Mese: Febbraio 2025
Se un giorno un alieno atterrasse tra le risaie vercellesi, cosa vedrebbe? Un territorio che alterna campi allagati, cascinali silenziosi e un sistema idraulico raffinato da secoli di ingegno umano. Ciò che non vedrebbe, invece, a meno che non avesse una laurea in ecologia intergalattica, è l’equilibrio fragile tra l’uomo e la natura, la costante lotta tra progresso e conservazione.
È proprio di questo che si è discusso il 5 febbraio all’I.I.S. Cavour di Vercelli, nell’ambito della Rassegna Culturale curata da Giulia De Santis ed Elena Ferraris.
A prendere la parola, davanti alle classi 2^I TUR e 1^B SSAS, è stato Simone Ciadamidaro, ricercatore ENEA ed ecologo, che ha portato gli studenti virtualmente a spasso tra gli ambienti naturali e seminaturali delle terre del riso. Una passeggiata tra boschi, corsi d’acqua e zone umide in via d’estinzione. Una geografia invisibile ai più, ma fondamentale per la salute del territorio.
Ciadamidaro ha dipinto un quadro chiaro: la Pianura Padana, un tempo un mosaico di foreste e paludi, è stata domata e trasformata in un’imponente distesa agricola. L’urbanizzazione, le infrastrutture e le modifiche idrauliche hanno cambiato per sempre il volto della regione.
Se il passato è storia, il futuro è una scelta: cosa vogliamo fare della nostra terra?
Nell’era della crisi climatica, le risaie non sono solo risaie. Sono, paradossalmente, l’ultima eredità di un ecosistema perduto. Un rifugio per anfibi, uccelli migratori e insetti preziosi, una versione contemporanea di quelle zone umide scomparse sotto l’aratro della modernità. Eppure, anche questa fragile armonia è a rischio: il cambio delle tecniche agricole, il riscaldamento globale, la scomparsa di habitat naturali minacciano l’intero equilibrio ecologico.
La lezione di Ciadamidaro non è stata solo una lezione di biologia o di ecologia. È stata una lezione di consapevolezza. Di quelle che ti fanno alzare lo sguardo mentre cammini per la tua città e vedere non solo strade e case, ma la storia di un territorio, le scelte che lo hanno plasmato e le sfide che lo attendono.
Alla fine dell’incontro, nessuno è diventato ecologo in un’ora, ma forse qualcuno ha iniziato a guardare il proprio mondo con occhi diversi. E in un’epoca in cui l’indifferenza è la norma, è già un piccolo trionfo.
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Redazione di Vercelli
Anche in un momento così solenne e, ad un tempo, dolente, si fa largo, si deve fare largo, la speranza.
Raggiungendo oggi, 10 febbraio, la Chiesa di San Paolo a Vercelli per documentare questa “Giornata del Ricordo”, l’attenzione si è appuntata sul piccolo drappello di ragazzi che, sotto il portico del Municipio dove sono le targhe di marmo cui è consegnata la memoria dei Caduti vercellesi, allestivano pochi “segni” commemorativi di quel dramma.
E’ il segno di una volontà, più forte dell’oblio, come se rappresentasse l’idea di una Primavera che arriva anche dopo il più buio e gelido degli Inverni.
Quella speranza che la bellezza di cuori puri rende ragionevole anche quando si deve guardare l’icona del dolore innocente, rappresentata da quella ragazzina, poco meno di una loro coetanea, che la follia del male assoluto aveva reso esule, scampata, forse, anche lei, alla fine orrenda delle foibe.
La storia umana è percorsa e percossa, trafitta, da immagini come questa: il piccolo ebreo del ghetto di Varsavia che cammina con le mani alzate, sotto il tiro tedesco; la bambina vietnamita, nuda, che fugge per mettersi in salvo dall’orrore, lungo quella strada in terra battuta che corre tra risaie insanguinate nel Viet Nam del Nord.
E poi c’è questa piccola italiana che è esule in Patria.

Come i suoi genitori, fugge dall’Istria e dalla Dalmazia, da Fiume, dal Quarnaro italiano.
I patti tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale assegneranno questi territori alla Jugoslavia di Tito.
