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MARCINELLE - Sett'anni fa la tragedia che aprì gli occhi del mondo sul dramma dei lavoratori italiani destinati alle miniere di carbone del Belgio - Condizioni di vita e di lavoro disumane, di cui i Governi italiano e belga sapevano - Ma c'era bisogno di carbone (che in Italia non arrivò mai) per la ripresa industriale - 

L'8 agosto è la giornata dei lavoratori italiani all'Estero vittime di incidenti sul lavoro - In provincia di Vercelli si ricorda Franco Lamolinara - Il video

Di quei 136 italiani inghiottiti nelle viscere della terra in Belgio rimane ancora oggi il ricordo e persino un non meglio definibile senso di colpa in tanti di noi – anche in coloro i quali in quel lontano 8 agosto 1956 non erano ancora nati – che, in fondo, in vita nostra di vere privazioni non ne abbiamo mai conosciute.

C’è stato un tempo non lontano in cui nostri connazionali bisognosi di guadagnarsi onestamente da vivere dovevano andare all’Estero.

A fare lavori – come ad esempio il minatore di carbone – in condizioni ormai rifiutate dai lavoratori di quel Paese.

L’epopea dell’emigrazione mineraria italiana verso i pozzi carboniferi è qualcosa forse non sufficientemente rappresentata agli uomini ed alle donne di oggi, non soltanto ai ragazzi: una tragedia che bisognerebbe conoscere meglio, per crescere come comunità nazionale, anche per parlare con maggiore cognizione di causa di una nostra “identità”.

Ci fu una vera e propria “campagna” di reclutamento delle nostre braccia, concepita e sancita anche per effetto di accordi internazionali, perché il Belgio e l’Europa avevano, da un lato, bisogno che quel carbone si estraesse e l’Italia aveva, d’altro canto, necessità di quella materia prima per fare ripartire il processo produttivo della propria economia.

In Italia, del resto, nel Dopoguerra, di lavoro ce n’era poco, soprattutto in certe regioni: ma l’emigrazione italiana in Belgio non fu solo dramma vissuto nel Sud del Paese; non furono certo pochi, ad esempio, i piemontesi che presero quel treno per Milano.

Perché era stato istituito proprio alla Stazione Centrale di Milano il punto di ritrovo, di convergenza, dei treni partiti da tutta Italia e diretti a Charleroi.

Quell’appuntamento era già una sorta di passaggio in un’altra dimensione, che però non era nulla di fantastico.

Alla Stazione di Milano, ai diseredati provenienti da tutta Italia, andava incontro un destino brutale ed ingiusto.

Ad attenderli non c’era nessun mondo magico, anche se ogni cosa pareva a suo modo surreale e disumana, una realtà incredibile e dura da accettarsi.

Il viaggio era in qualche modo reso meno gravoso dall’opera meritoria di Addetti sociali del Patronato Acli di Milano, che si occupavano con spirito e dedizione fraterne delle ultime cose necessarie a chi partiva.

Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere uno di questi eroici operatori sociali e di raccoglierne le testimonianze delle quali siamo tutt’ora debitori per come ci aiutarono a diventare “adulti”, comprendendo altresì il valore profondo di una delle più inascoltate profezie del Magistero sociale della Chiesa: il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto.

E questo soggetto così importante da diventare poi il centro di una Enciclica di Giovanni Paolo II, queste persone, invece erano considerati, anche dal nostro Governo, alla stregua di schiavi necessari per estrarre un carbone che, tra l’altro, non sarebbe mai giunto davvero nei nostri altiforni perché nel frattempo i trend di mercato l’avrebbero reso troppo caro.

Sicchè ci venne in soccorso quello estratto negli Stati Uniti.

Il pozzo che rese tristemente celebre in tutto il mondo Marcinelle era profondo 1.100 metri.

Più di un chilometro per scendere all’inferno: molti di quei ragazzi arrivavano nella pancia della terra in lacrime.

Nessuno, infatti, aveva loro raccontato con precisione in cosa consistesse quel lavoro.

Ma in pochi scappavano, perché la paura avrebbe forse potuto avere ragione della fame, ma non della dignità: sarebbe sembrato loro di disertare, di tornare a casa per viltà.

Nessuno aveva detto loro nulla su ciò che li avrebbe attesi: non il nostro Governo, che pure aveva fatto affiggere in tutti i Comuni d’Italia manifesti di colore rosa che imbonivano, incitando ad andare a faticare e soprattutto guadagnare in Belgio: insomma, era come promettere il Paese dei Balocchi a chi non aveva neanche il denaro per mangiare.

Men che meno il Governo belga, il quale pure sarebbe stato responsabile di assicurare una vigilanza più attenta sul grado di rischio di quei luoghi: gallerie carbonifere appena ventilate, a tal punto basse che il lavoro di estrazione, con piccone e pala, si doveva fare in ginocchio, perché la volta era di poco più alta di quanto fosse necessario al passaggio del carrello su rotaia di raccolta e trasporto dell’inerte.

Non che le condizioni di vita “in superficie” fossero più curate: ad accogliere, a fine turno, quelle povere persone esauste, a raccogliere quei corpi stremati che dopo otto (almeno) ore riemergevano, baracche e nient’altro che baracche, anche d’Inverno.

Ma questo alle industrie minerarie belghe non importava né punto né poco: le industrie concepivano l’addestramento alla prevenzione e sicurezza sul luogo – su quel luogo! – di lavoro, come una perdita di tempo: a scavare si impara scavando.

Ad orecchio d’uomo toccò sentire anche questo.

Così un giorno si consuma la tragedia ed una infernale fiammata originata dalla svista di un lavoratore inebetito dalla fatica, si porta via la vita di 262 minatori e di questi più di 136 sono italiani: è l’8 agosto 1956.

La terra restituirà gli ultimi resti dei corpi senza vita nel marzo successivo.

Quel giorno non si è mai cancellato dalla coscienza e dalla memoria collettive ed ora è assurto a simbolo dei nostri connazionali che hanno offerto il sacrificio della vita lavorando in terra straniera.

***

Negli ultimi anni la provincia di Vercelli ha vissuto con particolare partecipazione questa ricorrenza, associando alla memoria collettiva quella del nostro conterraneo Ing. Francesco Lamolinara, deceduto in Africa, dove si era recato per lavoro, nel 2012, per portare in quel Continente il sapere, la tecnologia necessari affinchè quelle popolazioni potessero intraprendere un autonomo cammino di affrancamento, seguire una via allo sviluppo che risparmiasse loro la via dell’emigrazione.

Anche di lui oggi facciamo memoria, unendoci idealmente ai suoi familiari.

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