“Non può esserci un sistema penitenziario che funziona se non si garantiscono condizioni di lavoro dignitose e sicure a chi vi opera. La tutela dei diritti delle persone detenute e la tutela del personale non sono obiettivi contrapposti: sono due aspetti della stessa responsabilità istituzionale”. Così il presidente del Consiglio, Davide Nicco, ha aperto la seduta dedicata al tema ‘Sistema penitenziario in Piemonte: condizioni delle persone sottoposte a detenzione e del personale di Polizia Penitenziaria‘.
“Sappiamo – ha spiegato Nicco – che il sovraffollamento, la carenza di personale, le condizioni strutturali di alcuni istituti e le difficoltà nell’assicurare percorsi adeguati di assistenza e reinserimento rappresentano questioni che richiedono interventi e risorse. Sono problemi che non possono essere affrontati con semplificazioni o risposte di circostanza, ma attraverso un confronto serio tra tutte le istituzioni e i soggetti competenti. Abbiamo il dovere di ascoltare, approfondire, raccogliere le istanze e contribuire a individuare possibili soluzioni. È questo il senso della seduta odierna: dare voce a chi conosce questa realtà, mettere a confronto esperienze e responsabilità e trasformare l’ascolto in un’occasione di lavoro concreto”.
Il vicepresidente della Regione, Maurizio Marrone è quindi intervenuto per presentare le delibere recentemente approvate per favorire il reinserimento sociale delle persone sottoposte a misure penali, sostenere i percorsi alternativi alla detenzione e rafforzare i servizi di accompagnamento sul territorio: “Con l’investimento di 2,5 milioni di fondi nazionali del Ministero della Giustizia ed europei confermiamo la priorità delle carceri nell’agenda politica della Regione Piemonte. Facciamo arrivare ai comuni e al terzo settore le risorse necessarie per l’inserimento lavorativo e abitativo dei rei che espiano la loro pena fuori dagli istituti per consentire un reale reinserimento sociale, ma anche e soprattutto per migliorare le condizioni di lavoro e agibilità della polizia penitenziaria. Nel dettaglio, la Regione Piemonte ha previsto una serie di interventi nell’ambito del programma AMA ES, finanziato dal Ministero della Giustizia attraverso il PN Inclusione, destinati a sviluppare una rete di servizi per le persone coinvolte in procedimenti penali. Le misure comprendono la realizzazione di quattro Hub territoriali per l’abbinamento e il sostegno nei percorsi di lavori di pubblica utilità e di giustizia di comunità, con risorse pari a oltre 1,1 milioni di euro tra FSE+ e FESR, e il finanziamento di quattro sportelli multiservizi dedicati all’ascolto, all’informazione e all’orientamento delle persone in uscita dal carcere o sottoposte a misure penali esterne, per complessivi 860 mila euro”.
“A questi interventi si aggiungono 400 mila euro per sostenere la residenzialità temporanea e accompagnare le persone nei percorsi di reinserimento, oltre a un contributo di 40 mila euro al Comune di Torino per garantire la continuità, fino al 31 dicembre 2026, delle attività dell’Hub territoriale dedicato alle persone sottoposte a procedimento penale”, ha concluso Marrone.
Gli interventi esterni si sono aperti con Vicente Santilli, segretario regionale Sappe, che ha denunciato una “situazione drammatica. Nelle carceri piemontesi siamo sempre meno a fare sempre di più, tra aggressioni sempre più frequenti e turni massacranti. La carenza di personale è un problema di sicurezza per noi, per i detenuti e per la società. Chiediamo al Consiglio regionale di intervenire presso il Ministero della Giustizia e il Dap per nuove assunzioni e strumenti di protezione efficaci. Serve un intervento immediato, concreto e coordinato per tutelare il lavoro, la dignità e la sicurezza della polizia penitenziaria”.
