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Monte Tucri sempre più accogliente nella zona della cadrega rosa!

Nuovo tavolo picnic con vista e statua della Madonna.

Il sindaco Francesco Pietrasanta commenta: “Volontari e Comune alleati per dare il meglio alla comunità. Grazie di cuore ragazzi!”.

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Redazione di Vercelli

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Provincia di Vercelli, Regione Piemonte

 

Mercoledì delle ceneri 

Gl 2,12-18

Sal 50

2Cor 5,20-6,2

Mt 6,1-6.16-18

Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti” (prima lettura).

Un imperativo accompagna l’inizio della Quaresima. La voce del profeta è una esortazione: Dio attende il “ritorno”, Dio “aspetta”. Il verbo ebraico che esprime questo imperativo è molto interessante, perché ha un duplice significato: viene usato sia per indicare l’espressione “girare intorno”, sia per indicare una “inversione” nel senso di marcia.

Un “cambio” di sguardo e di “vista”, quello “del cuore”, che cerca il volto di Dio. Il volto di un Dio che “si muove a compassione del suo popolo”, un Dio che “è misericordioso e pietoso,
lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male
”.

Davanti ad un Dio così dobbiamo “imparare a credere”, dobbiamo con coraggio “ripensare” con digiuni, pianti e lamenti alla nostra condizione per “ritornare” a Lui, per “ri-volgere” lo sguardo a Lui che non ha mai smesso di guardare a noi.

L’esortazione del profeta Gioele è di una bellezza semplice eppure disarmante: “laceratevi il cuore e non le vesti”, solo “aprendo il cuore” facciamo spazio a Dio. Solo con Dio “nel cuore” possiamo fare esperienza della compassione e della misericordia.

“Lacerare il cuore” è “fare spazio”, è  “aprire una breccia”, è consentire a Dio di entrare nella nostra vita, per portare vita alla vita.

Il profeta Gioele conosce le abitudini del popolo di Israele, abituato a lacerarsi le veste in  periodi di sofferenza e di penitenza, di dolore o sdegno, ed esorta ad un “cambiamento”: non le vesti, ma il cuore, quel cuore che è il nostro “io profondo”, la “radicalità” del nostro essere, il nostro “autentico io”, il nostro noi come “persone”, dove possiamo, se lo vogliamo, “far entrare” un cambiamento per trasformare la nostra esistenza.

Riflettiamo come la pagina biblica propone la scrittura antica dove non esiste una parola per esprimere la “conversione” intesa secondo la logica della parola greca metànoia (“cambiamento di mentalità”), ma viene utilizzato il verbo shub tradotto con “ritornare” e viene in questo caso utilizzato in modo “collettivo”. Il popolo deve “ritornare”, non i singoli, siamo comunità chiamata, tutti: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti”, radunati per dar voce ad un “gesto pubblico”, insieme, per riunire la voce nella preghiera. Il peccato è dispersione, allontanamento da Dio, è frattura della comunione, ecco perché occorre “aprire il cuore” per accogliere Dio. Perché Dio è lì, non si è allontanato, continua a guardare il mondo con misericordia e compassione.

Misericordia che sgorga dal riconoscimento della nostra miseria, come le parole umili e potenti del salmo 50, quelle che sgorgano dal cuore di Davide, dopo le parole del profeta Natan.

Pietà di me o Dio”. (Salmo)

Fammi Grazia”.

Le parole più “umane” della miseria dell’uomo che si riconosce peccatore, anche nel “grande peccato”, anche nella “colpa più grande”: Dio tu puoi donarmi la Tua Grazia.

Pietà di noi o Dio.

Lacrime, sofferenze, preghiere… “(Dio) nel tuo grande amore cancella il mio peccato”.

L’uomo che si “riconosce” peccatore davanti a Dio. Il peccato che “allontana” che fa “mancare il bersaglio” (hattá), che mi fa (‘awôn), deviare, curvare, che è (peshá) sentimento di ribellione: “sfida” a Dio, allontanamento dai suoi progetti…

Dio, cancella la mia ribellione, portami in salvo, lava la mia superbia, la mia arroganza, la mia presunzione…recuperami dal mio smarrimento, dal mio vagare lontano da Te…

E Dio “cancella, lava, monda”, dona misericordia alla miseria, se l’uomo apre uno spiraglio a Dio, Egli concede misericordia senza fine.

