(elisabetta acide) – Con la “Mater et Magistra”: San Giovanni XXIII aveva ricordato l’importanza da parte della Chiesa di “guidare” ed orientare sempre al bene comune, affermare la dignità della persona e guidare alla “pienezza di vita”.
Un “orientamento” che Papa Leone XIV ha espresso in questo tempo in cui, la Chiesa è chiamata a “guidare” nella riflessione e nelle “sfide”.
E non si “perde” in discorsi prolungati, ma entra subito nel “vivo”.
(Leggi cliccando qui il testo integrale dell’Enciclica)
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Al numero 1 – Introduzione dell’Enciclica Magnifica Humanitatis, subito leggiamo :
“Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo», citando la Costituzione dogmatica del Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et Spes al numero 22.
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– Guarda cliccando qui il video integrale della presentazione del 25 maggio scorso –
Il tempo del “nuovo umanesimo”.
Umanesimo per gli uomini e le donne del nostro tempo… “vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti” (n.2) .
Tutti “chiamati” e “convocati”, in un dialogo che è il nome stesso della Chiesa (cfr. Giovanni Crisostomo “Chiesa e Sinodo sono sinonimi”, perché la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” del “Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore”).
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Strade dell’impegno e della riflessione “planetaria” per
“chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo» (n.4) come affermava Benedetto XVI nell’ enciclica Caritas in veritate.
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L’umanesimo dei “tempi complessi” e delle “leggi planetarie”, che deve fare i conti con riflessioni che chiedono di “pensare al futuro” riponendo al centro l’uomo con “lucidità e responsabilità” (n.5) in un tempo in cui Stati e privati intendono “guidare” con mezzi e risorse il potere tecnologico (n.5).
L’interconnessione, l’interdipendenza, ci chiede un cambiamento di paradigma, di visione, di interpretazione per il “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo (n.6)
Un umanesimo che propone una “svolta” ed un nuovo approccio alla tecnologia ed all’utilizzo dell’A.I. al “servizio dell’intelligenza umana”.
Un “mezzo”, non il “centro”.
Lo dice con chiarezza Papa Prevost:
“l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie” (n.117).
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Sulle tracce dei predecessori
Il “solco” del nuovo umanesimo viene raccolto da Papa Leone XIV sulle tracce dei predecessori.
Il coraggio di Leone XIII che ha colto la necessità di ricordare come la Chiesa sia ”esperta di umanità” (n.19) e lancia un appello volto a “scuotere le coscienze”:
“non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo” (n.16).
Una Chiesa chiamata a riconoscere e interpretare le domande del mondo, che è “intrecciata” nel cammino dell’umanità, che è “voce” che non può essere bisbiglio, che deve offrirsi:
“ come presenza che aiuta a leggere in profondità la realtà, sostenendo con umile fermezza quelle scelte che promuovono la dignità di ogni persona, la coesione delle comunità e il bene di tutti. Così essa si pone accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso, affinché in ogni vicenda umana possa germogliare la promessa di giustizia e di pace che lo Spirito Santo continua a suscitare nel cuore dell’umanità” (n.20).
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Giovanni Paolo II, pur non affrontando il tema della A.I., nella sua Laborem exercens aveva posto attenzione all’uomo “centro” delle riflessioni tecniche alla luce della coscienza cristiana.
Bussola etica e rispetto della dignità della persona.
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Le riflessioni di Papa Benedetto XVI, avevano indicato l’importanza e necessità di coniugare il progresso tecnologico con il progresso etico, azione umana e morale in armonia per adeguare le potenzialità della tecnica all’azione morale umana e non funzionalismo delle esigenze dell’algoritmo.
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Papa Francesco aveva richiamato ai rischi del “paradigma tecnico” dell’efficienza dove fraternità e e dignità umana non “trovano spazio”.
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Ora Papa Leone, proprio per “orientare” ha il coraggio di “sintetizzare” il percorso della Chiesa e il suo impegno, sollecitando il “discernimento” attraverso due “icone” bibliche che hanno il sapore del coraggio: il brano di Ne, capitoli da 2 a 6 e il brano di Gen 11,1-9 (n.7-9).
Gerusalemme e Babele e gli episodi che ci raccontano la tentazione della presunzione dell’uomo e della sua autosufficienza e l’umiltà della scelta dei legami comunitari prima ancora del potere e della potenza da dimostrare.