Ma questo avviene all’esito di mesi in cui non si risparmiarono crudeltà e violenze.
Le milizie “titine” (non è un vezzeggiativo paradossale e grottesco) fecero di tutto per costringere quegli italiani che volevano restare tali ad accettare l’annessione.
Di tutto, compresa la barbarie delle foibe: cunicoli carsici profondi, nei quali, legati tra loro con fil di ferro, venivano buttati, vivi, a morire lentamente ed inesorabilmente, coloro che non volevano accettare di diventare jugoslavi.
Furono migliaia.
Durò dall’8 settembre 1943 al 1947, dall’Armistizio di Cassibile fino ai Trattati di Pace di Parigi.
Per lunghi mesi, tra le due date l’occupazione tedesca anche di quei territori.
Connazionali che avevano perso tutto.
Era stato loro permesso lasciare i territori italiani ceduti alla Jugoslavia, ma avevano dovuto abbandonare le loro case, ogni loro bene: rinunciarono in nome della Patria italiana.
Tanti arrivarono anche a Vercelli.
***
Nel corso della cerimonia odierna ha preso la parola per una commemorazione di Vercelli il Sindaco Roberto Scheda.
Ecco una sintesi del suo intervento:
“Per tanti, troppi anni abbiamo creduto che quanto patito dagli italiani in Istria e Dalmazia, durante e alla fine della Seconda Guerra Mondiale, potesse esser nascosto dietro alla maschera del silenzio. Una maschera, ammettiamolo, imposta forse anche dall’Europa allora spaccata a metà fra il blocco Occidentale e quello Sovietico.
Oggi che il 10 febbraio è la giornata del Ricordo – ufficialmente istituita con la legge numero 92 del 30 marzo 2004 – il dramma delle Foibe e degli esuli non è più rimosso. Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha perfettamente cristallizzato il pensiero che dev’esser di tutti: «Il nostro Paese, per responsabilità del Fascismo, aveva contribuito a scatenare una guerra devastante e fratricida. Fu grazie anche al contributo dei civili e dei militari alla lotta di Liberazione, e all’autorevolezza della nuova dirigenza democratica, che all’Italia fu risparmiata la sorte dell’alleato tedesco, il cui territorio e la cui popolazione vennero drammaticamente divisi in due. Questo, tuttavia, non evitò che le istanze legittime di tutela della popolazione italiana, residente nelle zone del confine orientale, fossero osteggiate, frustrate e negate. Il nostro “muro di Berlino” – certamente ben minore per dimensioni ma con grande intensità delle sofferenze provocate – passava per il confine Orientale, per la cortina di ferro che separava in due Gorizia, allontanando e smembrando territori, famiglie, affetti, consuetudini, appartenenze. Il nuovo assetto internazionale fece sì che passassero in secondo piano le sofferenze degli italiani d’Istria, di Dalmazia e di Fiume. Furono loro a pagare il prezzo più alto delle conseguenze seguite alla guerra sciaguratamente scatenata con le condizioni del Trattato di pace che ne derivò. Dopo aver patito le violenze subite all’arrivo del regime di Tito, quei nostri concittadini, dopo aver abbandonato tutto, provarono sulla propria sorte la triste condizione di sentirsi esuli nella propria Patria. Fatti oggetto della diffidenza, se non dell’ostilità, di parte dei connazionali».
Per questi motivi oggi, lunedì 10 febbraio, dobbiamo più che mai ribadire con forza come la ferocia subita non debba essere francobollata come mero atto, comunque ignobile, di vendetta o sommaria giustizia contro i fascisti occupanti il cui dominio comunque era stato – lo sappiamo molto bene – intollerante e crudele nei confronti delle popolazioni slave. «Le sparizioni nelle foibe o dopo l’internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che – ha ribadito con forza il Presidente della Repubblica durante uno dei suoi ultimi interventi su questo argomento – non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e i loro figli, di ostacolare l’annessione di quei territori sotto la dittatura comunista».