Voglio aprirmi a Te o Dio, aprire quella breccia del mio cuore, far entrare quel tuo Amore senza fine, per me. Per me, anche con il mio peccato.

“Secondo la tua misericordia”: non è un “accessorio” la misericordia di Dio, è il suo Nome (hésed).

Pietà, Misericordia, Amore: i nomi di Dio.

Bontà infinita.

“Nel tuo grande amore” (rahammìm), quelle “viscere” di Dio, il suo “grembo di madre”, il suo “cuore di padre”, che accolgono, stringono, assumono dentro di sé, accettano, soffrono e gioiscono…con me…

E Dio compie ciò che non è possibile all’uomo: ama, perdona, concede misericordia senza fine.

La misericordia che “accompagna” la persona, che aspetta, che sa attendere, rispettoso della libertà.

Davide ha “camminato” nella consapevolezza che davanti a Dio, posso riconoscermi peccatore e Lui mi attenderà sempre, mi amerà sempre, avrà sempre la sua misericordia per me.

Davide ha camminato nella consapevolezza di Dio e del prossimo, ha “riconosciuto” la sua colpa, e Dio gli dona un “cuore nuovo”, apre nuovi orizzonti di speranza contro la disperazione, perché la misericordia di Dio “sana” la miseria dell’uomo, rende “nuovi” oltre il peccato, oltre la colpa.

E Dio, come ricorda san Paolo, (seconda lettura) chiama al perdono: “lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” . Dio “si muove” verso l’uomo con un amore straordinario: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore” (2 Cor 5,21). Alla comunità di Corinto in quel 57 d.C. Paolo si rivolge in modo accorato, ma quelle parole sono anche per noi: “lasciatevi riconciliare con Dio”.

La parola usata da san Paolo è importante per il contesto nel quale è utilizzata; il termine riconciliazione era in uso in particolare in ambito veterotestamentario per la riappacificazione tra coniugi.

E Gesù, “passa” attraverso la croce, l’attraversa, pur non conoscendo il peccato è stato trattato da peccato, per noi, per noi che peccatori, potessimo essere trattati come “giusti” davanti a Dio.

Il rapporto con Dio e il suo popolo è un “rapporto di alleanza”, un “patto” (come quello tra gli sposi), e il patto prevede l’iniziativa di Dio che non abbandona, che richiama, che ri-concilia e lo fa con il “sacrificio di Cristo” il Figlio amato che dona la vita al mondo.

Iniziativa di Dio ed accoglienza dell’uomo: Grazia e salvezza.

Pace.

E se ci facciamo “riconciliare”, diventiamo “ambasciatori” di quell’annuncio di redenzione che trasforma la vita se siamo disposti a “lacerare il cuore” per far entrare Cristo.

E Gesù la strada l’ha tracciata… sul quel monte, dopo essersi messo a sedere, indica, come riporta il vangelo di San Matteo da cui è tratto il brano della liturgia odierna, la strada: “elemosina, preghiera e digiuno”, per un “ritorno” al volto del Padre.

Nel segreto”…

Mi pare importante ricordare “il segreto”, quello che Dio “vede” e quello che ognuno di noi dovrebbe “vedere” dentro se stesso.

“Nel segreto”… non per la “ricompensa”.

Nel segreto… discernere per agire.

Importante il  discernimento: è un composto di cernere, fare una “cernita”, quindi “setacciare”, “vagliare”, saper “dividere” e “distinguere”, “separare” per non far confusione e lasciarsi confondere.

E per discernere occorre conoscenza, coscienza e libertà.

E Gesù ci aiuta nella “scelta”: “elemosina, preghiera e digiuno”, ci indica i “parametri” di quell’azione di “giustizia”. Verso i fratelli, verso Dio e vero le cose.