Per il segretario nazionale Sinappe, Raffaele Tuttolomondo, “con il sottosegretario Andrea Delmastro il Piemonte aveva ricevuto attenzione; dopo le sue dimissioni, le assegnazioni di personale non hanno risposto alle necessità degli istituti. I nuovi agenti devono coprire anche l’apertura dei padiglioni e la riapertura di carceri come quello di Alba, sena incrementi di organico. Il personale è stanco, subisce aggressioni e affronta turni fino a 18 ore: continuando così, rischia seriamente di ammalarsi. Chiediamo alla Regione di favorire le visite specialistiche nelle carceri, per ridurre i trasferimenti dei detenuti e il carico sugli agenti”.
“L’incendio di ieri sera nel carcere di Torino poteva provocare una strage – ha spiegato Gerardo Romano, vicesegretario regionale Osapp – va verificato il funzionamento delle manichette antincendio. Le condizioni dell’istituto offendono la dignità dei detenuti e di chi ci lavora. Abbiamo subito 62 aggressioni dall’inizio dell’anno e facciamo turni fino a 20 ore consecutive. Abbiamo chiesto l’intervento del prefetto perché i lanci di droga e telefonini dall’esterno sono diventati ingestibili. Quando si accende il faro su queste situazioni, bisogna andare fino alla fine: chiediamo alla politica di visitare le carceri e intervenire con fatti concreti”.
Luciano Giglio, segretario regionale Uspp Piemonte e Valle d’Aosta si è concentrato sul tema dell’assistenza psichiatrica: “Il carcere non può diventare il luogo in cui vengono lasciate persone che avrebbero bisogno prima di tutto di cure e assistenza. La polizia penitenziaria ha il compito di garantire sicurezza e custodia, ma non può sostituirsi ai medici, agli specialisti e agli infermieri. Chiediamo un tavolo tra Regione, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e organizzazioni sindacali per potenziare l’assistenza psichiatrica negli istituti, rafforzare i servizi territoriali e realizzare strutture sanitarie dedicate. La dignità della persona malata e la sicurezza della polizia penitenziaria devono camminare insieme”.
Di “carcere luogo patogeno” ha parlato Sara Comoglio, componente segreteria regionale Fp Cgil – comparto polizia penitenziaria: “Il sistema piemontese vive una vera e propria emergenza democratica e sociale: il sovraffollamento è sistemico e il tasso in Piemonte è del 119%. Pesano il numero di detenuti, le strutture spesso malsane e le difficoltà di accesso alle cure, con una presa in carico psichiatrica insufficiente. Mancano centinaia di agenti, con carichi di lavoro insostenibili: non si può chiedere alla polizia penitenziaria di colmare le lacune dello Stato solo con il proprio spirito di sacrificio. Pretendiamo un piano straordinario di assunzioni, il rafforzamento della sanità penitenziaria, misure alternative e investimenti sulle strutture”.
Daniele Montefusco, segretario regionale Cisl, ha sollevato il problema dell’inserimento negli organici: “Serve un piano di edilizia sostenibile per i giovani agenti della polizia penitenziaria, con alloggi economicamente accessibili, anche valorizzando immobili pubblici inutilizzati. Molti arrivano da altre regioni, soprattutto dal Sud, e gli stipendi iniziali non consentono sempre di sostenere le spese per l’alloggio, il mantenimento e gli spostamenti. Garantire una casa a costi sostenibili significa favorire la permanenza del personale sul territorio e migliorare la qualità della vita dei lavoratori”.
Per Nazareno Arigò, segretario generale Uil Funzione Pubblica Piemonte e Valle d’Aosta, “non possiamo continuare a considerare normale che la tenuta del sistema sia affidata al senso del dovere e al sacrificio dei lavoratori. Mancano medici, infermieri e specialisti, e la polizia penitenziaria non può essere lasciata sola ad assumere attività e responsabilità proprie delle figure sanitarie. Non basta conoscere il numero degli operatori formalmente assegnati: occorre garantire la copertura dei servizi nelle ore notturne, nei festivi e nelle emergenze. Chiediamo alla Regione di portare questi problemi anche al tavolo dell’Osservatorio previsto dal piano sociosanitario, per garantire un maggiore equilibrio nei carichi di lavoro”.
