Un detenuto egiziano di appena 23 anni si è tolto la vita ieri nel carcere di Biella. Il giovane aveva già manifestato comportamenti autolesionistici e avrebbe utilizzato proprio le garze con cui era stato medicato per costruire il cappio con il quale si è impiccato.
Nelle stesse ore, nel carcere di Ferrara, è morto un detenuto tunisino di appena 25 anni. Secondo le prime ricostruzioni, il decesso sarebbe avvenuto a seguito dell’uso improprio del gas delle bombolette utilizzate per cucinare.
Il giovane aveva alle spalle precedenti gesti autolesionistici, anche se non risultava classificato a rischio suicidario.
A Roma, inoltre, secondo informazioni in possesso del CNPP-SPP, una detenuta sarebbe stata trovata morta nel proprio letto nel carcere femminile di Rebibbia, con tracce di sangue sul cuscino. Saranno gli accertamenti a stabilire le cause del decesso.
Se anche in questo caso venisse accertato un suicidio, secondo il nostro conteggio si arriverebbe a 50 detenuti suicidi dall’inizio dell’anno.
“Non possiamo più parlare di singole emergenze o di episodi isolati. Quello che sta accadendo è lo specchio fedele del fallimento del sistema penitenziario italiano. Lo Stato ha perso il controllo delle carceri – dichiara Aldo Di Giacomo, Segretario CNPP-SPP -. Suicidi, detenuti che muoiono giovanissimi dietro le sbarre, rivolte, evasioni, scontri tra bande, droga e telefoni cellulari che entrano negli istituti, ordini impartiti all’esterno e aggressioni quotidiane alla Polizia Penitenziaria. Praticamente ogni indicatore ci dice che il sistema non è più in grado di garantire pienamente né sicurezza né legalità”.
Secondo i dati in possesso del CNPP-SPP, dall’inizio dell’anno sono circa 3.800 i poliziotti penitenziari che hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere a seguito di aggressioni ed eventi critici.
“Dietro quel numero ci sono uomini e donne in divisa che ogni giorno entrano in carcere senza sapere in quali condizioni termineranno il turno. Ai poliziotti si chiede ormai di essere contemporaneamente custodi, mediatori, psicologi, infermieri e primi soccorritori, spesso con organici insufficienti e in istituti sovraffollati. E quando il sistema crolla sono quasi sempre loro a trovarsi in prima linea.”
Ma la perdita di controllo delle carceri, secondo Di Giacomo, produce conseguenze anche all’esterno degli istituti.
“Pensare che ciò che avviene dentro un carcere resti confinato dietro un muro è un errore gravissimo. Quando lo Stato arretra, quello spazio viene occupato dalle organizzazioni criminali. Se un appartenente a una struttura mafiosa riesce anche dalla cella a mantenere contatti, impartire disposizioni, far circolare droga o conservare influenza all’esterno, agli occhi dei suoi affiliati dimostra che neppure il carcere è riuscito a spezzarne il potere. È così che le mafie rafforzano prestigio, consenso e capacità di controllo. E tutto questo danneggia anche la grande maggioranza della popolazione detenuta che vuole scontare la propria pena senza essere coinvolta nelle violenze, nei traffici e nelle rivolte e che avrebbe diritto a un carcere nel quale sia possibile intraprendere un vero percorso di rieducazione.”
“Biella, Ferrara e quanto stiamo apprendendo da Rebibbia sono tre campanelli d’allarme nelle stesse ore. Se Rebibbia dovesse essere confermato come suicidio arriveremmo a quota 50 dall’inizio dell’anno. A questo si aggiungono migliaia di poliziotti feriti, rivolte, evasioni e istituti nei quali lo Stato fatica ogni giorno ad affermare la propria autorità. Non possiamo continuare a contare i morti e i feriti aspettando il prossimo episodio. È arrivato il momento che lo Stato torni a fare lo Stato nelle carceri italiane”.
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Redazione di Vercelli
















