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Il Documento approvato dall’82.ma Assemblea Generale della CEI, che si è tenuta in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026

VERCELLI - "Radicati e costruiti in Cristo - Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia" - Leggiamo insieme il documento della Cei: una proposta di riflessione da portare (e soprattutto da vivere) nelle Parrocchie, anche quelle più piccole - 

(elisabetta acide)Pubblicato e reso disponibile dal 10 giugno 2026, il Documento post sinodale della Conferenza Episcopale Italiana Radicati e costruiti in Cristo”, Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, traccia alcune “direttrici” per il percorso dei prossimi anni.

(Leggi cliccando qui il documento integrale).

Il Documento, approvato dall’82ª Assemblea Generale della CEI, che si è tenuta in Vaticano dal 25 al 28 maggio 2026, sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi, tratteggia quelle  che possono essere definite “Linee di orientamento”  a partire dal Documento di sintesi del  Cammino sinodale per il prossimo quinquennio, senza smarrire il “solco” del Concilio Ecumenico Vaticano II.

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Importante sottolineare le parole di Papa Leone XIV, proprio in occasione dell’Assemblea dei Vescovi Italiani, che “sintetizzano” la “linea” programmatica esposta proprio dal Documento e costituiscono la direttrice sulla quale occorre percorrere le strade in dialogo con il tempo che siamo chiamati a vivere e nel mondo con il quale siamo chiamati a dialogare e nel quale possiamo trovare “negoziati”:

“E’ dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa”, … “oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge” … “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”.

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Stile e parole di cui ormai abbiamo imparato a leggere la chiarezza e l’efficacia, in un tempo in cui proprio le parole appaiono troppo “svuotate” del loro significato, in cui sembra che solo le “parole urlate” trovino ascolto e credibilità, in cui le parole sembrano bisognose di “traduzione” e “purificazione” dai troppi fronzoli e artifici letterari, papa Leone ci richiama alla sobrietà, alla semplicità, alla “Essenzialità” che per il cristianesimo altro non è che Cristo, Verbo Incarnato, Parola chiara.

Il documento, a partire dal titolo, allora, adotta proprio lo stile “essenziale” e “sobrio”:

Radicati e costruiti in Cristo”.

Finalmente le parole che “hanno senso” e “producono senso”.

Due “metafore” prese a prestito dalla botanica e dalla architettura, che trovano la loro origine nel brano di San Paolo nella lettera ai Colossesi che proprio nell’Introduzione del Documento, trova la sua “collocazione” quale icona biblica di riferimento:

Intimamente uniti nell’amore, [i credenti] siano arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo: in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. […] Come, dunque, avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie (en eucharistía). […] È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, […] con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti (Col 2,2-3.6-7.9-10.12)”.

Sono “metafore” ed immagini di “crescita” e “costruzione” per la comunione necessaria.

Alberi o edifici… ciò che conta sono le “fondamenta”, le “radici”, ciò che “rende saldo” qualsiasi “opera” che da quella “base”, si fonda, si alimenta, cresce.

Radicati, costruiti su di Lui e saldi nella fede” (Col 2,7).

Punto di partenza per la missione di ogni cristiano battezzato: il “radicamento a Cristo” per vivere “radicalmente” il proprio battesimo, la propria vita cristiana, per “costruire” la comunione intorno all’Eucaristia.

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Le parole che “recuperano” nella loro semplicità originaria “il senso” e danno “senso”: la Chiesa viva nella pienezza di Cristo Risorto, la Chiesa vitale solo a partire da Cristo Risorto, la Chiesa che si “nutre” di Cristo Risorto per

“prolungare la missione di Cristo nel mondo solo se sono costantemente ancorati a Lui, se partecipano della sua vita, se la fede non si riduce mai a formalità, ma è esistenza vissuta nella compagnia del Risorto e immersa nella sua vita” (Documento – Introduzione).

La Chiesa “unita nell’Amore” di Cristo per essere credente e credibile.

