(elisabetta acide) – «I figli di Israele partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, uomini, donne, bambini… greggi e armenti in gran numero» (Esodo 12,37-38).
Non solo storia.
Evento di fondazione e di salvezza.
Un popolo in cammino ed un Dio che accompagna, che libera, salva, dona la legge.
Nella veglia pasquale leggiamo il brano (Esodo 15,1-18) e spesso lo cantiamo musicato mirabilmente da Mons. Marco Frisina.
Il “canto” al di là del mare…
Notte, paura, passi, cammini…cena, libertà e timore:
“Voglio cantare in onore del Signore”.
Un canto si alza…la voce di Mosè e di tutto il popolo, ai margini di quel luogo di passaggio nella regione dei laghi Amari.
Una uscita “silenziosa” (nel testo non compare alcun inno a Dio durante l’uscita prima di questo), ma ora le voci si innalzano alla lode.
La lode a Dio liberatore.
Dio “agente” nella storia.
La salvezza attraverso l’ azione di Dio.
Non solo la lode a Dio che ha “liberato”, ma l’”affermazione”: “Io sono” è nella storia, accompagna il suo popolo, Dio “è” con il suo popolo, il Dio “dei padri” è con noi.
Mosè aveva “rassicurato”: Dio è con il popolo, combatte con noi… (Esodo al capitolo 14, 21-25).
E Dio si rivela con i suoi “nomi” e “aggettivi”: ’āḏônay ed ’ĕlōhîm: ’āḏônay l’attributo della tenerezza e dell’amore,’ĕlōhîm l’attributo della giustizia e della guerra.
Dio che “fa vivere”, che “chiama alla vita”, che “chiama alla libertà”.
Letteralmente “uscita ”, letteralmente in ebraico שמות shemòt, “nomi”, dall’incipit; greco Ἔξοδος èxodos, “uscita”, latino Exodus)“uscita dall’ Egitto”, più conosciuto come “passaggio” alla libertà, il libro dell’ esodo nasce da una vicenda storica di liberazione.
Vicenda innervata nelle vicende della storia che vede il Signore Dio come Colui che E’ e che fa uscire il suo popolo dall’Egitto.
Dio non è “comparabile” con altri dei… non c’è nessuno come Lui, nessuno paragone, nessuno può trionfare sui nemici del popolo d’Israele…, Dio è “uno e unico”: “Chi è come te, Signore?” (Esodo 15,11).
L’Esodo è “composto” da sei situazioni: la “schiavitù” in terra straniera luogo di religioni e culti politeisti; le “calamità” , l’uscita; il transito e permanenza nel deserto, il Sinai e il culto.
Esodo è “viaggio”, cammino, l’ “andare”, l’ “oltre” il luogo, speranza ed attesa, promessa e futuro.
“Uscire” ed andare… riecheggia la “chiamata” di Abramo: “Esci dalla tua terra e dalla casa di tuo padre e va’…”, “Farò dite una grande nazione… Alla tua discendenza io darò questa terra” (Genesi 12, 2-7) ; esperienza di Dio ed esperienza dell’uomo, esperienza di “popolo”.
Dio che si rivela nelle vicende umane, Dio dell’evento salvifico, Dio vissuto e riconosciuto, Dio nella storia di salvezza e liberazione.
Ed in quel deserto, un Dio liberatore è il Dio dell’alleanza, delle “Parole”, della Rivelazione e della Fede… il Dio che provvede (acqua e cibo).
Il Dio della “forza potente” contro gli avversari si fa tenero ed amorevole con la sua azione diretta, per elargire giustizia e salvezza nella sua misericordia.
E quelle “Parole” sono “raggi” che salgono e che attraversano: verso il cielo e verso la terra… Dio e uomo, Dio e prossimo…Parole che liberano dopo la liberazione.
Dio ha liberato, guidato, protetto ed ora dona e santifica.
Il “riscatto” del suo popolo.
Il popolo liberato e la sua relazione con Dio.
Non solo terra, non solo legge, alleanza ed “appartenenza”: Voi siete mio popolo e io sarò il vostro Dio.
