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VERCELLI - 25 Aprile 2026: 81° Anniversario della Liberazione - La Santa Messa in suffragio dei Caduti per la Libertà è stata celebrata da S.E. Monsignor Arnolfo  

Il discorso integrale del sindaco Roberto Scheda: “Il 25 Aprile è il giorno in cui la nostra Italia si è finalmente rialzata…..”

Vercelli Città

Questa mattina, alla presenza delle Autorità civili, militari e della cittadinanza, si è celebrata la ricorrenza dell’81° anniversario della Liberazione.

La cerimonia ha avuto inizio con la deposizione delle Corone al Monumento ai Caduti di tutte le Guerre in Piazza Cesare Battisti, in seguito, sono state deposte le corone al Monumento della Resistenza in Piazza Camana, dove è stata celebrata la Santa Messa da S.E. Monsignor Arnolfo in suffragio dei Caduti per la Libertà.

Di seguito il discorso del Sindaco Roberto Scheda.

Cittadine e cittadini,

nel raccoglimento di questa giornata solenne, che segna una delle date più alte e fondative dell’Italia, celebriamo il 25 Aprile non come semplice anniversario, ma come atto di fede civile e rinnovata assunzione di responsabilità davanti alla Repubblica e alla coscienza di ognuno di noi.

Il 25 Aprile è il giorno in cui la nostra Italia si è finalmente rialzata. È il giorno in cui un popolo oppresso ha ritrovato sé stesso, la propria dignità e la propria voce. È il giorno in cui la Libertà ha cessato di essere l’idea lontana, il privilegio negato per oltre vent’anni, per diventare la conquista concreta. Guai a considerarla definitiva, questa libertà. Guai a pensare che si conservi da sola: essa vive solo se viene difesa e rinnovata.

In quel passaggio decisivo della nostra Storia, l’Italia non si limitò a liberarsi dal giogo.

Compì la scelta. Scelse la democrazia contro la brutalità, lo Stato di diritto contro l’arbitrio, la responsabilità contro la paura di manganelli, olio di ricino e confino. Questa scelta non fu né facile né indolore. Fu il frutto di sacrifici, lotte e vite spezzate. Fu il risultato della volontà collettiva che seppe rialzarsi dalle macerie morali e materiali della dittatura e della Seconda Guerra Mondiale.

Per questo le parole di Piero Calamandrei non appartengono solo alla memoria, parlano al presente con forza intatta. «La nostra Costituzione non è una carta morta», non è un insieme di norme astratte. È, come disse, «il testamento di centomila morti». È l’atto solenne, carico di sangue e speranza, che affida alle generazioni successive, ai giovani soprattutto, non solo diritti, ma soprattutto doveri. Ecco il punto: quel testamento non può essere ignorato, né piegato alle convenienze del momento. Interpella la nostra coscienza, ci chiama alla vigilanza costante, ci impone coerenza. Perché la Democrazia non è acquisita una volta per tutte: è una costruzione quotidiana, è equilibrio fragile che richiede impegno, serietà, senso dello Stato. Noi siamo gli eredi di quella scelta. Essere eredi, però, non basta.

Occorre dimostrarsi all’altezza e avere il coraggio della verità, la forza della responsabilità, la lucidità di comprendere che senza memoria non c’è futuro e senza impegno non c’è libertà. Il 25 Aprile, dunque, non è soltanto il ricordo di ciò che è stato. È la sfida, la misura. È il banco di prova della nostra capacità di essere, oggi, cittadini della Repubblica che vive soltanto se noi la rendiamo viva.

Noi dobbiamo parlare con linguaggio chiaro ed esigente. Senza soprattutto indulgenze né ambiguità. Perché la Storia non si onora con mezze parole. Si onora con la verità. La verità è che la Libertà, come ricordava Aldo Moro, «è un bene indivisibile». Non esistono

libertà parziali, né riservate a pochi. Non esistono libertà che possano sopravvivere se negate ad altri. O è di tutti o non è. E quando viene compressa, anche in una sola delle sue espressioni, si indebolisce per l’intera nazione. La libertà non è una condizione statica, né rendita storica che possiamo amministrare distrattamente. È una realtà viva, esigente che chiede di essere praticata e difesa. Ogni giorno. Senza pause. Perché la democrazia nella quale i cittadini arretrano, è la democrazia che si espone al declino. «La libertà è partecipazione» non è uno slogan, è la chiamata concreta che riguarda ciascuno di noi nel proprio ruolo, nella propria responsabilità, nel proprio contributo alla vita collettiva.