Anni di riflessioni (dal 2021 al 2025) ed un cammino ricco e speriamo non “concluso”, anni di ascolto, dialogo, parole, documenti, assemblee, incontri… e il dono dello Spirito Santo: o la Chiesa è “radicata in Cristo” o non è.

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Siamo partiti con quelle parole:

Per una Chiesa sinodale: comunione, missione, partecipazione” e siamo approdati a quel “Documento finale” dopo passi e fermate, dialoghi e parole…ma ora occorre “divenire” in un tempo che ci chiama a raccogliere con speranza e coraggio le “sfide” che non possiamo più rimandare, che il nostro “essere radicati” ci invita a guardare ed a vivere nella testimonianza e nella missione per l’annuncio del Vangelo con la vita.

Con il coraggio della profezia.

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Il Documento, chiaro, semplice e lineare, è composto da quattro sezioni, una introduzione ed una conclusione, con linee orientative chiare e forse definite “scontate”, ma che richiedono nuova consapevolezza, nuovo slancio, nuova vitalità che viene proprio dalla “linfa” che ci “radica”: Cristo.

Interessante l’uso di parole che, seppur nel linguaggio “del mondo”, sottolineano la bellezza, l’essenzialità, la grandezza del Vangelo e forniscono nuovi (seppur antichi e mai mutati) spazi di azioni e di pensiero:

Vivere la sinodalità come “metodo” e come “stile” (che poi è il nome stesso della Chiesa)

Riconnettere vita e Vangelo per essere nel tempo “sale e speranza”.

Vivere il dono della fede.

Essere comunità di fede attrattiva e vita che vive con coerenza la propria fede nella quotidianità come impegno personale e comunitario

Vivere la corresponsabilità – differenziata con coraggio, prudenza e perseveranza in virtù del battesimo e dell’impegno di vita cristiana

Riflettere e vivere la trasmissione della fede con una visione profetica, in un “tempo” e in uno “spazio” in cui il Vangelo non è più “dato per scontato”.

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“Occorre avviare processi, tanto più necessari in un tempo nel quale la trasmissione della fede cristiana non può più essere presupposta né affidata a dinamismi spontanei.

È questa la consegna che raccogliamo e che vogliamo assumere con realismo e fiducia.

Avviare processi significa accettare che il rinnovamento ecclesiale richiede tempo, pazienza, discernimento, conversione e perseveranza; significa non cedere alla tentazione di cercare soluzioni immediate o assetti soltanto funzionali; significa generare dinamismi, capaci di incidere realmente nella vita delle comunità, di formare coscienze credenti, di rendere più evangeliche le relazioni ecclesiali, di favorire una presenza cristiana più viva nei contesti quotidiani.

In questa prospettiva, le priorità indicate in questo testo vogliono essere un orientamento per il cammino, non un punto di arrivo”.

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Uno “sguardo che educa e ci educa” allora ad una dimensione di una pastorale integrata ed integrale a cui tutti siamo chiamati, a livelli diversi e con responsabilità diverse, a lavorare, cooperare, costruire… in una corresponsabilità “matura e libera” che non “aggiunge” né “rincorre” le logiche del mondo

(come, mi permetto di sottolineare, a volte è stato fatto nel tentativo di diventare “accattivante”, “svecchiata”, al “passo con i tempi”!!! e mi fermo…),

ma che ha il coraggio della profezia di ripartire dalle relazioni stabili, dallo sguardo, dall’ascolto, dal dialogo, fede vissuta nella carità, Eucaristia, preghiera, ma soprattutto dalle Parole di Gesù, dalla comunione, dalla fraternità, dalla carità.

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Ricordo la bellezza dello studio di quelle “dimensioni” che abbiamo date a volte troppo per scontate e magari dalle quali ci si è un “allontanati” ritenendole “superate” e che invece costituiscono la ricchezza e la sempre gioiosa “novità” da riscoprire e vivere: l’ascolto della Parola

fede creduta; la celebrazione liturgica

fede celebrata e pregata; la comunione nella carità e la testimonianza nel tempo in cui si vive

fede incarnata, vissuta, missionaria.