L’esemplare realtà di integrazione europea – che, non dimentichiamoci, la nostra Italia ha contribuito a fondare e ha fortemente voluto, e vuole, estesa ai vicini Paesi dei Balcani – dimostra come il superamento delle contrapposizioni non passi per l’impervio sentiero dell’oblìo, disseminato da montaliani cocci di vetro, bensì dal vivido riconoscimento delle responsabilità.
Come sapete, non amo i discorsi retorici.
Quindi mi chiedo e Vi chiedo pubblicamente: «Che ruolo abbiamo noi oggi nel Giorno del Ricordo?» Non celebrare questo appuntamento solo per dovere istituzionale, per esempio. Dobbiamo essere i promotori, specie fra gli studenti.
Un grande scrittore statunitense, vissuto fra il 1800 e l’inizio del 1900, una volta ha detto: «Se dici sempre la verità, non hai bisogno di ricordare ogni cosa». Ecco: diffondiamo la verità di quanto è successo in quelle zone durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Come per l’Olocausto, diffondendo la verità, ci ricorderemo come la memoria sia il nostro dovere per le future generazioni.
Diffidate dunque da chi sostiene – e continuerà a farlo per comodità – che rimuovere aiuta a superare. Non è ammissibile perché non è vero! Rimuovere significherebbe, per esempio, dimenticarci di Norma Cossetto. È stata una giovane studentessa universitaria istriana catturata e imprigionata da partigiani Jugoslavi nel 1943, che è stata lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Una testimonianza di coraggio e di amore per la sua, la nostra Patria che oggi voglio riportare all’attenzione di tutti i miei concittadini.
Dire la verità, dire che gli italiani di Istria, Dalmazia e Fiume hanno subito queste violenze, scolpirà negli anni a venire quanto è successo. Lo farà in modo chiaro e indelebile. Solo allora potremo far riposare la memoria, parafrasando Mark Twain. Perché la verità sarà diventata il vento che respireremo in ogni singolo istante di ogni singola giornata”.
(elisa moro – immagini di giancarlo guidetti) – “Diventare testimoni luminosi della speranza di Cristo”: con questo appello l’Arcivescovo di Vercelli, Mons. Marco Arnolfo, ha invitato i numerosi fedeli convenuti al Santuario della Vergine Potente del Trompone, a Moncrivello, , per la celebrazione, di sabato 8 febbraio alle ore 18 di apertura come Chiesa Giubilare della Diocesi di Vercelli, a vivere in pienezza questo Anno di Grazia. Con Mons. Arnolfo hanno concelebrato Mons. Lorenzo Piretto, Arcivescovo emerito di Smirne, i Sacerdoti dioceani della zona pastorale di Vercelli, Don Alberto Carlevato e, ultimi ma non certo per importanza, gli ospiti, per i quali ha in conclusione portato il saluto padre Thierry, dei Silenziosi Operai della Croce.
Una fitta partecipazione di fedeli, tra cui numerosi giovani, che tuttavia non ha rotto il clima di preghiera e di profonda riconoscenza, che ha visto la presenza di due Diocesi, Ivrea e Vercelli, riunite sotto il “manto di Maria”, guardando all’Immacolata di Lourdes, a pochi giorni dalla memoria liturgica delle Apparizioni presso la Grotta di Massabielle, la prima avvenuta l’11 febbraio 1858.
Oltre alla Parrocchia di Moncrivello, Cigliano e Borgo d’Ale, facenti parte della stessa unità pastorale della Diocesi Vercellese, le tre Parrocchie canavesane affidate alla cura sapiente e zelante di Don Alberto Carlevato, Villareggia, Tonengo e Mazzè.

Presenti, a rappresentanza di queste comunità, anche i primi cittadini dei rispettivi paesi, oltre che il Coro interparrocchiale, diretto dalla Signora Viviana Gerardi; all’organo i Maestri Francesco Gianetto e Sandro Frola, che hanno saputo accompagnare e creare questo clima di raccoglimento.

Non ha partecipato quest’anno Don Giovan Battista Torre, rettore del Santuario, a causa di una lieve indisposizione: a lui è andato il pensiero riconoscente di tutti per il bene che ha fatto e continua a fare, certi che si ristabilirà presto.
Il Santuario della Vergine Potente del Trompone: una “cerniera” tra il vercellese e il canavese.
