose: «Perché mi interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono.
Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».
18 «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso.
19 Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso».
20 E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?»
21 Gesù gli disse:
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi».
22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”.
***
Aveva molti beni anche il giovane Antonio, che invece non seppe resistere.
Fece come il suo Signore chiede sempre, in ogni tempo a tutti.
Per dire che la richiesta è generalizzata, non rivolta a una persona in particolare, la Parola si affida ad un’espressione impersonale – nella quale ci può stare il riferimento identitario di ciascuno – “un tale”.
Senza concedere troppo alla fantasia, si può pensare che si rivolga anche a quelli che beni materiali magari non ne hanno, ma non per questo sono meno legati alle lusinghe, agli idoli del mondo; tra questi il più ingannevole: la mia libertà.
La libertà, magari, di ritrovarsi poi come il figliolo che chiamiamo con qualche imprecisione “prodigo” ed invece figlio, come tutti noi, di quel Padre Misericordioso che troviamo al Capitolo 15 del Vangelo di San Luca.
La libertà che quel ragazzo credette di concedersi, lo condusse a contendere qualche carruba ai porci di cui si era ridotto a fare il guardiano.
Sant’Antonio scelse, invece, la povertà che non è miseria.
Perché è una povertà radicata nella vocazione alla rinuncia.
***
Avremmo poi saputo molti anni dopo, leggendo una delle più belle lettere scritte da Giorgio La Pira che “solo rinunciando si vince veramente”.
Perché liberati dal bisogno si è più indipendenti e forti.
***
Ecco, Antonio ebbe la forza di scegliere da sé.
La sua Santità si iniziò così e da qui.
Scelse di essere “ricco” perché liberato dal bisogno.
Così divenne fonte e poi punto di riferimento per una spiritualità che, nella Chiesa nascente, aveva bisogno di esempi più che di maestri.
Lui eserciterà entrambi i ministeri, testimone e maestro.
Testimone di un modo diverso e nuovo di vivere nella dimensione contemplativa, senza dimenticare la necessità radicale del lavoro umile con il quale procurarsi il sostentamento.
Maestro per indicare la rotta nelle tormentate acque di quei tempi di non facile ricerca, dove i modelli di vita, anche di vita consacrata, non erano univoci e non sempre immuni da limiti.
Come sempre la via di una ricerca difficile si invera nella dimensione più autentica, non illusoria né mendace, quando sceglie la “porta stretta”.
Allora Antonio offrì l’idea di una regola di vita cenobitica, il “progetto” preparato per asceti con il cuore e la mente rivolta a Cristo, ma con i piedi ben piantati per terra.
Lavorare un piccolo orto per procurarsi il cibo, poi pregare e meditare la Parola.
Ne scaturì un patrimonio sapienziale che si sarebbe poi individuato nella “saggezza” dei Padri del deserto.
Con lui altri anacoreti, Atanasio, l’abate Pastor ed altri che ne avrebbero seguito le orme, Ilarione ed altri.
***
Antonio un privilegiato, dunque?
Tutt’altro: Santo non è chi sia immune dalla tentazione, bensì chi riesca a vincerla oppure a rialzarsi dopo la caduta.
E di tentazioni fu bersagliato dal suo “nemico” numero uno, il demonio, che sempre gli diede – senza demordere poi nei Secoli – un gran filo da torcere.
C’è tutta un’iconografia che l’arte di ogni tempo ha dedicato a questa figura di asceta e di combattente insieme, vittorioso contro il demonio, ma umanissimo, mai immune dalla necessità di fare i conti con la debolezza umana.

Una grande consolazione, tutto sommato, per noi tutti: le tentazioni le hanno avute anche i Santi.
Meno male.
***
Oggi Mons. Marco Arnolfo, nella sua omelia (integrale nel nostro video) non dimentica l’allusione ad un ulteriore importante insegnamento di Antonio: la ricerca di una convivenza armoniosa tra Creato e creatura.
Tra uomo e natura.
Perché il Padre affida all’uomo “primus inter pares” il compito di custodire il Creato.
Non certo di deturparlo, possederlo, sfruttarlo, dissiparne le ricchezze.
E’ un compito che si deve tramandare da una generazione all’altra: un compito che perciò non si deve concepire in senso predatorio, avvantaggiando una generazione a scapito di quelle successive.
Inculcare questo concetto nelle nostre teste non è solo preoccupazione di Mons. Arnolfo.
Il Padre ci ha pensato prima e insiste.
Tanto è vero che nel Libro del Levitico, al Capitolo 25, dice a chiare lettere: ”Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra e mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini”.
Più chiaro di così.
La terra è mia.
Una sentenza che cade come un colpo di scure a separare due mondi: il mondo di coloro che si credono padroni del Mondo.
Dal mondo di coloro che capiscono di essere “forestieri”, cioè ospiti chiamati dal Padrone vero, “inquilini”, cioè fruitori temporanei di un bene – il Creato – che dovremo lasciare, se possibile, un po’ migliore di come ce lo hanno passato e comunque non peggiorando le cose.
