IN PRINCIPIO ERA IL VERBO – Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo. - VercelliOggi.it VercelliOggi
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Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia nella III Domenica di Quaresima - "Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso" - Commento a cura della Prof. Elisabetta Acide

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole

Es 20, 1-17

Dal Libro dell’Esodo

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Sal.18

La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.

1 Cor 1, 22-25

Dalla Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi

Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.
Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Gv 2, 13-25

Dal Vangelo secondo San Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

 

***

UN PENSIERO SULLA PAROLA, A CURA DELLA PROF. ELISABETTA ACIDE

Una pagina (prima lettura) che tutti conoscono e che almeno una volta hanno letto: la pagina del libro dell’ Esodo, brano che si colloca subito dopo il racconto dell’arrivo degli israeliti al Sinai e la promessa dell’alleanza:  i “comandamenti”, in ebraico “Dabar”, parole.

“Consegna” da parte di Dio di “regole”, precetti morali e materiali, norme “rigide” e precise, insegnamenti: rapporto con Dio racchiuso in “comandi”, in uno “spazio”, in un “contenitore”.

Rapporto con l’uomo fatto di “non” e di “devi”.

Parole date per diventare capaci di amare Dio.

Le parole hanno uno stile conciso e categorico, per alcuni seguite da spiegazioni, compaiono due precetti (riposo sabbatico e onore da prestare ai genitori) espressi in forma positiva, mentre gli altri si presentano come secche proibizioni.

Il decalogo si apre con una frase che contiene una nota storica in forma participiale, nel quale Dio presenta se stesso e al tempo stesso fa un riassunto degli eventi passati:

“Io sono YHWH, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”.

Egli si presenta non con titoli di potenza ma semplicemente come il Dio di Israele, attribuendosi questa prerogativa non in forza di una decisione arbitraria, ma perché ha liberato il popolo dalla schiavitù.

Parole per una relazione di reciprocità: il decalogo dunque per “stare nella relazione”, per educare alla libertà, un “cammino” per l’uomo.

La legge del Signore è “perfetta e rinfranca l’anima”, lo ricorda anche il Salmo 18/19, “Tu hai parole di vita eterna”.

La fede non è uno “scambio tra domande ed offerta”: a questo Gesù si ribella. (Vangelo)

Gerusalemme, festa di Pasqua imminente: Giovanni con precisione estrema, subito, ci parla di una Pasqua “imminente”.

Subito, all’inizio del Vangelo, ha collocato un episodio che ci “parla” in modo esplicito della Pasqua di Gesù.

Mi piace l’immagine di questo Gesù che si “indigna”.

Gesù deciso, diretto, che “manda all’aria” banchetti e merci, che non vuole “usare la diplomazia…”.

No, qui non serve! Troppo importante!

“Fece una frusta con cordicelle”, si organizza Gesù, non “usa” le mani, non è violento, non vuole “far male”, come quando “scacciamo” le mosche e le zanzare, Gesù “scaccia” i mercanti con quel frustino (lontano da quell’immagine dei soldati romani che lo percuoteranno con il flagrum).

Scaccerà i mercanti dalla “casa” con i loro oggetti ed animali, non per “ira”, né “rabbia”, non perché Gesù non abbia “pazienza”, anzi Dio è Colui che è “lento all’ira e grande nell’Amore”.

Mi piace questo gesto di Gesù, che ristabilisce la “sacralità” del luogo dove Dio ha posto la sua dimora.

Già il salmo 69 recitava: “mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me (Salmo 69,10).

Gesù, colui che “sopporterà” con pazienza ogni cosa per il bene dell’uomo, è scosso dalla tristezza per ciò che vede, si commuove nel profondo in modo così intenso che la sua  è una diretta reazione della sua indignazione, una reazione all’ipocrisia, alla falsità ed alla “fariseità”.

Pecore, colombe, denaro, buoi… nulla serve di queste cose nella casa del Signore.

Certo, lo sappiamo, erano animali necessari per il culto al tempio, certo lo sappiamo, non è che uno affronta il viaggio portandosi dietro quelle cose se viene da molto lontano, certo erano “prescrizioni”, certo i cambiamonete erano importanti (non potevi utilizzare moneti con l’effige dell’imperatore nel Tempio e neppure con immagini di uomini) tutto vero…

Ma tutto “giusto?”

Gesù con decisione dice no.

Il denaro viene gettato a terra, i mercanti scacciati, i venditori di colombe rimproverati…

“Non fate della casa del Padre mio un mercato”

Gesù manifesta la sua “legittima” gelosia per la casa del Signore, una “presa legittima di posizione” verso chi sta “usando”, verso chi si è approfittato del luogo per fare “i propri affari” e Giovanni descrive il dialogo con Gesù, la richiesta dei presenti, la perplessità di chi chiede: “con quale autorità?”

I presenti sanno che costui non è “pazzo”, non è “insensato”, sanno perfettamente che i comportamenti che vedono sotto i loro occhi sono “dissacranti” (nel senso che stanno assistendo a comportamenti che nulla hanno di “sacro”), quello è “luogo” di Dio.

La “passione” di Gesù che lo porterà a quel dono di Amore, che passerà attraverso la sua passione.

“La casa del Padre mio”, quindi egli è Figlio: la sua “casa”, il suo “Tempio”.

La sua Persona.

A Gesù “importa” del Tempio, non si ferma a trovare il “modo migliore”, ma quello “più comprensibile” ai presenti, al messaggio da veicolare.

Gesù è l’espressione del “Dio geloso”, una “gelosia” che non “ingabbia”, che vigila e abbraccia, che ama come un padre, che ha amore materno, che ha cura e premura “del luogo” di Dio. Una “gelosia” che non “chiude”, ma che apre alla libertà.

Libertà dalle cose che rendono “schiavi” e “servi”.

Una gelosia che scaccia “cose inutili”, non persone.

La “casa” di Dio non è un luogo nel quale “mercanteggiare”, nel quale “lucrare”, nel quale “fare guadagni”, è un luogo in cui “incontrare Dio”.

Non qualcosa da “comperare”, ma “Qualcuno da incontrare”.

Casa di preghiera, non di commercio.

Casa di preghiera e di Incontro.

Casa per “custodire” la relazione e la comunione.

Giovanni, che di solito fornisce una personale descrizione degli avvenimenti, qui si attarda in descrizione dettagliata di cose e avvenimenti.

La fede non può e non deve essere e diventare “oggetto di mercato”.

Si può “comperare la fede?”

La fede può diventare il nostro “mercanteggiare” con Dio?

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