Forse si può dire che le mura del compendio monumentale rappresentino una sorta di “confine che unisce” territori, Diocesi, province, popolo, realizzando una viva e feconda, quanto originale, osmosi pastorale di grande valore.
Il Santuario è luogo di assoluta pace, sorto per celebrare l’apparizione mariana avvenuta secondo la tradizione il 26 giugno 1562, connessa alla guarigione miracolosa di una donna, Domenica Millianotto, affetta da epilessia e altre infermità.

Questo luogo di spiritualità è, per qualche metro, in Diocesi di Vercelli, ma molti sono i legami “del cuore” con la Diocesi eporediese, a partire dalla profonda devozione che i paesi limitrofi riservano alla Madonna del Trompone.
Un luogo di misericordia, di sofferenza vissuta in comunione con Cristo, ma soprattutto di speranza, Chiesa Giubilare nel vero senso della parola, come ha ben ricordato l’Arcivescovo di Vercelli che, citando la Bolla di indizione del Giubileo, “Spes non confundit”, ha ricordato, nell’omelia, integralmente filmata, come
“ogni cristiano sia chiamato ad essere segno tangibile di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in una situazione di disagio” (cfr. n°10).
Presenti, alla Solenne concelebrazione, numerosi sacerdoti, delle parrocchie coinvolte, ma anche della comunità religiosa che mantiene vivo il Santuario, quella dei Silenziosi Operai della Croce.
Testimoniare la speranza: “ogni persona – ha ricordato l’arcivescovo – è pellegrino di speranza, bisognoso di misericordia, di perdono, chiamato a diventare testimone luminoso dell’amore di Cristo”, come le figure che le Letture domenicali hanno tratteggiato: il profeta Isaia, l’apostolo Paolo e Pietro, scelto da Gesù, nonostante il fallimento della pesca, a riprendere il cammino, alla sequela fiduciosa.
Proprio il mettersi in cammino, segno visibile del farsi pellegrini, ha concluso la celebrazione, con la tradizionale fiaccolata in onore della Beata Vergine di Lourdes, che, a causa del maltempo, ha potuto svolgersi all’interno del chiostro e dei locali del Santuario.
Pellegrini: è farsi semplici ponendo la fiducia in Dio, o, come meglio scriveva il Santo Padre Francesco, nella Bolla d’indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, “Misericordiae Vultus”, “il pellegrinaggio è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata”.
La Vergine Potente, tanto invocata, aiuta a vivere in pienezza il Giubileo, invita, come alle Nozze di Cana ad ascoltare le parole di speranza del Figlio, lasciando che queste penetrino nel cuore di ognuno: “lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo, al quale va la lode e la gloria ora e per i secoli futuri” (n°25).
“Per tutti possa essere un momento d’incontro vivo e personale con il Signore Gesù, porta di salvezza. Possa il Giubileo essere occasione per tutti di rianimare la speranza. Lasciamoci attrarre da essa e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano”.
Dopo il giubileo per il 125° anniversario di fondazione nel 2024, la congregazione delle suore Figlie di Sant’Eusebio, sorta nel 1899 per ispirazione di padre Dario Bognetti e madre Eusebia Arrigoni, vive un altro evento di grazia.
Nella Casa generalizia di Vercelli si sta celebrando il XVI Capitolo generale ordinario, dal tema “Portare nel mondo la tenerezza di Dio”.
L’assemblea capitolare si è aperta il 1° febbraio e si concluderà il 15.