Popolo che ha “fiducia”, che li farà “dimorare” dove abita la sua santità.
Dio che instaura una relazione “liberante” e “liberatrice”.
E quel “canto” che aveva coinvolto uomini e donne su quella riva, rivela l’amore di Dio che abita nel cuore dell’uomo.
Il libro della TaNakh (testo ebraico), il “cuore” , la Torah (definito Pentateuco nella Bibbia), che racconta la fede di Israele, nella sua parte “essenziale”, paradigma della liberazione da parte di u Dio che ha “sentito” e “visto” la condizione di oppressione del suo popolo.
Un evento per gli uomini di tutti i tempi, la logica della “pedagogia di Dio”, storia straordinaria di libertà e di liberazione.
Storia straordinaria che insegna all’uomo di tutti i tempi il valore della libertà come “valore”, come principio, come percorso personale e collettivo.
Identità personale e collettiva.
“Vi libererò” (Es 6,2)
Promessa mantenuta.
Alleanza.
Dio e uomo per una storia di salvezza.
Il Dio dei Padri che si fa “liberatore”, Dio con il suo “progetto di salvezza”, da una “parte all’altra della Mezzaluna fertile” (terra di Caldea ed Egitto), “Colui che è” si fa vicino e prossimo alle sofferenze ed alle gioie del suo popolo.
Jhwh “vicino” a “condividere”, “vicino” per liberare, “presente” per “mantenere le promesse”.
Tutti gli eventi “letti” nella vicenda della liberazione, la Pasqua, quel “salto” “illumina” la storia, non un “vagare”, un “transitare”, ma un camminare verso la meta, come popolo “costituito” da Dio.
E in quel deserto, il popolo non è solo, ha Dio, il Dio guida e liberatore, sabbia ed arsura “testimoniano” la benedizione di Dio, la sua premura, il suo “precedere” ed “attendere”.
Prova, tentazione e cammino, mormorazione ed attesa, delusione e ribellione… ma Dio nel deserto “si fa trovare”… ripara, protegge, educa…
E l’esodo oltrepassa l’ Esodo, supera la storia e significa il tempo, interpreta il “disegno” di Dio nelle attese dell’uomo, porta a “redenzione” con le promesse adempiute.
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E in quella terra d’Egitto qualche millennio dopo, giunge proveniente dalla Palestina, una famiglia.
Sono impauriti, ma il padre “non teme”, prende il bambino e Maria (la sua sposa) e giungono in Egitto.
Ancora l’Egitto nella storia di Israele.
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“Discesa volontaria”… come accadde ad un altro Giuseppe, il figlio di Giacobbe, quando mandò a chiamare il padre e fece fermare i fratelli (Genesi, 37 – 50).
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Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse:
“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo. Egli si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (2,13-15).
L’evangelista san Matteo, nel suo Vangelo, ci descrive con queste righe la narrazione.
Non è importante andare a “verificare” l’evento storico, l’evangelista con questi versetti ne sottolinea l’importanza “teologica”, non sfugge infatti, proprio in queste righe, la citazione del profeta Osea:
“Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Osea 11,1),
e, come in quell’esodo del 1250 a.C., risuonerà l’eco della liberazione:
“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese di Israele perché sono morti coloro che volevano la vita del bambino” (Mt 2, 20).
Esci e torna, ri-torna in Israele:
“Io sono il Signore Dio tuo, che ti trassi dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavitù” (Esodo 20, 2).
“Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.
Ecco il versetto per “comprendere” la vicenda.
L’evangelista, giudeo che scrive per i giudei, fornisce la comprensione per questa esperienza, alla luce di quel “passaggio”.
L’Egitto, terra confinante oltre il deserto, da sempre nei secoli, costituisce zona di “fuga”, di “transito”, di “rifugio”.
Una terra che ancora oggi conserva la “memoria” di quel passaggio con numerose chiese copte, con affreschi che raffigurano la sacra famiglia, proprio nella città del Cairo.