I temi degli organici e dell’assistenza sanitaria sono stati richiamati anche da Massimiliano Rossato, segretario regionale Ugl Piemonte: “È fondamentale che le istituzioni regionali accendano un faro sul sistema penitenziario, una realtà troppo spesso dimenticata o affrontata solo sull’onda delle emergenze. Il grave sottorganico impone turni massacranti e uno stress non più sostenibile, che mette a rischio la sicurezza negli istituti ed espone il personale ad aggressioni e burnout. Alla Regione chiediamo anche di rafforzare l’assistenza sanitaria e psichiatrica e il supporto psicologico e formativo agli operatori: la polizia penitenziaria non può essere lasciata sola”.
“La polizia penitenziaria non può essere lasciata sola, la chiarezza delle responsabilità si ottiene eliminando sovrapposizioni e contrapposizioni – ha sottolineato Mara Lupi, dirigente dell’Associazione nazionale funzionari e dirigenti di Polizia penitenziaria – chiediamo alla Regione di riflettere su un aumento serio degli organici dei medici penitenziari e sul potenziamento della diagnostica interna, per evitare esami esterni costosi e pericolosi. I posti nelle Rems sono gravemente insufficienti e ci sono difficoltà nell’inserimento in comunità delle persone con doppia diagnosi e disturbi comportamentali: sono problemi non più rinviabili”.
Claudio Cerrato, consigliere Comune di Torino, ha sottolineato che “nei due istituti di pena di Torino, la pena non può tendere alla rieducazione a causa delle condizioni in cui si lavora. Al Lorusso Cotugno ci sono 1600 detenuti, quasi 500 persone in più rispetto ai numeri regolari, e gli agenti di polizia penitenziaria in servizio sono 692 su 901. Nel reparto detenuti delle Molinette dovrebbero essere in servizio 35 agenti, ce ne sono invece 14 che operano su tre turni. Al Ferrante Aporti si riscontrano criticità analoghe. Alla Regione chiediamo di sostenere le nostre richieste sulle tante questioni aperte: salute dei detenuti, potenziamento del Serd, comunità educative, finanziamenti stabili, sostegno alla formazione dei mediatori. Proponiamo inoltre un tavolo stabile tra Regione, Città, amministrazione penitenziaria, Asl e Garanti, con impegni scritti e scadenze”.
Donatella Croce, assessore ai servizi sociali del Comune di Alba, ha presentato la situazione della casa di reclusione Giuseppe Montaldo di Alba, “sfollata tra il 2016 e il 2017 per numerosi casi di salmonellosi, poi parzialmente riaperta e dalla primavera 2021 destinata a casa lavoro per internati, una delle 9 case lavoro presenti sul territorio nazionale. I lavori di ristrutturazione del corpo principale, iniziati nel 2022, stanno per essere conclusi e ci chiediamo quale sarà il futuro della Montaldo”.
Valeria Simonetta, assessora alle Politiche sociali del comune di Vercelli, ha riportato la situazione del carcere vercellese, che “ospita 376 persone su 219 posti regolari, con un sovraffollamento del 162 per cento; con soli due educatori, i corsi di formazione saltano per carenza di agenti di sorveglianza. Quali sono le possibilità di vivere nella legalità una volta scontata la pena se dentro al carcere mancano le possibilità di rieducazione? Le priorità che vediamo sono rafforzare con le Asl i servizi di salute mentale e le cure delle dipendenze, collegare la formazione alle imprese del territorio con tirocini-lavoro, preparare l’uscita con i servizi sociali, l’amministrazione penitenziaria e il volontariato”.
Roberta Cazzullo, assessore alle politiche sociali del Comune di Alessandria, ha parlato di “situazione preoccupante degli istituti di pena San Michele, dove i lavori di trasformazione in hub nazionale per il regime di detenzione 41 bis, con una capienza prevista di 200 posti, sono in ritardo. Questo processo ha comportato un parziale svuotamento dell’istituto e l’interruzione di molte attività di valore per i detenuti. Nel carcere Cantiello e Gaeta, su 127 agenti ne sono presenti 117, mancano ispettori e sovrintendenti e le condizioni di sicurezza sono carenti. Alessandria non può essere informata a cose fatte su una trasformazione che cambia il volto del sistema penitenziario cittadino, serve un confronto vero con l’amministrazione comunale”.