Tra sabato 8 e domenica 9, le suore capitolari provenienti dall’Italia, dal Brasile e dal Perù, hanno eletto la superiora generale e le quattro consigliere:
suor Mara Lolato, superiora generale (confermata)
originaria di Ca’ Onorai di Cittadella (Padova), ha emesso la prima professione nel 1993. Dopo essere stata inserita per diversi anni nella comunità di Milano – quartiere Olmi, nel 2018 è stata eletta madre generale;
suor Gabriella Marchiorello, vicaria generale
originaria di Laghi di Cittadella (Padova), ha emesso la prima professione nel 1984. Negli ultimi due sessenni ha svolto il servizio di segretaria generale;
suor Martina Bonamin, consigliera
originaria di Laghi di Cittadella (Padova), è religiosa dal 2001. Si trova attualmente in missione in Perù, nella nuova comunità di Chihuampata, arroccata sulle Ande;
suor Fiorenza Marchiorello, consigliera
originaria di Laghi di Cittadella (Padova), ha emesso la prima professione nel 1977. Da più di trent’anni si trova a Malhada dos Bois, nello stato brasiliano del Sergipe;
suor Elsa Dartizio, consigliera e segretaria
originaria di Grassano (Matera), ha emesso la prima professione nel 1968. Si trova attualmente nella comunità a servizio della parrocchia milanese di Gesù-Maria-Giuseppe.
Nel pomeriggio di domenica 9, il nuovo consiglio e le suore capitolari hanno vissuto un pellegrinaggio carismatico a Confienza (provincia di Pavia e arcidiocesi di Vercelli).
In quella comunità il fondatore padre Dario Bognetti fu vice parroco dal 1893 al 1900.
Accolte dal parroco don Gianmario Isacco e da una rappresentanza dei parrocchiani, le religiose hanno recitato i vespri e si sono raccolte in preghiera al confessionale in cui il fondatore esercitava il ministero della riconciliazione.
Da quella guida spirituale nacquero le prime vocazioni dell’istituto, tra cui madre Agnese Bezzi, prima successora della fondatrice come superiora generale.
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Redazione di Vercelli
Periodo di intenso lavoro per don Enzo Sala, il nuovo parroco di Borgosesia, che sta ponendo le basi per inserirsi a pieno titolo nella comunità. Classe 1953, originario di Domodossola, il sacerdote arriva con una filosofia ben chiara: “Punto molto sul primato delle relazioni“. Per lui, il rapporto interpersonale e l’esempio concreto sono elementi fondamentali della sua missione pastorale.
Per comprendere meglio il percorso che ha portato don Enzo a Borgosesia, bisogna ripercorrere le tappe della sua vita. “Ho frequentato le scuole elementari a Goglio, poi le medie a Baceno, Gozzano e San Benigno Canavese, dove ho seguito anche un percorso tecnico” racconta.
Prima della vocazione, il suo cammino professionale lo ha visto impegnato per tre anni come elettricista, ma con una grande passione per la musica: “Suonavo la pianola in due gruppi, i Veneri 13 e i Figli del Vento, e cantavo nel coro ossolano Halleluja“.
La chiamata al sacerdozio si è manifestata già dopo la Prima Comunione, ma è a 19 anni che prende forma concretamente con l’ingresso in Seminario.
“Nel 1975 mi sono diplomato e ho poi affrontato cinque anni di studi in Teologia“, fino all’ordinazione avvenuta a Novara il 21 giugno 1980.
Da allora, don Enzo ha svolto il suo ministero in diverse comunità: prima come coadiutore a Crusinallo e parroco di Montebuglio, poi a Cosasca e Trontano, insegnando anche al Liceo Scientifico Giorgio Spezia di Domodossola. Successivamente ha guidato la parrocchia di Romentino per dieci anni, e dal 2008 fino a oggi ha servito le comunità di Gozzano, Bolzano Novarese e Vacciago.
Ora inizia un nuovo capitolo a Borgosesia. “Ogni cambiamento porta con sé emozioni forti: ricordo perfettamente le prime e ultime notti in ogni luogo dove sono stato. Ora sto conoscendo la nuova comunità e sono stato accolto molto bene“.
Al centro del suo operato rimane sempre la dimensione spirituale: “Chiedo al Signore di darmi la salute per svolgere al meglio il mio servizio. Sono molto devoto alla Madonna di Fatima e gli ex parrocchiani di Gozzano mi hanno donato una sua statua, che porterò con me con grande affetto“.
Per don Enzo, la Fede deve essere vissuta in modo autentico e coerente: “Ciò che fai vale più di quello che dici o scrivi. Dobbiamo essere noi parroci i primi a essere felici, perché la gioia è testimonianza. La Fede va mantenuta viva come una fiaccola“.