Una “giustizia” che trova la sua dimensione orizzontale e verticale: gli altri (elemosina), Dio (preghiera) e le cose del mondo (digiuno).

Nel segreto… non per essere “migliore”, ma per “vedere” il volto di Dio.

Giustizia che è dono e relazione, che è scoperta della nostra identità di persone, giustizia che è amore verso gli altri, verso Dio e rapporto corretto con le cose.

Il “digiuno” non come “privazione” ma come “condivisione”, come giusto rapporto delle cose che da “mie” diventano “per gli altri”. Gesù dà un nuovo significato al “digiuno”: se in Israele si digiunava in modo pubblico e privato, in segno di lutto, di espiazione, nella festa di Yom Kippur, il giorno dell’espiazione del pentimento (il dieci del mese di Tishrì), Gesù investe di nuovo significato del “digiuno”: gli amici dello sposo non digiunano se lo sposo è con loro (cfr.Mc 2,18-22), solo “dopo” digiuneranno.

Invitati a nozze, siamo chiamati alla vita.

Siamo chiamati al “digiuno” fino al giorno del “ritorno”.

Un digiuno che renderà il “cuore puro”, che aiuterà a meditare e vivere la Parola.

Siamo “invitati” al banchetto per essere comunione.

Un digiuno come annuncia il libro del profeta Isaia al capitolo 58: “Il digiuno che io voglio è che tu spezzi il tuo pane con l’affamato, accolga sotto il tetto chi è senza tetto; condivida il tuo vestito con chi è nudo. Questo è il vero digiuno gradito a Dio”.

Siamo invitati a “digiunare” non per “far cosa gradita”, ma per imparare a “vivere” ed “abitare” la mancanza, per “stare” e “far dimorare” in noi Dio che ci viene incontro, che desidera “abitare in noi”.

Il “digiuno” della pienezza di vita, in Cristo.

Il “digiuno” della “volontà del Padre”.

Il “digiuno” dello sguardo vero l’Alto e verso gli altri.

Il “digiuno” che mi fa “gustare” la comunione.

Il “digiuno” che mi fa distinguere e discernere, che mi aiuta a comprendere l’Amore.

Il “digiuno” del profumo di Dio, del volto della gioia e della speranza.

Il “digiuno” “visto nel segreto dal Padre”, non per avere una “ricompensa”, ma per avere “vita piena”.

Il “digiuno” della “libertà dei figli”.

Il “digiuno” che diventa speranza.

Riporto quelle parole di Clemente Rebora ne “La Speranza”:

“Ho trovato Chi prima mi ha amato
e mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco,
Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito,
l’Amore che dona l’Amore,
l’Amore che vive ben dentro nel cuore.

Amore di Cristo che già qui nel mondo
comincia ed insegna il viver più buono.”

E quel “corno ricurvo di ariete” suonerà per tutte le volte che sapremo “fare qualcosa per Dio nei fratelli”, per tutte le volte che sapremo dare da mangiare, da bere, vestire, trovare, curare, insegnare, sopportare…per tutte le volte che sapremo con cuore semplice e limpido ri-conoscerci peccatori, ri-conoscerci bisognosi, ri-conoscerci fratelli e trasformare la nostra vita, non per il prestigio personale, ma per porla nelle mani di Dio.

E la mia responsabilità diventerà preghiera, elemosina, digiuno.

Per ricordarci “chi siamo”, verso Chi siamo diretti e da Chi siamo attesi.

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Redazione di Vercelli

Posted in Pagine di Fede

Il penultimo appuntamento della trentatreesima edizione di “Immagini dal Mappamondo”, previsto per giovedì 13 marzo, vedrà al centro della serata il reportage, curato da Fulvia Mento, dedicato alla Repubblica Centro Africana.

Stato purtroppo conosciuto per la sua instabilità politica e per il terribile dittatore Bokassa, che negli anni sessanta con un colpo di stato prese il potere e si autoproclamò Imperatore.