Partecipare significa assumersi il peso delle decisioni, concorrere al bene comune, vigilare sulle istituzioni e, al tempo stesso, sostenerle con lealtà. Non c’è libertà senza impegno, né democrazia senza cittadini attivi, né Repubblica senza coscienze vigili. Questa è la lezione più profonda che ci viene consegnata. Ed è una lezione che interpella Vercelli, ciascuno di noi, oggi, qui, senza alibi e scorciatoie. Perché la libertà, se non viene vissuta, si consuma; se non viene difesa, arretra. Sta a noi decidere se esserne custodi o spettatori. In questa prospettiva, le parole dell’indimenticato Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, risuonano con la forza che non conosce il logorio del tempo. Sono parole scolpite nell’esperienza della vita vissuta nella lotta e nella coerenza. «La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista vana». Ecco il punto. Non basta proclamare la libertà, non basta difenderla in astratto, se essa non si traduce in condizioni reali di dignità per tutti. La libertà che convive con l’emarginazione, con le disuguaglianze profonde, è la libertà monca, incompiuta. La giustizia sociale non è un’aggiunta, né ornamento: è la sostanza della democrazia che voglia dirsi compiuta. E ancora: «Non vi può essere vera libertà senza legalità». Non sono parole accomodanti. Sono parole che richiamano al rigore, al rispetto delle regole, al senso dello Stato. Perché senza legalità la libertà degenera in arbitrio e l’arbitrio è sempre il preludio delle oppressioni come quelle che l’Italia e l’Europa hanno vissuto a causa delle barbarie dei regimi nazifascisti. La legalità è il perimetro entro cui la libertà può esprimersi, è la garanzia che i diritti non diventino privilegi, che la forza non prevalga sul diritto. E poi, con quella severità che nasce non dai libri ma dalla vita, Pertini ci ammoniva: «L’indifferenza è il peso morto della storia». È un monito che ci riguarda direttamente. Perché l’indifferenza non è neutralità: è rinuncia. È il terreno su cui attecchiscono le ingiustizie, è il silenzio che consente agli abusi di proliferare. Non possiamo limitarci all’omaggio formale del 25 Aprile. Dobbiamo trarne conseguenze. Dobbiamo riconoscere che libertà, giustizia sociale e legalità sono pilastri inseparabili, che si reggono l’uno con l’altro. Se ne cade uno, l’intero edificio vacilla.

Questa è la lezione che ci viene consegnata. Ed è una lezione esigente, che non ammette scorciatoie. Ci chiede serietà e impegno. Ci chiede di essere cittadini, prima ancora che spettatori. E noi, oggi, non possiamo sottrarci a questa responsabilità.

Questo è il 25 Aprile. Non monumento immobile, ma sorgente viva. Non memoria cristallizzata, ma coscienza che ci giudica. E allora guai a ridurre questa giornata a un rito stanco. Guai a piegarla a interessi di parte: il 25 Aprile non è né di una fazione, né di un’altra. Perché non esistono fazioni, esiste solo l’Italia e noi dobbiamo essere orgogliosi di farne parte.

Perché, come ammoniva sempre Pertini, «dietro ogni articolo della Costituzione ci sono giovani morti nella Resistenza». E noi non dobbiamo tradire quel sacrificio. Noi oggi dobbiamo, prima, chinare il capo come omaggio a quelle donne e uomini morti per la nostra Libertà e poi applaudire loro perché il suono dell’applauso giunga fino in cielo. Viva il 25 Aprile. Viva la Costituzione. Viva la Repubblica. Viva l’Italia libera e democratica.

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Redazione di Vercelli

Posted in Cronaca, Società e Costume