Fondamentale per lui anche il tema dell’integrazione: “Viviamo in una società multietnica e multireligiosa, dobbiamo essere uniti nella diversità. La preparazione della Messa non si riduce solo all’omelia, ma è un percorso di crescita e condivisione“.
Guardando al futuro, don Enzo si affida alla Provvidenza: “La speranza non delude. Ho avuto la gioia di vedere nascere vocazioni nei luoghi in cui ho operato, e questo è il segno che la preghiera ha un ruolo centrale. Ricordiamoci sempre che ci vuole tutta una vita per capire che siamo niente“.
Con queste premesse, la comunità di Borgosesia si prepara ad accogliere un parroco che fa della vicinanza e dell’ascolto i pilastri del suo ministero.
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Redazione di Vercelli
Riceviamo e pubblichiamo
Nel pomeriggio di sabato 8 febbraio 2025 la sezione vercellese del Comitato 10 Febbraio, insieme a rappresentanti delle associazioni d’Arma e abitanti di Vercelli, ha deposto un vaso di fiori in omaggio alle vittime delle Foibe presso la targa situata nei pressi del Municipio.
Il Comitato 10 Febbraio, per voce dell’avvocato Patrizio Cavallone, ha commemorato le migliaia di persone uccise ed infoibate nel corso della Seconda Guerra Mondiale, così come tutti quegli italiani del confine orientale costretti ad abbandonare le loro case nel dopoguerra.
Il Comitato 10 Febbraio intende ringraziare la federazione provinciale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, la rappresentanza dei Veterani della 40^ Batteria di artiglieria da montagna e il Presidente dell’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia di Vercelli, oltre a tutti i cittadini intervenuti.
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Redazione di Vercelli
Immaginate di usare i più moderni sistemi automatici di rilevazione tridimensionale per poter salvaguardare i siti archeostorici più importanti del territorio: bene, questa è una realtà che il professor Aldo Rocchetti, direttore dal 2001 del Museo dell’Oro e della Bessa (facente parte dell’Ecomuseo del Biellese) e docente di progettazione, arte e territorio presso l’Istituto Superiore “Gae Aulenti” ha illustrato agli studenti del corso di informatica dell’Itis “Galilei” di Santhià (plesso tecnico dell’IIS Avogadro di Vercelli).
L’incontro, reso possibile dall’organizzazione del professor Luca Oliva, docente di Informatica dell’Avogadro, riguardava una sistematica rielaborazione in disegno rendering tridimensionale, finalizzata al recupero di un importante sito di epoca medievale posto nella zona di Mongrando (in provincia di Biella).
“Va sottolineato che i nostri studenti stanno già lavorando sulla mappatura in 3D della chiesa di Santa Maria di Mongrando – ha specificato il professor Oliva – lavoro di grande importanza tanto civica quanto didattica”.
Infatti, gli uditori della conferenza, peraltro decisamente gradita al pubblico degli allievi del “Galilei”, sono inseriti in un percorso didattico specifico in cui rientra un corso di game design, dedito proprio all’utilizzo della programmazione tridimensionale.
“Proprio in base a questo – ha proseguito il collega – abbiamo ideato la creazione di un personaggio virtuale che possa muoversi all’interno di questo sito rilevato con rendering 3D, in modo che ogni potenziale interessato possa vivere la visita in prima persona virtuale. Tutto ciò in stretta collaborazione con il collega Emanuele Zanat”.
“Sono molto felice di aver potuto dialogare coi ragazzi di questa scuola, mostrando quanto potenziale interdisciplinare si potrebbe sviluppare nei prossimi anni – ha commentato il professor Rocchetti -. Confido in un cammino comune per poter continuare a costruire progetti di tutela del nostro patrimonio territoriale”.
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Redazione di Vercelli
Dopo la tournée a Vienna dell’insegnante e coreografa Deborah Clemente, si è aperta ufficialmente la stagione delle competizioni che, a suo dire, saranno più difficili e combattute.
Quest’anno i ragazzi sono cresciuti tecnicamente e la decisione di affrontare gare di alto livello diventa inevitabile.