Fulvia, relatrice al debutto nella rassegna, ci accompagnerà con questo viaggio in uno dei luoghi più difficili da raggiungere del continente africano – spiega Ugo Breddo, ideatore e curatore della rassegna – e ci permetterà di scoprire attraverso le sue belle immagini un Paese sorprendente che, nonostante le sue ingenti risorse naturali, risulta essere uno dei più poveri e fragili al mondo”.

Un viaggio nella Repubblica Centro Africana è un viaggio nel cuore pulsante dell’Africa, in una delle foreste pluviali tropicali più antiche al mondo, seconda per grandezza solo dopo quella dell’Amazzonia.

Gli scatti della relatrice ci condurranno in un intricato mosaico di torrenti e fiumi, in una foresta densa con “radure aperte” conosciute come “bais “, ricche di sali minerali e quindi punto di incontro di innumerevoli specie animali, tra cui gli elefanti di foresta.

A Dzanga Bai se ne avvisteranno anche più di cento insieme. Andremo a scoprire in questo Paese sconosciuto ancora al turismo, ma ricchissimo di bellezze, i poco conosciuti  gorilla di pianura.

Il Paese è un vero gioiello naturalistico e patria di tradizioni ancestrali come quelle delle popolazioni Ba’Aka, cacciatori raccoglitori, che vivono nel sud ovest del paese, nella regione più a nord del bacino del Congo, tra il Cameroun e la Repubblica del Congo.

I Ba’Aka, comunemente chiamati “pigmei “ sono caratterizzati da tratti somatici inconfondibili e si muovono nella foresta, di cui hanno una conoscenza straordinaria, con agilità e sorprendente velocità. Sono “famosi “ per la loro musica polifonica e le danze.

In questa parte dell’Africa sono stata sopraffatta dalla densa, umida e buia foresta tropicale. L’aria è bagnata, e gli alberi, giganti, gocciolano di continuo, senza mai riuscire ad asciugarsi dai violenti acquazzoni che occorrono con monotona regolarità – commenta Fulvia Mentoi giorni, nella foresta africana, sembrano passare più velocemente che altrove.”

Queste riflessioni non possono che suscitare curiosità e stupore.

L’appuntamento per tutti gli amanti dei viaggi è fissato presso la mitica saletta intitolata al Cav. Petri del CAI vercellese, in via Stara, 1 con inizio alle ore 21,15.

L’ingresso, come di consueto, sarà libero.

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Redazione di Vercelli

Posted in Cultura e Spettacolo

La mattina di sabato 1 marzo la Comunità di Sant’Egidio ha promosso  a Vercelli nella chiesa di San Lorenzo una preghiera “in memoria di Modesta Valenti e di tutte le persone  senza fissa dimora che muoiono per la durezza della vita di strada”.

Vi hanno partecipato alcune persone senza casa, che vivono per strada o sono ospiti del Centro di accoglienza notturna Santa Teresa, insieme ai volontari della Comunità e a tanti amici invitati per l’occasione.

Negli ultimi mesi del 1982, alcuni giovani della Comunità di Sant’Egidio avevano incontrato Modesta Valenti, una donna senza fissa dimora, nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma.

Chiedeva l’elemosina, un po’ timidamente, quasi di nascosto .

Il  31 gennaio 1983 Modesta cominciò a star male e morì presso il binario 1 della stazione Termini di Roma perché l’ambulanza che intervenne si rifiutò di trasportarla in ospedale: troppo sporca, maleodorante e infestata dai pidocchi. rischiava di «contaminare il mezzo», si giustificarono allora gli operatori.

Modesta perse la vita dopo 4 ore di agonia, scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica.

La Comunità fu toccata profondamente dalla storia di questa donna fragile, provata dalla vita, morta per il rifiuto, l’abbandono, il disprezzo, che come una congiura si erano stretti attorno a lei fino a farla morire sola.

Nella sua storia sembravano concentrarsi tanti aspetti di povertà e di abbandono, fino a farne una vera e propria martire dell’indifferenza”.