***
Bellissima mattina, dunque, questa mattina, in Santa Maria Maggiore, in compagnia di tanti piccoli amici a quattro zampe che hanno ricevuto la benedizione.
Un tempo nelle campagne si benedicevano cavalli da tiro e bestiame, oggi surrogati dalle trattrici agricole: segni dei tempi anche questi.
Poco prima di impartire la Benedizione finale, l’Arcivescovo ha regalato un ricordo della sua infanzia trascorsa, come sappiamo, in una cascina, condotta dai genitori, nella ubertosa pianura della provincia di Cuneo.
Due le immagini molto dolci che ha lasciato, soprattutto ai bambini (il coro delle Scuole Cristiane ha animato davvero con unanime apprezzamento la Liturgia, accompagnato all’organo da Francesco Crosio).
Con la prima ha ricordato cosa significasse la benedizione degli animali, compagni di vita e lavoro degli uomini e donne nei campi: ogni anno il Parroco, con la benedizione del bestiame, lasciava un’immaginetta del Santo che sarebbe poi stata apposta all’ingresso della stalla.
La seconda narra, invece, dell’impresa sua e degli altri bambini che, un bel giorno, si videro affidare, da un cugino più grande, un pulcino di falchetto, rimasto senza mamma e che sarebbe stato destinato a morte certa.
Invece riuscirono a salvarlo finchè divenne grande e recuperò la popria autonomia, ma non si dimenticò mai di loro, tornando spesso a trovarli.

Il video offre altresì la preghiera a Sant’Antonio, letta da Giulio Pretti (che quest’anno festeggia i 60 anni di matrimonio: auguri! Anche alla Signora, nelle nostre foto, la prima da sinistra impegnata nelle distribuzione del pane benedetto) Priore della Confraternita che ha sede nell’omonima via in Vercelli, attigua al Teatro Civico.
***
Tante persone qui con i nostri beniamini di tutti i giorni.
Li amiamo come familiari, senza però confondere ( lo ricorda con chiarezza l’Arcivescovo ): non umanizziamoli.
Umanizzarli non è un atto di amore né per loro, né per noi, tanto più se crediamo di eludere così la necessità di comunicare tra uomini e donne.
Non è sempre facile vivere la relazione con il prossimo, perché la gente non scodinzola, come forse ci aspetteremmo che facesse.
E, soprattutto, parla.
Ma questa è un’altra storia.
Settimo 1
Borgosesia 3
Marcatori: 36’ pt Stano, 39’ pt Piraccini, 43’ pt Giacona, 25’ Doratiotto
Settimo (4-5-1): Fasan; Rossetti (39’ st Ubertino), Belgiovine, Barbero, Chianese (27’ st D’Alessandro); Maruca, Stano, Barale, Pace, Anton: Niang.
A disp.: Fara, Gueye, Marinotto, Macanthony, Viotto, Hajji, Spoto.
All.: Gamba
Borgosesia ( 4-3-1-2): Salina; Pellicone, Ballarini, Mazzola, Florio; Bazzan, Desiderato (23’ st Fimognari), Doratiotto (27’ st Perego); Bieller (36’ st Manto); Giacona (13’ st Sementa), Piraccini (27’ st Tampellini).
A disp.: Autoriello, Ghibaudo, Dalla Valle, Latta.
All. Cuc
Note: cielo coperto. Terreno in erba sintetica. Spettatori: 150 circa. Ammoniti:. Angoli 6-1. Recupero: 1’ pt – 6’ st.
Vittoria importante per il Borgosesia che a Settimo Torinese passa in svantaggio ma con una grande reazione riesce a rimontare e conquistare i tre punti.
La prima mezz’ora è contratta e ne approfittano i locali che vanno avanti con Stano.
Il gol subito scatena i valsesiani che ribaltano la situazione con Piraccini e Giacona.
Nella ripresa Doratiotto chiude i giochi.
Calcio d’inizio e il Borgo è subito pericoloso con Doratiotto che calcia centralmente.
I padroni di casa rispondono con Stano che impegna Salina alla gran parata in angolo.
E’ da poco passato il quarto d’ora quando uno schema su angolo libera Mazzola che non riesce ad impattare.
Al 35’ Bazzan crossa per Piraccini che colpisce il palo.
Un giro di lancette e Stano recupera palla, calcia e insacca sulla ribattuta di Salina.
Pronto arriva il pareggio granata con Piraccini che deposita in rete il cross di Florio.
I granata spingono con Giacona prima e Doratiotto poi ma la mira non è quella giusta.
Prima del riposo Ballarini lancia in profondità Giacona che davanti al portiere avversario segna e porta avanti i suoi.
Rientrati in campo dopo l’intervallo Doratiotto trova la parata di Fasan.
I torinesi ci provano con Maruca che calcia alto.
E’ il quarto d’ora quando Sementa chiama il portiere di casa alla parata sulla linea.
Minuto 22 termina a lato la punizione di Belgiovine.
A chiudere i giochi ci pensa Doratiotto che raccoglie l’assist di Bazzan e cala il tris.
I locali spingono ma il Borgosesia chiude gli spazi, i granata conquista no così tre punti importantissimi.