Solo con una “visione” di una chiesa che “guarda” e difende la persona e la sua dignità sul modello del Dio Incarnato può educare alla vita bella e buona del Vangelo, per diventare “pienamente umani”, cioè “come Cristo”, “modello di umanità”.

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E torno al Documento.

La lettura mi ha fatto apprezzare la semplicità e la sintesi, la chiarezza dei titoli e delle “parti” che sembrano voler sottolineare l’importanza del “coinvolgimento” di tutti, di quel “nessuno escluso” che deve ricordarci come tutti siamo “chiamati”, proprio perché “radicati”, “amati”, “inviati”… “a due a due…”  (cfr. Lc 10,1-20) come comunità non solo come “singoli”, ciascuno con i propri carismi e ministeri… “innestati” per produrre quei “frutti”, non per noi, ma per il Regno.

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La prima parte non lascia “dubbi”:

Riportare al centro il dono della fede” , dunque “la fede vissuta, trasmessa e celebrata e, strettamente connessa con ciò, la formazione permanente dell’intero popolo di Dio.

Parlare di “fede celebrata” significa, infatti, ricentrare la liturgia sul Mistero di Cristo, nel quale siamo radicati in forza del Battesimo”.

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Che bello sentire risuonare queste parole in un Documento che traccia le “linee” di azione.

Non “impone” la strada, ma “indica” La Strada.

Il rischio, a volte, è quello di trovare “altre vie”, magari più belle, in discesa, larghe, accattivanti… ma dove conducono? (dove hanno condotto?), l’invito dei Vescovi non lascia dubbi: una cosa è il “contenuto”, altra cosa è il metodo (che a volte vengono confusi):

La fede nel Dio rivelato in Cristo e nel dono dello Spirito non può più essere data per scontata: si realizza ogni volta grazie all’incontro vivo con il Signore Risorto, mediato dalla Chiesa attraverso ciò che essa è, dice e fa, nel suo annuncio, nella testimonianza della carità, nella celebrazione del Mistero”.

“L’incontro con il Signore Risorto”.

Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa.

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A volte è bene ricordarlo e “riportare al centro” Cristo e la sua Risurrezione, nostra Speranza.

Credo sia una “questione di qualità”, senza sconti; l’annuncio è chiaro: Cristo è Risorto… perché se così non fosse “vana sarebbe la nostra fede(cfr. 1Cor15,12-20).

Annuncio chiaro che richiede coraggio, ma anche fermezza, testimonianza, formazione che chiede impegno personale e comunitario per un annuncio “vissuto”, non solo “proclamato”, un annuncio che sa “intercettare” e “connettere” la vita di ogni persona con il Vangelo.

Permettetemi: abbiamo utilizzato le “parole della rete”, ma non dimentichiamo che il Vangelo è relazione… nulla potrà mai sostituire le parole e gli sguardi, quelle “Parole di Vita eterna” di un Vangelo che “vive nel mondo” che “vive nel mondo”, ma che al mondo porta Parole di “Vita e Verità” attraverso una vita di fraternità, di carità, di umiltà, di apertura, di “uscita” reale, non perché “aperta” a tutti solo perché apre le porte di parrocchie e di oratori, perché “intrattiene” nel tempo estivo a scuole chiuse bambini e ragazzi,che “organizza eventi” meglio che alcune agenzie di intrattenimento,o che “aggiunge posti a tavola” con banchetti degni di Baldassarre,  ma che “apre” con coraggio al mondo parlando di Cristo, portando il messaggio di pace e di accoglienza, di misericordia e di perdono.

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Se la “connessione” tra Vangelo è vita è questa, allora è relazione efficace, è comunione, è fraternità, è “trasformare” la Parola, l’annuncio del Vangelo, in scelte innestate nella vita quotidiana, è far “vivere” il Vangelo nella vita per la vita.