Per questo, ogni anno, a Roma e in diverse città italiane, nell’anniversario della sua morte la Comunità di Sant’Egidio celebra il ricordo di Modesta e di tutte le persone senza dimora che, come lei, muoiono per la durezza della vita in strada

A partire da quella dolorosa vicenda, Sant’Egidio ha lavorato perché  tragedie così non avvenissero mai più. Fermarsi, parlare, guardare negli occhi le persone per strada, instaurare un rapporto personale di aiuto e di amicizia, soccorrere nelle necessità: sono i gesti semplici del Buon Samaritano, che colmano l’abisso di indifferenza che circonda la vita e a volte la morte di chi vive per la strada.

Le dimensioni del problema a Vercelli ovviamente  non sono paragonabili rispetto a quelli delle grandi città come Roma, Milano o Torino.

Tuttavia il fenomeno dell’impoverimento sta crescendo anche nelle città di provincia: in quest’ultimo anno anche a Vercelli è aumentato il numero di persone che dormono fuori (all’aperto, in ripari di fortuna o in macchina ) o versano in grave difficoltà economica e rischiano  da un giorno all’altro di finire sulla strada dopo uno sfratto esecutivo

Al termine del pranzo a San Lorenzo è stato offerto a tutti i presenti un pranzo grazie alla generosità di alcuni privati cittadini e della gastronomia Zaccone di via Verdi, del ristorante L’ Angolo di via Paggi 7, della panetteria Scala di corso Matteotti 2 e del negozio Frutta e verdura Sapori di Sicilia di corso Prestinari 63.

Gli amici senza casa sono stati serviti a tavola dai volontari della Comunità e da alcune persone che, dopo aver attraversato momenti di difficoltà e sperimentato la “vita di strada”, ora hanno una casa .

Durante il pranzo si è creato un clima di grande familiarità , con la promessa di incontrarsi ancora e di fare festa insieme: per la Comunità, la sfida è  condividere le difficoltà e le attese di chi è senzatetto, aiutando ciascuno  a costruire per sé un futuro migliore.

E, insieme, far crescere in tutti i cittadini una nuova sensibilità,  più aperta e solidale  alle necessità di questi nostri fratelli e sorelle “invisibili”.

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Posted in Società e Costume

Questa mattina, lunedì 3 marzo, appuntamento con la “fagiolata” che dopo la benedizione da parte di don Salvatore è stata distribuita come da tradizione a tutte le famiglie.

Presenti all’evento Monsignor Formaggio, il sindaco Claudio Trada con le maschere di Greggio Spus e Spusa che hanno accolto le maschere di Vercelli, il Biciulan e la Bela Majn.

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Posted in Lo Sport, Riservato abbonati

Sono stati venduti 21.376 biglietti, di cui circa 6.000 online – un record – con visitatori che, fin dalle prime ore del mattino e senza sosta fino al pomeriggio inoltrato, hanno affollato le strade per assistere al ricco programma della giornata.

Un incremento significativo rispetto alle passate edizioni, che conferma il trend positivo di crescita dei visitatori e la validità delle strategie adottate dalla Fondazione per migliorare e consolidare ogni aspetto della manifestazione. Innovare nella tradizione, come annunciato fin dall’inizio.

È stata una giornata carica di emozioni, in cui le due anime del Carnevale – quella storica e quella festosa della Battaglia – si sono intrecciate in un continuo scambio di saluti e momenti condivisi fin dal primo mattino.

La giornata si è aperta con il Gruppo Storico dei Credendari, gli Armigeri e il Magnifico Podestà, protagonisti di momenti di grande valore simbolico. Come da tradizione, si sono ritrovati in Piazza di Città, che nel frattempo – al pari delle altre piazze – si riempiva di ordinate file di cassette colme di arance, pronte per la battaglia pomeridiana.

Il Magnifico Podestà, Gianni Girardi, ha guidato il Giuramento di Fedeltà e la Preda in Dora, la cerimonia simbolica che si svolge sul Ponte Vecchio. Con grande solennità, ha gettato la pietra alle sue spalle circondato da un folto pubblico e da fedelissimi della tradizione.