Due episodi che ci invitano a “ragionare” proprio su questa necessità del “nuovo umanesimo” che si fonda su dignità della persona, solidarietà, valore dell’impegno del lavoro con le proprie mani e il proprio ingegno, equilibrata distribuzione dei beni, pace, corresponsabilità
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Si chiama Dottrina Sociale
Ai numeri 28-45, il pontefice traccia la sintesi dei principali documenti ecclesiali che hanno accompagnato la riflessione e l’impegno della Chiesa per condurre ed accompagnare nel cammino di verità, bontà, bellezza, in un “dialogo con il mondo” che dal XIX secolo ad oggi, ha accompagnato le trasformazioni sociali.
Dai “primi passi” dell’impegno nella Dottrina sociale con Leone XIII, Pio XI ed i pontefici successivi.
Solo nel 1950, ricordiamo, il termine viene usato per la prima volta da Pio XII.
Poi il Magistero recente, per
“illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società” (n.47) per ribadire ed affermare il “centro”: l’uomo è immagine e somiglianza di Dio.
Papa Leone XIV ci richiama all’ “essenziale”:
“La Dottrina sociale della Chiesa ci riporta al cuore stesso della nostra fede: il mistero del Dio vivente, rivelato in Gesù Cristo come comunione di Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, amore in relazione, che si dona reciprocamente e si comunica al mondo” (n.48).
Il mistero del Dio-Amore rivelato da Cristo. Verbo Incarnato.
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Quando la politica rinuncia…
E il Santo Padre (n.54-58) non manca di riflettere sulla conquista dei Diritti Umani universali, inviolabili indisponibili come “conquista” che non deve essere dimenticata, che non deve essere data per scontata, ma costantemente ribadita e difesa dalle insidie del nostro tempo che spesso si fermano ai “vantaggi dei singoli” ed ai loro “interessi”.
Leggo il richiamo esposto al numero 61 con particolare attenzione:
“Allo Stato spetta il compito di garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile, così che il bene comune possa essere realmente perseguito con il contributo di tutti. Questo significa, in concreto, che il potere pubblico ha il compito delicato di «armonizzare con giustizia» i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli. Quando la politica rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni, i discorsi sul bene comune perdono credibilità, e al tempo stesso crescono disuguaglianze e fratture sociali”.
“Coscienza” della Chiesa e degli Stati che sono chiamati a denunciare ogni violazione, ogni negazione della dignità umana, ogni forma di sopruso e ingiustizia, in qualsiasi forma venga perpetrata, anche in quella “sottile” delle pressioni ideologiche.
Nuovo umanesimo che, richiama il pontefice, deve interpellarci come “chiamata” di ogni uomo a vivere il “più che umano”, a trascendere se stesso per essere creatura nuova (n.127).
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La fecondità del limite
La riflessione alla quale ci conduce il pontefice parte dalla “lettura” del tempo che pare “rifiutare il limite” dell’essere umano, quasi “difettoso” perché anziano, ammalato, sofferente, mortale, incapace… essere da “perfezionare” come un “difetto meccanico”.
E Papa Leone ha il coraggio di “ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che «l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio»” (n.118).
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La “fioritura” dell’umano.
La semplicità dell’ “Essenziale” che ritorna a far riflettere la Chiesa su quelle “parole” evangeliche necessarie e fondamentali per “umanizzare” il tempo presente: compassione, generosità, affetto, dono… parole semplici ed essenziali che ci vengono richiamate con immagini e “passaggi” che forse avevamo un po’ dimenticato (n.119-120).
E non manca di citare alcune esempi di storie di vita, di opere d’arte e di musica, di scelte di bene che ancora una volta ci “raccontano” l’umano e le sue possibilità (122-125).
Il “più che umano” (n.128) di cui abbiamo bisogno, che guida e illumina la nostra vita, la scelta che già s. Agostino ci ha invitato a percorrere:
“Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé” (S. Agostino, De civitate Dei, XIV, 28).
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Il controllo delle piattaforme digitali
E il capitolo quarto dell’enciclica “entra nel vivo” della scelta: di quale verità siamo “spettatori”?
A quale “verità” siamo “disponibili”?
Quale verità ci viene imposta, somministrata, quale crisi intorno alla verità?
Papa Leone ci ricorda che:
“La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune”(134).
Dunque un “appello” ed un “avviso”:
“chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà. È un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, perché la cultura che si genera nella rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio, ma spazio in cui possano maturare libertà interiore e pensiero critico”.
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Una comunicazione trasparente
Sul tema della comunicazione Papa Leone aveva già avviato alcune riflessioni, ora in modo molto esplicito ci ricorda che “le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti” (n.138).