E mi pare “essenziale” la domanda a cui siamo chiamati a interrogarci:

Occorre chiedersi, da un lato, come fare in modo che tutto il vasto impegno caritativo -sociale – per il quale le nostre Chiese sono ancora molto apprezzate e riconosciute – sia radicato nella fede cristologico – trinitaria e in una reale appartenenza ecclesiale.

Dall’altro lato, come evitare che la fede professata e l’appartenenza ecclesiale vissuta si strutturino in un’estraneità alla testimonianza e all’impegno caritativo”.

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Accompagnamento e discernimento sono due parole importanti che ricorrono nel Documento, invito a riflettere sulla formazione, sull’annuncio a livelli diversi ed a età diverse, senza considerarsi mai né “esclusi” né “arrivati”, “rilancio” del metodo del discernimento personale e comunitario come sintesi di un cammino che richiede tempo, pazienza, costanza e affidamento allo Spirito Santo, preghiera, Eucaristia e Parola.

Seppur evento personale, la fede non è mai un fatto individuale. Come evidenzia il Concilio:

«Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (LG 9)”.

I Documenti Conciliari ripresi dal Documento fanno da sfondo alla seconda parte e sottolineano l’importanza della Chiesa – comunità, della vita comunitaria in Cristo,contro l’individualismo e l’intimismo di una fede vissuta in solitudine, ma anche contro il rischio di una “rassicurante” appartenenza a gruppi ecclesiali chiusi e auto – referenziali.

Le parrocchie sono chiamate a far crescere la  dimensione estroversa del loro essere comunità missionarie vincendo la tentazione di una routine autoreferenziale, e diventando un punto di riferimento e un luogo accogliente» (LPS 68)”.

Apprezzo particolarmente questo passaggio e richiamo alle parrocchie, forse un po’ dimenticate e considerate “superate” (penso al dibattito sulle “parrocchie di adozione”, sulla scelta “extra – territoriale” giustificata dalle allettanti presenze di centri-estivi o oratoriali full – time, o orari del catechismo compatibili con le numerose e ricche attività a cui sono iscritti i giovani rampolli dell’iniziazione cristiana, o le “scelte” del parroco decisamente più “in gamba” o che ha una liturgia “più snella”, o più simpatico e brillante…) a quelle “parrocchie considerate al capolinea”, alle “parrocchie svuotate”, alle scelte “prioritarie” delle “parrocchie più numerose” o “territorialmente più prestigiose”, che invece  costituiscono l’avamposto della Chiesa sul territorio, che costruiscono relazioni autentiche, le trame sociali, che consentono il “perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome…” (cfr.Mt 18,20) di preghiera comunitaria.

Parrocchie che sono chiamate ad essere “segno di riconciliazione” proprio tra i cristiani, che sono chiamate a “leggere” e “curare” le ferite dell’umanità, che sono chiamate a “vivere” e “ri-conoscere” il volto di Cristo nel fratello… quelle della “casa tra le case”, quelle del Cristo al pozzo con la samaritana, quelle dell’albero sulla via di Gerico.

Abbiamo bisogno di ripartire dalle parrocchie, quelle della vita  che pare “spenta” e “dimenticata”, quelle “abitate” da 8-9 anziani, quelle che condividono il parroco con altre 12 parrocchie… perché le parrocchie sono autentica esperienza ecclesiale, sono il volto della Chiesa sul territorio, sono il volto di Cristo nei fratelli, sono quell’esercizio di corresponsabilità così auspicato, ma drammaticamente confuso con la democrazia parlamentare, sono quelle delle fragilità e dell’impegno, del “c’è posto per tutti”, ma “se mi lasci il mio spazio è meglio”.

Le parrocchie sono l’urgenza della ripartenza coraggiosa del “vivere, celebrare e trasmettere la fede”, sono la bellezza delle “scelte pastorali” in relazione alla Diocesi, sono il volto della Chiesa che vive il principio di sussidiarietà e di solidarietà (richiamato anche recentemente dal Pontefice nella sua lettera enciclica Magnifica Humanitas) che vive la bellezza dell’autonomia e del rispetto delle scelte “radicate” in Cristo in un territorio.