Un momento che resterà nel suo cuore, non solo per il debutto in questo ruolo, ma anche per la scelta di utilizzare un drappo confezionato dieci anni fa in occasione della scomparsa di Costantino Garda, gentilmente concesso per l’occasione dai proprietari.

La mattinata ha visto protagonista anche la Mugnaia, Silvia Grimaldi, accompagnata dal Generale Ulisse Falchieri, nella tradizionale visita alla fagiolata benefica del Castellazzo, dove una piazza Maretta gremita l’ha accolta con entusiasmo.

Qui, tra l’attesa della sua prima uscita diurna e la distribuzione dei fagioli grassi, cucinati per tutta la notte in enormi pentoloni d’acciaio, il popolo ha celebrato un altro rito fondamentale del Carnevale.

E non solo al Castellazzo: sin dalle prime ore del mattino, lunghe code si sono formate anche alle fagiolate di San Lorenzo, Via Dora Baltea e San Bernardo.

Queste antiche tradizioni hanno un forte valore sociale, rafforzando i legami tra gli abitanti e rendendo il Carnevale un evento profondamente partecipato.

Nel corso della tarda mattinata, il numero di visitatori è aumentato progressivamente, affollando il Lungo Dora per assistere alla Sfilata dei Gruppi Ospiti e degli Sbandieratori, che con le loro esibizioni hanno animato le strade fino alla presentazione ufficiale in Piazza di Città.

Nel frattempo, cresceva l’attesa per il fatidico fischio d’inizio della Battaglia.

L’adrenalina era palpabile non solo in Corso Massimo d’Azeglio, dove i carri si disponevano per gli ultimi controlli, ma anche nelle piazze, che si coloravano delle divise delle squadre in un crescendo di cori e abbracci.

Una Piazza di Città gremita ha accolto la Vezzosa, che dal Cocchio Dorato trainato da tre cavalli bianchi, alla testa del Corteo, ha dispensato senza sosta caramelle, mimose e – soprattutto – sorrisi, sguardi intensi e abbracci virtuali al pubblico. Un pubblico che l’ha ricambiata con passione e affetto, non solo nell’amato Borghetto, dove era attesa da un’intera squadra entusiasta, ma in ogni piazza attraversata.

Il sole ha accompagnato la sfilata del Corteo Storico al completo, tra applausi e saluti di una folla profondamente coinvolta.

Per tutto il giorno i visitatori hanno potuto godere di uno spettacolo completo, alternando la Battaglia al Corteo Storico, alle esibizioni degli Sbandieratori in Corso Massimo d’Azeglio e alle performance dei Gruppi Ospiti.

Tra questi, anche la Fanfara a cavallo della Polizia di Stato, che si esibirà domani sera nel centro storico insieme a Su Maimulu.

Negli ultimi anni, questi gruppi sono cresciuti in numero e organizzazione, offrendo al pubblico un’esperienza sempre più ricca.

Il bilancio della giornata è decisamente positivo – commenta Davide Marchegiano -. Il Corteo ha sfilato bene ed è stato accolto con calore e compostezza. Non si sono verificati episodi particolari. Gli aranceri hanno combattuto per quasi tre ore nel tiepido pomeriggio. Gli Abbà hanno mostrato entusiasmo e partecipazione, così come tutti i Personaggi del Carnevale, confermando ancora una volta che questa è una festa del popolo, per il popolo, con il popolo: un evento unico al mondo. A nome della Fondazione, desidero ringraziare la Polizia Municipale per la disponibilità e la sensibilità dimostrate nella gestione di un momento critico, permettendo la regolare prosecuzione del Corteo. Ringrazio anche i Gruppi ospiti che hanno arricchito la nostra giornata”.

Numerosi anche i media accreditati, attratti dalla spettacolarità della Battaglia e dalle immagini potenti che regala.

Ma è l’energia della manifestazione a conquistarli, un’energia che attraversa ogni piazza, ogni gesto, ogni istante del Carnevale.

Ad oggi, sono poco meno di duecento gli operatori arrivati in città per documentare l’evento, tra cui i principali broadcaster italiani e diverse agenzie internazionali.

 

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