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Egitto paese di accoglienza, di rifugio: paese che accoglie Abramo durante una carestia, che diventa la patria di Giuseppe figlio di Giacobbe venduto a dei mercanti e poi i sui fratelli, il padre, le tribù… che diventano numerosi, paese che accoglie Giuseppe con Maria e Gesù.
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Ma in Egitto arrivò anche il profeta Geremia (Ger 43,8 e 44,3) e il profeta Isaia dirà:
“Benedetto sia l’Egitto mio popolo”, (19,25) ed ancora “Ecco, il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto. Crollano gli idoli d’Egitto davanti a Lui… Ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo al paese d’Egitto” (Is 19, 1 – 19).
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Intreccio di una terra con la storia del Messia.
Quei Magi che giunsero dall’Oriente avevano chiesto ad Erode (il grande – re “fantoccio”) notizie di un bambino nato nell’anno… e tutti quei bambini vengono sterminati.
Il potere e la paura.
Ma sarà “avvertito” Giuseppe il carpentiere, se ne andrà e poi farà ritorno.
Non si fermerà in Giudea, proseguirà in Galilea.
Figura silenziosa e sorprendente quella di Giuseppe… sempre chiamato ad alzarsi a destarsi e lui obbediente, partirà, prenderà, si alzerà, andrà ritornerà, si ritirerà.
Un uomo in cammino ed un uomo che cammina. Fede incondizionata.
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E la Pasqua è “memoriale” dell’Esodo oltre i tempi, lo spazio, il “ricordo” vivo e costante di Dio presente ed operante nella storia del suo popolo, un Dio “alleato” che ricorderà al suo popolo ed agli uomini le promesse, la reciprocità.
Esodo che “rivela”.
E in un’altra Pasqua, un nuovo “esodo”: la storia giunta a “compimento”.
Un’altra Pasqua ed un liberatore, dal male e dal maligno…
Un’altra Pasqua ed una liberazione, punto di arrivo di radicale liberazione.
E quel “cammino” diventa un “percorso” tracciato.
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San Paolo, nella lettera ai Galati, (Gal 3, 26-29):
“Tutti infatti siete figli di Dio in Cristo Gesù mediante la fede; infatti, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non esiste più giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù. Se poi siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa”. Ed ancora nella prima lettera ai Corinzi: (1Cor 10,2-4) “tutti sono stati battezzati in Mosè nella nube e nel mare, tutti hanno mangiato lo stesso cibo spirituale, tutti hanno bevuto la stessa bevanda spirituale (bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava: quella roccia era Cristo”.
In quella Pasqua Cristo darà se stesso “cibo per il cammino”, farà “passare” per una liberazione che condurrà alla definitiva salvezza.
I cristiani “passeranno” con le acque del Battesimo, il cammino di “nuovo popolo”, si nutriranno di quel “cibo” di vita nuova con l’Eucaristia e cammineranno come uomini e donne, come persone in cammino, gregge, “popolo che Egli conduce”.
E dalla Pasqua alla Pentecoste: che “porta a compimento” ciò che si inizia a Pasqua.
Dalla Risurrezione al dono dello Spirito Santo, la presenza divina nella storia e la comprensione dell’Incarnazione e della Risurrezione.
Non possiamo dimenticare che san Luca, descrivendo la Pentecoste, ci racconta che erano provenienti da molti luoghi, tra i quali l’ Africa del Nord Est, dunque l’Egitto.
Un solo Spirito, ma “lingue diverse”.
Un solo Dio in relazione con ogni singola persona.
Allora san Luca, forse ci dice che quella “liberazione” non è solo “evento” antico, “compimento”, Pasqua ebraica, Pasqua di Risurrezione e Pentecoste perché ogni cristiano, con il dono dello Spirito Santo, è chiamato ad essere testimone coraggioso del Vangelo.
Promessa per la Chiesa.
Troppo poco essere “liberati dall’esilio”.
La vera liberazione è liberazione dalla morte e dal peccato.
Promessa di salvezza.