Le parrocchie sono il volto del dialogo e della pace che comincia dai piccoli passi a cui nessuno può sottrarsi e da cui nessuno può essere esonerato.

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Interessante il rilancio della terza parte dove viene ripreso il tema della corresponsabilità “differenziata” (ovviamente)

“Per annunciare e testimoniare il Vangelo e per realizzare un’autentica vita comunitaria, è indispensabile la corresponsabilità di tutti i cristiani, donne e uomini, che hanno coscienza della portata della loro fede e della loro appartenenza ecclesiale.

La responsabilità della vita, della cura e della trasmissione della fede non è compito che investe solo alcuni soggetti ecclesiali”.

In teoria diremmo “ci siamo”, ma consapevolmente occorre comprendere che, se in linea teoria la chiesa è “sinodo”, il rischio è quello di non comprendere appieno il “senso” di questa importante parola come “corresponsabilità”, da parte di tutti, laici, diaconi, presbiteri, consacrate… e allora la parola utile, forse è formazione.

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Formazione, formazione, formazione… mi piace utilizzare quell’adagio ebraico: “Vai e studia…”

Ecco, andiamo a  scuola di “corresponsabilità”, di “discernimento”.

Non diamo per scontato.

Andiamo a scuola da Cristo.

Viviamo la formazione come un dono, come una ricchezza, come una gioia ed una fatica, viviamo il discernimento, la comunione non come una “conquista” di diritti, ma come “dovere” ed una “responsabilità” umile ed autentica.

“Partecipare” non è avere diritto di voto, non è raggiungere una “maggioranza”, non è avere un “ruolo” è vivere con impegno la comunione di vita nella Chiesa, è l’ “I care” della Chiesa, non è il “compromesso”, ma la bellezza e la fatica del dialogo e della negoziazione, non sulla Verità, ma sui valori non derogabili, sulla vita di fede, sulla vita ecclesiale, sulle scelte pastorali vissute e intessute nella vita sociale e cristiana.

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L’ultimo paragrafo è dedicato alle strutture e sulla loro corrispondenza effettiva e reale alla vita della Chiesa.

La Conclusione riprende i passi del Cammino sinodale, un percorso, ma soprattutto un

“evento ecclesiale che ha permesso di riconoscere più chiaramente quanto la sinodalità appartenga alla forma stessa della Chiesa e quanto essa sia inseparabile dalla sua vocazione missionaria”.

Siamo chiamati a proseguire con decisione su questa strada.

La strada del dialogo, dell’ascolto, della “custodia” dei Documenti e delle “intuizioni”, delle “Linee” e delle azioni, per essere Chiesa viva, capace di discernere a tutti i livelli, capace di riconoscere e vivere, capace di non smarrire lo sguardo, di “ritornare a Cristo”, “vivere con Cristo” ed “in Cristo”, solo così non perdiamo il “radicamento”.

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Le immagini “rubate” alla botanica ed alla architettura, allora ci parlano dell’uomo e del mondo, della persona nel mondo: abbiamo bisogno di Cristo come la pianta ha bisogno delle radici, del terreno, del nutrimento, della luce, dell’acqua… di altre piante per “fiorire” e non essere un piccolo germoglio bello ma che nel deserto fiorisce solo per un giorno.

“La Chiesa è chiamata a lasciar trasparire il volto di Cristo, non ripiegandosi su sé stessa, ma aprendosi all’ascolto, all’accompagnamento, alla prossimità e alla cura”.

Siamo chiamati a “costruire” con la consapevolezza che non siamo noi i “capi-cantiere”, possiamo anche ristrutturare, rimodernare, restaurare edifici… ma non dobbiamo mai dimenticare che siamo chiamati a vivere nella “costruzione” del “noi” ecclesiale, credenti alla ricerca di una comprensione del proprio essere e del proprio divenire, della propria origine, del proprio cammino e della propria meta.

 

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