Vigilanza e trasparenza anche nelle “verità scomode”.
Ecologia della comunicazione dunque, contro false verità, disinformazione, manipolazione, per una “sfida” sociale e politica che sceglie non solo il profitto, ma l’”umano” (n.142).
Particolarmente importante la scelta del n. 143 nel quale non si parla di una “educazione” generica, di un “impegno” di tutti e di nessuno, Papa Leone ha il coraggio di “tirare le orecchie” a quella istituzione che è chiamata con la famiglia e le atre agenzie educative a “formare” ed “educare”, a “orientare” e “aprire la mente alla coscienza critica”:
“La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.”
Parla di “sfide” il Pontefice (sociopoltica, pedagogica , intellettuale e sapienziale) (n.144-146)
Un richiamo ed una riflessione che invita alla costruzione di una “rete educativa”, di alleanze rinnovate per quelle mete educative che dovrebbero aiutare ad “orientare ed orientarsi”:
“educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili”.
Il coraggio di invitare la scuola, la famiglia, le istituzioni, la comunità ecclesiale a non “rincorrere”, ma a “proporre”, a non farsi condurre nei labirinti dei circuiti meccanici, ma a vivere ciò che nessuna macchina, Ai, circuito di rame o di silicio purissimo potrà mai darti: la relazione, la compassione, l’empatia, la carezza dell’intelligenza “più che umana” che nessun algoritmo potrà mai riprodurre o clonare.
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Non smarrire l’orizzonte di senso
Connettere informazioni e conoscenze senza mai perdere l’orizzonte di senso (n.146).
Dalla “frammentazione” alla “umanizzazione” per non smarrire il senso della persona nella sua totalità, nelle sue fragilità, per mettere al centro davvero “l’umano” attraverso la cura e il cuore.
Ci salverà l’ “intelligenza del cuore”, non l’ intelligenza artificiale.
Quell’intelligenza che ha “a cuore”, che sa amare e vivere, accompagnare e cadere, consolare e aiutare a pensare, a riflettere, a comprendere in modo critico.
Non possiamo dimenticare che le “macchine” che chiamiamo erroneamente “intelligenti” non sono “cattive”, ma neppure “etiche”, sono “programmate”, sono “informate”, sono un “magazzino” di dati, ma non sapranno mai “custodire” le persone e i loro “bisogni”.
Non possiamo “competere” con l’A.I., possiamo custodire l’umano e le sue relazioni.
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Pace e sviluppo oppure Pace “è” sviluppo? – Una nuova centralità del lavoro
Nei paragrafi dedicati al Lavoro (dal 148 e seguenti) il pontefice parte dall’assunto che “il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita” (149), dunque percorso di realizzazione personale ed umana necessario per mettere nelle condizioni di “vivere dignitosamente”.
In un mondo in cui la tecnologia “sostituisce” l’uomo e trasforma la vita, occorre dunque riflettere ancora e sempre sul “centro” del problema, che resta l’uomo e non le sue “prestazioni”, il “prodotto” dell’economia e il reddito a scapito del “lavoratore”; il lavoratore è persona, portatore di un suo ruolo insostituibile.
“Il lavoro resta una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: non soltanto mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità” (154) e se la “logica del mercato” domina e fa emergere l’utilizzo e il predominio della tecnologia, della robotica, dell?A.I., Papa Leone sollecita a considerare:
“L’interdipendenza tra pace e sviluppo, come scrisse profeticamente nel 1967 San Paolo VI oggi potrebbe essere aggiornata: la prosperità può contribuire a costruire e rafforzare la pace solo se è diffusa, inclusiva e sostenibile”.
Rendere dunque la tecnologia “vivibile ed umana” (n. 164).
E non manca la considerazione, legata al lavoro delle reti familiari, delle condizioni di fragilità, dei tessuti sociali e culturali, della disoccupazione, della precarietà, giovani, mobilità lavorativa e richieste dell’economia digitale che spesso si piega alle crudeli logiche delle maggiori “possibilità”, del “controllo” con l’utilizzo sconsiderato dei dati, l’uso sistemico di algoritmi (n.171).
“Alla radice di questi problemi si trova una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana. Alcune correnti postumaniste arrivano persino a ipotizzare esseri umani “di seconda classe”, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori: una prospettiva inquietante, tanto più grave se si combina con strumenti tecnologici che ampliano in modo esponenziale il potere di controllo e di selezione. Anche certe logiche di indebitamento strutturale, che mantengono interi popoli in condizioni di dipendenza, rivelano la stessa mentalità che accetta, in forme nuove, relazioni di subordinazione vicine alla schiavitù”.