Anche la casa di reclusione di Asti presenta numerose criticità.
Lo ha sottolineato Eleonora Zollo, assessore ai Servizi sociali del Comune: “A fronte di 200 posti disponibili, si contano 276 detenuti, con un tasso di sovraffollamento del 138 per cento. La popolazione carceraria è relativamente anziana, con 137 persone oltre i 50 anni. Ci sono problemi strutturali, a cui si accompagna una significativa carenza di personale, una situazione che riduce la possibilità di garantire attività, ascolto e accompagnamento individualizzato. Sul piano sanitario, permangono difficoltà per l’accesso alle visite e agli accertamenti diagnostici e particolarmente delicata è la situazione della salute mentale, con una presenza limitata a poche ore settimanali dello psichiatra e della psicologa”.
Nel suo intervento, il presidente della Camera penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte e Valle d’Aosta, Roberto Capra, ha stigmatizzato il fatto che “il sistema penitenziario piemontese sia uno dei più in difficoltà in Italia. Le condizioni in cui vivono i detenuti sono eccedenti il limite del consentito, sono sistemi abitativi e di lavoro che non possono esser tollerati in nessuna società moderna e liberale. Parlo del Lorusso e Cotugno – ma la situazione delle altre carceri piemontesi è analoga – che in alcune parti deve essere chiuso: se aspettiamo interventi per rimetterlo a posto violiamo i diritti e la dignità di persone assegnate alla mia e alla vostra custodia. La prima cosa da fare è andare a vedere i detenuti, nessuno può uscire da lì indifferente. E poi, alla politica chiediamo di essere impopolare ma fare scelte giuste: trovare le risorse per investire sulle carceri, lavorare sulle case, che sono necessarie per accedere alle misure riabilitative, creare opportunità lavorative e di formazione. Ricordo infine che accanto alle carceri c’è il Cpr, che è di fatto un carcere, dove le condizioni, siccome nessuno ha commesso un reato, sono per certi versi peggiori rispetto a quelle dei detenuti”.
La Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Monica Formaiano, ha ricordato che “Il sovraffollamento è un problema non solo quantitativo ma che incide sugli spazi disponibili, i servizi resi dal personale, la sicurezza, l’assistenza sanitaria. In Piemonte ci sono 4537 persone detenute, in termini numerici il primato va al Lorusso Cotugno, ma per sovraffollamento spetta a Vercelli – al 49° posto in Italia – seguita da Biella. Un altro aspetto da attenzionare è la carenza di organico della polizia penitenziaria: l’incremento avvenuto negli ultimi anni dei bandi di concorso, non ha comunque consentito di coprire il turnover. La carenza di personale non rileva solo rispetto al tema del lavoro e della sicurezza, ma incide anche sulla qualità della vita delle persone detenute, ad esempio nella possibilità di effettuare visite mediche o colloqui. Un ultimo aspetto riguarda la questione giudiziaria: c’è un rilevante numero di segnalazioni all’Ufficio del Garante da parte delle persone detenute rispetto ai tempi di attesa estremamente lunghi per istanze relative alle misure alternative o alla liberazione anticipata”.
Mario Antonio Galati, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, ha ricordato che “circa due anni fa avevo rappresentato le emergenze del distretto, in particolare la necessità di maggior dotazione delle figure centrali e dei ruoli intermedi della polizia penitenziaria. Da allora sono state assegnate al Piemonte 121 unità delle funzioni centrali e 120 unità dei ruoli degli ispettori e dei sovrintendenti della polizia penitenziaria; a giorni riceveremo altri 22 assistenti amministrativi. Credo che l’impegno preso sia stato assolto, ma nel frattempo ci sono stati allontanamenti del personale dalla regione per diritti tutelati, per cui l’aumento di unità non è andato secondo le aspettative. La prospettiva è capire cosa si può fare per facilitare la permanenza. Altri obiettivi erano una conoscenza più strutturata dei detenuti, che oggi si può dire formalizzata, oltre a portare il lavoro all’interno del carcere: oggi abbiamo 54 tra cooperative e imprese che operano nelle carceri, 27 delle quali hanno chiesto di accedere agli sgravi fiscali per 500 mila euro per il 2027. Quindi credo che il lavoro si stia facendo, lo dicono i numeri”.
Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino ha parlato delle criticità rispetto alla situazione sanitaria, fornendo alcuni suggerimenti pratici su come migliorarla: “L’obiettivo della riforma del 2008 era passare alle Asl l’assistenza sanitaria che era gestita dal ministero della Giustizia, per migliorare anche la capacità dei medici di lavorare senza timore di evidenziare situazioni di violazione del diritto. Si può dire che la situazione non sia migliorata. Il carcere favorisce l’insorgere di patologie psicosociali, l’indicatore più grave sono i suicidi, ma c’è anche un uso di psicofarmaci che riguarda il 40 per cento dei detenuti, con tutto il tema della dipendenza legata a queste sostanze. É quindi necessario individuare piani di azione per la salute mentale. Altro aspetto riguarda l’alta mobilità dei detenuti tra le carceri che mina la continuità delle cure e il passaggio di informazioni tra istituti: una soluzione è una maggior digitalizzazione della sanità carceraria. C’è poi il tema delle visite specialistiche, per le quali si potrebbe ricorrere alla telemedicina, che ha valore sia per la visita a distanza sia per il teleconsulto tra medici. Infine, è importante migliorare gli standard igienico sanitari delle celle, nel rispetto delle normative in materia”.
“Le due Rems del Piemonte dispongono di poco più di 40 posti, con una permanenza media di un anno e mezzo o due: la disponibilità di posti letto è limitata e le liste d’attesa rappresentano un grosso problema – ha spiegato Arturo Pasqualucci, coordinatore del gruppo per la presa in carico dei soggetti sottoposti a misure di sicurezza – abbiamo costituito un gruppo temporaneo con personale di Asl, Rems, magistratura e Azienda Zero per individuare le principali criticità. Particolare attenzione è stata dedicata alla revisione della pericolosità sociale e alla gestione delle persone per cui l’autorità giudiziaria dispone l’uscita, ma che conservano il posto letto. Resta fondamentale assicurare la continuità delle cure alle persone sottoposte a misure di sicurezza”.
Per Marco Viglino, presidente del Tribunale di sorveglianza di Torino, “nell’ultimo anno abbiamo concesso mille misure alternative, ma oltre certi numeri non possiamo andare: il sovraffollamento è indubbio ed è necessario aumentare la capienza carceraria. Gli strumenti alternativi ci sono, ma serve la volontà dell’interessato di intraprendere un percorso, anche attraverso le comunità. Non è possibile che il carcere ospiti malati psichiatrici gravi: il numero ridotto di posti letto nelle Rems è un problema da risolvere. Invito la Regione a coinvolgere gli imprenditori per offrire possibilità di accesso controllato a posti di lavoro”.
Barbara La Russa, componente del Consiglio regionale dell’ordine degli psicologi del Piemonte, ha concluso la mattinata sottolineando che “la tutela della salute dei detenuti è fondamentale: il sovraffollamento crea stress psicologico e le risorse per rispondere ai bisogni di cura sono scarse. Il rischio suicidario va valutato all’ingresso in carcere e monitorato nel tempo, perché è dinamico, prestando attenzione alle vulnerabilità specifiche. Il periodo detentivo deve avere un mandato rieducativo, lavorando sulla responsabilizzazione attiva a partire dal reato commesso e pensando al dopo pena. Anche chi lavora in carcere può soffrire di sintomi depressivi e burnout senza chiedere aiuto: proponiamo spazi d’ascolto esterni e momenti di formazione sullo stress e sulla sua gestione”.
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