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Redazione di Vercelli
Si sono svolte nella mattinata di oggi, sabato 17 gennaio, le celebrazioni per la commemorazione dell’eccidio dei Partigiani della Banda Tom.
Dopo la Santa Messa di Suffragio celebrata nella Cattedrale di Sant’Evasio il corteo accompagnato dalla Banda “La Filarmonica” di Occimiano ha raggiunto il Teatro Municipale per l’intervento del Sindaco di Casale Monferrato Emanuele Capra, seguito da quello di Carla Gagliardini a nome dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Sezione di Casale Monferrato.
L’orazione ufficiale è stata tenuta dal Prof. Mirco Carrattieri, docente presso l’Università degli Studi di Bergamo, al termine le conclusioni di Giovanni Battista Filiberti, Presidente del Consiglio Comunale e del Comitato Unitario Antifascista.
Terminata la cerimonia i partecipanti si sono trasferiti alla Cittadella dove si è ricostruito il corteo per la deposizione delle Corone alle lapidi dei 13 Caduti della Banda Tom e del Partigiano Gaetano Molo.
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Redazione di Vercelli
Is 49, 3. 5-6
Dal libro del profeta Isaìa
Il Signore mi ha detto:
“Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”.
Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”.
Sal 39
RIT: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
RIT: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo”.
RIT: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
“Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo”.
RIT: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.
RIT: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
1 Cor 1, 1-3
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
Gv 1, 29-34
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”.
Giovanni testimoniò dicendo: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.
***
UN PENSIERO SULLA PAROLA, A CURA DELLE SUORE CARMELITANE DEL MONASTERO “MATER CARMELI” DI BIELLA
I miei occhi ti vedono
(Is 49,3.5-6; Sal 39; 1 Cor1,1-3; Gv 1,29-34)
Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’Agnello di Dio”.
Arriva per Giovanni il tempo di capire; aspettava un Messia potente, come tanti speravano, l’Unto del Signore che avrebbe liberato Israele dall’oppressione dei Romani, come un tempo Dio liberò il popolo dalla schiavitù dell’Egitto.
Gesù, invece, viene come un Agnello, indifeso, piccolo senza potere.
Gesù viene per stare dalla parte degli oppressi, dei piccoli, dei bisognosi, di chi non ha difese.
Gesù viene come l’Agnello di Dio, l’Inviato del Padre che porterà la liberazione più profonda e radicale, quella dalla schiavitù del peccato.
Una liberazione che avverrà non con l’eliminazione di nemici fisici, ma con la sconfitta delle potenze del male, fino all’annientamento dell’ultimo nemico che sarà la morte (cf 1 Cor 15,26). Gesù toglierà il peccato del mondo prendendolo su di sé, addossandosi come il capro espiatorio che veniva mandato a morire nel deserto (cf Lv 16), tutte le colpe degli uomini.
Colui che non aveva commesso peccato, Cristo, prende su di sé le conseguenze del nostro peccato, togliendo così ciò che mette inimicizia tra Dio e l’uomo e ristabilendo l’originaria pace con Dio.
E’ stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe (cf 2 Cor 5,19).
Su Gesù, Agnello di Dio, che offre se stesso in riscatto per tutti (Goel=redentore-liberatore, cf Gb 19,25), Giovanni testimonia di aver contemplato lo Spirito discendere come una colomba e rimanere su di lui.
Anche la colomba è un’immagine di mitezza, piccolezza, fragilità ed è anche un’immagine biblica che ci riporta al tempo di Noè quando proprio una colomba liberata dall’arca, tornò con un ramoscello d’ulivo, simbolo della pace ritrovata e della fine del diluvio; segno di riconciliazione tra Dio e l’umanità e inizio di una nuova era di vita.
Cristo è così anche il nuovo Noè, che porta la vera pace e stabilisce la nuova ed eterna Alleanza attraverso il suo sacrificio di amore.
Gesù non è solo una vittima, come l’agnello che rimanda alla pasqua ebraica, non è l’ultimo capro espiatorio, non gli viene tolta la vita, lui la dona, sceglie di donarla nel segno della gratuità.
E’ in questa logica dell’amore gratuito, che si spinge fino a dare tutto, anche la vita, siamo immersi nel battesimo dello Spirito Santo.
Riceviamo la sua potenza dall’alto per essere testimoni, vivendo una vita trasfigurata insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo.
Santi per chiamata, possiamo imparare anche noi a conoscere Gesù che viene verso di noi, come l’Agnello di Dio, come colui sul quale discende e rimane lo Spirito, il Figlio di Dio che porta la sua salvezza e liberazione a noi e fino all’estremità della terra.
Ti preghiamo, o Padre, conferma in noi la grazia del Battesimo, perché con la forza del tuo Spirito, proclamiamo come popolo della nuova alleanza il lieto annuncio del Vangelo (cf Colletta della domenica).
Le Sorelle Carmelitane
Monastero Mater Carmeli – Biella Chiavazza



























