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Verità e lungimiranza
Chiede “sguardo di futuro” papa Leone, non riflessioni parcellizzate, ma ricerca di verità e lungimiranza, per creare processi che creino responsabilità condivisa, per
“comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna” (n.181).
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La tecnica non sia separata dall’etica
Anche la guerra, avverte il pontefice viene “modificata” dalla A.I.:
“efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo. La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche.
L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare” (n.182-183).
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La dannosa illusione di una guerra “pulita, necessaria, utile”
La dinamica disumanizzante della polarizzazione di potenza fatta di orgoglio, controllo senza limiti, mezzi, disponibilità e capacità di dominio, esalta il primato che risponde al paradigma tecnocratico globalizzato fatto di micro e maxi conflitti in nome di un imperialismo crudele e violento.
La “Babele degli scontri” e non la costruzione con le pietre della civiltà dell’amore.
Lo sguardo attento ed acuto di Papa Prevost unito alla mitezza ed alla forza delle idee mette in guardia, ed invita a farsi accompagnare dalla memoria storica e dallo sguardo lucido e critico della guerra “pulita, necessaria e utile” (n.190-191), dalla crescita della forza bellica e dalla corsa al riarmo, dalla deterrenza nucleare, dallo sviluppo degli ordigni miniaturizzati (n.193) .
E ancora una idea “semplice ed essenziale”:
“Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune” (n.186).
“Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento.
Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione.
Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese”(n.199).
Un grido di denuncia ed un appello:
“Rimaniamo umani”, spendiamoci per l’umanità, pratichiamo la “resilienza” della dignità, perché quella “Torre” non si erga a sostituire e schiacciare e dominare l’umano ed a ridurlo a “risorsa da utilizzare”.
Un grido che ci invita a non “negare” o “condannare”, ma a vigilare a vivere la “sobrietà digitale” con criticità ed attenzione,
Un grido che invita a non essere in balia dell’influenza digitale, dell’architettura della visibilità, delle schiavitù digitali e tecnologiche, dalla “ semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni.
La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza” (n. 202)
E allora l’impegno deve essere condiviso, deve chiamarci alla corresponsabilità ed
“alla cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca” (n.203).
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Una nuova pace utopica
E nel “tempo di notevole cecità spirituale e culturale” (n.204) siamo chiamati a costruire non una “pace utopica”, ma all’impegno del granello che seminato e curato, cresce in ogni terreno ed ambiente, innaffiato dalla “giustizia e dalla carità” (n.205) perché “il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta:
«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19) (n.210).
Disarmare le parole, perché le parole sono ponti, raccontano persone, costruiscono relazioni, accendono speranze… “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». [188] Il potere delle parole è enorme e ne facciamo esperienza nella comunicazione quotidiana, quando qualcuno ci dice qualcosa che cambia il nostro stato d’animo, in positivo o in negativo.
“La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale”.
Possiamo essere “operatori di bene e di pace” a partire dalle parole, da quelle dette e da quelle negate, da quelle non veritiere e da quelle nascoste, da quelle “belle”
Possiamo “essere umani” se abbiamo il coraggio di assumere gli sguardi delle vittime, se abbiamo il coraggio di “prendere posizione”, di non “rimanere neutrali” (n.216), se sappiamo essere realisti e rilanciare il dialogo come alternativa al conflitto aperto (n.219), se sapremo praticare la “cultura del negoziato”, dell’incontro e della convergenza (n.221), se sapremo mettere al centro l’autenticamente umano dell’ “incontro con l’altro il diverso, lo straniero, il migrante” (n. 220) con lo sguardo sincero, l’ascolto aperto, le relazioni di fraternità .
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Sentieri umani, i sentieri della preghiera
Possiamo tracciare sentieri umani solo se sapremo percorrere i sentieri della “preghiera” …Per noi, infatti, la pace anzitutto «proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente».
Essa è un dono consegnato da Gesù ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua:
«La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante».
E Papa Leone cita se stesso nel discorso che tutti ricordiamo a quella straripante piazza S. Pietro nel giorno della sua elezione al soglio pontificio, per ricordare a tutti che la pace è dono del Risorto ma è impegno dei cristiani, è messaggio di Cristo e azione della Chiesa.