Domenica 2 febbraio nel palazzetto dello sport di Pinerolo si è svolto il contest coreografico “HH DAY“, competizione nota a molti tra le migliori competizioni di HipHop nel nord Italia per l’alto livello dei partecipanti e l’ottima organizzazione dell’evento.
A questa manifestazione ha preso parte il gruppo BOO-YA New Generation CREW nella categoria Kids ottenendo uno strameritato secondo posto nonostante fossero i più piccoli di tutto il concorso.
Alla competizione hanno partecipato numerosi gruppi e il compito dei giudici é stato davvero arduo e la classifica finale lo ha dimostrato.
Solo 75 centesimi di punto hanno diviso le tre posizioni sul podio a dimostrare l’ottima qualità delle crew e la difficoltà a giudicarli.
Finiti i meritati festeggiamenti l’insegnante Deborah ha comunicato la nascita di una nuova Crew di HipHop e un gruppo di Contemporaneo, i quali si stanno già preparando per le competizioni future, mentre per la Crew dei BOO-YA composta da Rebecca Maria Leccese, Eleonora Pergianni, Andrea Avarello, Dalila Vilella e Emma Manzato hanno in calendario gare ogni 2 o 3 settimane e, infatti, la prossima sarà a Lecco il 22 di febbraio.
Come sempre un 2025 iniziato con grandi risultati e pronostici interessanti quindi non ci resta che augurare buona fortuna a tutti i ragazzi del Centro di Alta Formazione Danza e Spettacolo, Freedom M.A.D.
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Redazione di Vercelli
Riceviamo e pubblichiamo
Apprendiamo dai quotidiani nazionali che sono state avanzate proposte per il passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia, con orario di lavoro di 38 ore settimanali. Attualmente il nostro è un contratto da liberi professionisti convenzionati, definito da accordi nazionali e regionali che salvaguardano la libera scelta del medico da parte del cittadino, il rapporto di fiducia e la capillarità dell’assistenza attraverso i nostri studi.
La maggior parte dei colleghi lavora ben oltre le 38 ore settimanali, garantendo una risposta alle oltre 70 richieste che riceviamo in media ogni giorno dai nostri pazienti. Solo la conoscenza diretta del paziente da parte del medico permette di dare la giusta risposta alle richieste di salute dei cittadini, che può essere una semplice consulenza a distanza, una visita ambulatoriale o una visita domiciliare.
Come FIMMG riteniamo che il rapporto di lavoro dipendente non sia adatto alla specificità dei compi e del ruolo del medico di famiglia, il quale deve preservare la propria autonomia al fine di curare e tutelare la salute dei suoi pazienti. Un’organizzazione oraria centralizzata del nostro lavoro produrrebbe gravi carenze nella capacità di risposta della medicina generale, aprendo la strada ai privati.
In Piemonte, gli accordi regionali permettono già, attraverso la costituzione delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), di mettere in rete i medici, offrendo ai cittadini una copertura delle fasce orarie 9-13 e 14 19, mediante l’apertura coordinata degli studi. Il modello di assistenza territoriale proposto prevede successivamente l’integrazione di queste fasce con il lavoro dei medici a ciclo orario all’interno delle sedi “hub” (case della comunità) o “spoke” (medicine di gruppo).
Vercelli, 09/02/2025.
Il segretario provinciale FIMMG Vercelli
Dott. Alessandro Alberati
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Redazione di Vercelli
Sono ben quattro le atlete piemontesi che hanno centrato il podio a Catania, nella 2° Prova Nazionale Cadetti e Giovani di spada.
La gara che ha visto i migliori risultati per le società regionali è stata quella di spada femminile Giovani.
Qui infatti è mancata solo la vittoria, con Francesca Aina della Pro Novara sconfitta solo in finale da Elisa Treglia (Club Scherma Formia) e quindi seconda, e il terzo gradino del podio occupato da Federica Zogno della Ginnastica Victoria ed Eleonora Orso della Associazione Scherma Pro Vercelli.
Una piemontese a podio anche nella gara delle Cadette, col secondo posto di Margherita Raiteri del Club Scherma Casale, sconfitta soltanto in finale dalla padrona di casa Maria Roberta Casale (Cus Catania).
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Redazione di Vercelli














