“Sai tu quando figliano le camozze
e assisti al parto delle cerve?”
(Giobbe, 39,1)
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E’ Dio che risponde così a Giobbe, “uomo integro e retto, che temeva Dio ed era alieno dal male”, quando questo suo figlio prediletto, messo alla prova del dolore innocente, si pone la domanda antica, quella breve, fatta di una sola parola: perché?
Domanda che interpella ognuno di noi in ogni tempo.
Anche oggi, anche in questi giorni, quando tutti piangiamo una donna “integra e retta”, giovane mamma di tre figli, sposa esemplare, “che temeva Dio ed era aliena dal male”.
Dunque, anche per noi, come per Giobbe, la fede si fa interrogativa.
Perché?

Fino a che riecheggia l’artificio retorico con cui il Padre a sua volta ci dice, domandandoci, che non possiamo illuderci di “comprendere”, cioè di “contenere”, nelle nostre minime categorie umane, ciò che è di una grandezza cosmica, tanto superiore alle nostre povere forze.
Noi che non sappiamo neppure – della meravigliosa grandezza del creato – dove vadano a nascondersi quelle caprette selvatiche nel momento della loro massima vulnerabilità.
Né oggi, che pure conosciamo così tanto dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, possiamo illuderci di possedere qualcosa di più che qualche scampolo della conoscenza.
Figuriamoci della conoscenza di Dio e dei suoi progetti.

A proposito dei quali vi è una sola certezza: i suoi progetti sono sempre misericordiosi, anche quando misteriosi.
Non vi è nulla di rinunciatario, nessuna rassegnazione, nella accettazione consapevole del Mistero.
Come Tiziana ha testimoniato soprattutto nel tempo della propria sofferenza.

“Le abbiamo sentito dire – informa Don Luciano Condina nell’omelia che riproponiamo integralmente nell’audiovideo che accompagna queste note – che questa malattia fosse una grazia. Non si è chiesta perché dovesse soffrire; si chiedeva in che modo Dio stesse continuando la sua opera di salvezza in questa prova. Cambiava la domanda antica: non “perché”, ma per chi”.
Un’omelia che non si esime dall’affrontare il territorio aspro della sofferenza, cercando ed alla fine trovando risposte persuasive.
Illustra altresì i dieci “miracoli” che Tiziana ci ha permesso di vivere: il primo, quello di una donna sofferente, ma con la gioia che illuminava il suo volto.

Dieci miracoli, li ascoltiamo tutti dalla viva voce di Don Luciano
Poi c’è l’undicesimo miracolo.
Quello che si è manifestato in Duomo, ieri pomeriggio, 22 ottobre, nel corso del rito esequiale.
Il popolo di Dio è riunito per l’ultimo saluto a Tiziana Lucente.
Tiziana è giunta con suo marito ed i loro tre figli – Chiara, Daniele ed Anna – da soli due anni nella nostra città.

Marco Vivaldi, il coniuge di Tiziana, è un giovane e stimato ufficiale superiore dei Carabinieri, comanda la Compagnia di Vercelli.
Succede nella carriera degli alti servitori dello Stato, di spostarsi da una sede all’altra, dove il servizio li chiama.
Ma Tiziana, nella nostra città, si sente subito accolta e come a casa: partecipa, apprezzata da tutti, alle attività parrocchiali in San Giuseppe, così come si inserisce subito con entusiasmo e professionalità nella Scuola dove insegna.
In parrocchia con tutta umiltà, ma con una dedizione che ha lasciato tutti ammirati, si rende subito disponibile per fare la Catechista.
Ed è una fucina di iniziative e – una su tutte – ha un’idea ambiziosa: produrre, con i ragazzi, un vero e proprio musical – Forza venite, gente! – che va in scena il 4 ottobre scorso: è un successo.
Grazie al contributo delle Catechiste di San Giuseppe, possiamo offrire ai Lettori il filmato di tutto lo spettacolo.
Porta a termine questo impegno quando già la sofferenza si fa più severa, ma ce la fa.
Allora, qual è l’undicesimo miracolo di cui parla ai convenuti commossi, nell’indirizzo di saluto finale, suo marito Marco?
Il miracolo si manifesta così: la cattedrale gremita per salutare lei, che abbiamo conosciuto solo da due anni; le lacrime che parlano più di mille parole.
In tutti c’è il desiderio di trasmettere soprattutto un sentimento: Marco ed i loro figlioli Chiara, Daniele ed Anna, devono sapere che non saranno mai lasciati soli.
Questa è la prima e grande verità che tutto il popolo di Dio convenuto in Duomo testimonia con una credibilità che avrà durata, come il suono di una parola sincera.
Al termine della Liturgia (presieduta da Mons. Stefano Bedello, Parroco del Duomo e Vicario Generale dell’Arcidiocesi, presente anche, in segno di vicinanza e condivisione, l’Arcivescovo Mons. Marco Arnolfo), concelebrata, oltre che da Don Luciano Condina, da una numerosa rappresentanza del Presbiterio diocesano e dal Cappellano militare dei Carabinieri, sono state particolarmente toccanti le testimonianze della Catechiste di San Giuseppe e dei ragazzi compagni di scuola di Chiara, Daniele, Anna.
Vicina al giovane ufficiale superiore ed alla sua famiglia tutta l’Arma dei Carabinieri che opera in provincia di Vercelli e non solo.
Presente il Comandante della Legione Piemonte e Valle d’Aosta, Generale di Divisione Andrea Paterna.
L’Arma della provincia di Vercelli era rappresentata dal Comandante Provinciale Col. Pier Enrico Burri, con tutti i suoi Carabinieri di ogni ordine e grado.
Ma la “Benemerita” non è stata la sola istituzione ad essere rappresentata: tutte le Forze dell’Ordine, dalla Guardia di Finanza, con il Comandante Provinciale, alla Polizia di Stato con il Questore, alla Procura della Repubblica.
Se queste presenze istituzionali hanno rappresentato certamente un esempio eloquente, forse ancora più denso di significato quello delle tante espressioni della società civile, di quel popolo che da soli due anni ha conosciuto questa bella famiglia: gli Scout, la Protezione Civile, la Croce Rossa, pressochè tutti gli Oratori cittadini ed il mondo del Volontariato.
A tutti Tiziana ha lasciato un messaggio di speranza.