Non sono molte le citazioni presenti nel testo, ma forse sono “misurate” e “commisurate”, diremmo sono “quelle che contano” e che ci invitano a meditare e pregare:
«Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10) e la conclusione dai nn.229 – 245 sono un sollecito invito a “custodire” l’umano e la sua dignità, certo in epoca di A.I., ma in un periodo di “cambiamento epocale” per un cammino di sobrietà e coerenza (n229).
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Guidati dalla luce del Vangelo
Il Vangelo sarà la “luce” per orientare nel cambiamento epocale, per “illuminare” e “chiarificare” il mondo che chiede di essere “abitato” con le sue sfide e le sue contraddizioni, con le sue scelte e le sue fragilità, con le sue “perversioni”… ma “abitare” è “costruire” e non “farsi sommergere”, è realizzare una vita di comunione nel progetto di Dio per il mondo, per la storia e per gli uomini che la abitano perché “In questa carne ferita e amata, il Padre ci mostra la vera umanità di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la sua volontà si realizzi come in cielo così in terra, per una
“esistenza evangelica nell’era digitale” (n.231).
E il richiamo a Cristo “modello” di uomo che coopera con Dio alla creazione, si afferma l’invito alla libertà e alla responsabilità (n.233), le parole che guidano le scelte umane, etiche, sociali di ogni uomo e del mondo, le scelte che chiamano ancora una volta, all’impegno della Chiesa “madre e maestra”, a non dimenticare la forza dell’Eucaristia:
“L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé. Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa, perché la sua offerta diventi principio di unità e sorgente di vita nuova. Da questa comunione nasce anche la solidarietà cristiana, poiché l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona»” (n.233-234).
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Nel cantiere del nostro tempo
Nel “cantiere del nostro tempo” (nn.235-237) per essere vivi cercatori di verità, di pace, di giustizia, in unione a Cristo, per avere a cuore la cura dell’uomo e del mondo, per ri-appropriarci dell’umano.
Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta, una ricerca di pace e di giustizia per essere “artigiani”, ideatori e costruttori e non solo “automi” fruitori.
Innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.
Non è un nuovo “dilemma” da risolvere è un impegno da assolvere.
Dio si è fatto uomo e ci ha insegnato la vera umanità.
Nel dono di un Dio Incarnato impariamo la grandezza dell’essere umano, la bellezza delle sue potenzialità, la ricchezza delle sue fragilità, la musica delle sue parole, non nella tecnica infallibile e perfezionante dalle prestazioni impeccabili, ma nella scelta libera e responsabile del bene, nell’amore e nel dono, nella relazione e nel dono di grazia.
In un’epoca che genera separazione, esclusione, classificazione, siamo chiamati a diventare “tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi” (n.245) a custodire legami di custodia e relazione con la stessa fede di Maria che, nella sua umiltà,nel suo fiducioso abbandono ha visto la scintilla di Dio operare in lei e nella storia, nella fiducia che il Signore ha fatto e continua a fare cose grandi (cfr. Magnificat).
E quella “confusione delle lingue” della nuova Babele troverà il superamento in quel dono dello Spirito effuso a Pentecoste, dove nel rispetto di tutti vengono preservati i cammini , l’ unità , le singole dignità, l’ umanità dei singoli che trova “ragione” nella comunità che accoglie, che sorregge e sostiene, che non lascia indietro per una “rinascita” come quel ritorno dall’ esilio, come quelle pietre che costruiscono ma non dividono, creano lo “spazio” dove Dio e uomo “abitano” lo stesso mondo.
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Una “magnifica umanità abitata da Dio” (n.245).
E per continuare a essere “magnifica umanità” non possiamo correre il rischio di “pensare come macchine” illudendoci che le macchine pensino come gli uomini”. E allora, magari nel custodire l’uomo proviamo anche a “cambiare” il linguaggio e non chiamiamo più le macchine “intelligenti”, ma forse solo “agenti” per provare a recuperare l’umano dell’uomo, la bellezza delle dimensioni “umane” della persona, la ricchezza della sua dignità per “usare” le macchine e non farci “usare” come macchine”.
La vera “conquista” allora non è “avere” il controllo dei dati, impossessarsi di algoritmi per guidare le scelte, controllare la comunicazione, ma “essere umani” e custodire il bene.
“Credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani” cantava qualche anno fa un noto cantante, (Credo negli esseri umani), possa l’A.I. servire l’umano per non diventare “persone artificiali”.
Saranno anche “intelligenti”, ma senza ragione, senza coscienza e senza morale.
La bellezza delle decisioni responsabili, libere e consapevoli, dell’uomo non può essere sostituita da algoritmi.
















