C’è un punto preciso in cui lo sguardo degli adulti si ferma – spesso sulla superficie delle cose – e quello dei più giovani, invece, scava, attraversa, immagina.
È lì che si colloca il lavoro di Alessandra Popa, studentessa della 2^A SSAS Lanino, tra le protagoniste dell’incontro “Ponti di Pace – incontri tra saperi e culture”, promosso dal MEIC in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale lo scorso 23 marzo.
Brillante, intuitiva, dotata di un raro senso estetico, Alessandra è una pittrice in erba autodidatta che guarda al mondo con l’urgenza di chi sente il bisogno di raccontarlo.
Ama il cinema, sperimenta con il linguaggio video e, attraverso un corto di sette minuti – Dove la vita trova passaggio – costruisce una narrazione sorprendente: quella di un cinghiale che desidera un ponte sicuro per raggiungere il fiume Po.
Il video è ambientato nel Bosco della Partecipanza di Trino, uno degli ultimi esempi di bosco planiziale della pianura padana, luogo sospeso tra natura e memoria collettiva, dove la relazione tra uomo e ambiente si stratifica nel tempo.
In questo scenario, Alessandra intreccia sensibilità ecologica e immaginazione, dando vita a un racconto insieme poetico e civile, colpendo per misura e profondità espressiva.
Realizzato in tempi rapidi, attingendo a materiali personali e risorse reperite in rete, il corto restituisce uno sguardo originale sul tema del “ponte”: non solo infrastruttura, ma possibilità, passaggio, relazione.
E, soprattutto, responsabilità.
Da dove nasce l’intuizione di affidare la voce narrante a un cinghiale?
Inizialmente avevo pensato alla volpe, una figura più fiabesca e poetica. Poi alcuni ragazzi della 1^ E SC di Trino mi hanno suggerito il cinghiale, animale molto più presente e visibile nel Bosco della Partecipanza, a differenza della volpe, che si vede più raramente.
Nel tuo video il ponte è un bisogno, ma anche un simbolo: cosa rappresenta per te, oggi, costruire un ponte?
Per me costruire un ponte, in senso metaforico, significa creare un legame: unire ciò che è distante, permettere a due punti di incontrarsi. Nel video il ponte riguarda il rapporto tra uomo e natura, ma è anche una metafora della vita quotidiana: riguarda amicizie, amori e anche rotture. Ha un significato molto più profondo di quanto si pensi.
Il tuo lavoro ha una forte dimensione visiva: quanto conta per te l’estetica nel raccontare un’idea?
L’estetica è fondamentale, sia in un video sia in un disegno, insieme alle parole e al timing. La parte visiva cattura l’attenzione anche di chi fatica a concentrarsi e colpisce nel profondo. La mia generazione, cresciuta con la tecnologia, ne è particolarmente attratta. Per questo è un elemento decisivo nel linguaggio cinematografico.
Hai parlato di natura senza cadere nel didascalico: come si trova questo equilibrio?
Bisogna partire dal modo in cui pensiamo noi ragazzi. Una spiegazione frontale, letta o solo scritta, sarebbe risultata dottrinale. Ho scelto invece di raccontare la natura in modo diverso, più vicino al nostro linguaggio: così l’attenzione si attiva in modo molto più efficace.
In sette minuti riesci a suggerire molto senza spiegare tutto: è una scelta istintiva o consapevole?
È una scelta consapevole. Nel video si lavora sempre con tempi definiti, quindi bisogna andare dritti al punto. Girare troppo attorno alle parole rischia di confondere. Sintetizzare aiuta a mantenere alta la concentrazione.
Lavori con immagini, ma anche con emozioni: da cosa capisci che un video “funziona”?
Capisco che funziona quando piace a me. Sono molto selettiva e sento subito se qualcosa non va o va cambiato. Riguardo il lavoro molte volte: se, anche dopo numerose revisioni, tutto corrisponde a ciò che avevo in mente, allora significa che ha funzionato.
Hai realizzato il video in tempi brevi: la pressione aiuta o ostacola la creatività?
All’inizio la pressione aiuta, perché accelera la nascita delle idee. Poi però arrivano stress e stanchezza, insieme al timore di non riuscire a finire in tempo. Nonostante questo, amo il rischio e sono sempre riuscita a consegnare i miei lavori nei tempi, anche quando erano molto stretti.
Cosa hai scoperto di te stessa durante questo lavoro?
Ho scoperto le mie possibilità e la mia determinazione: non mollo facilmente un obiettivo. Mi impegno molto nei lavori che mi vengono affidati e ho una grande pazienza.
Se dovessi continuare questa storia, dove porteresti il tuo protagonista?
Lo porterei nel futuro, dopo la costruzione del ponte verso il Po. Immagino il cinghiale come una sorta di “professore” per i miei coetanei, capace di ricordare cosa possiamo fare ogni giorno per aiutare l’ambiente.
Che cosa ti piacerebbe che restasse nello spettatore, una volta terminato il video?
Vorrei che restassero le parole e il pensiero di queste creature che non hanno voce, ma che attraverso i loro segni ci fanno capire di aver bisogno di noi. Che ognuno può fare la differenza, anche con piccoli gesti: raccogliere una bottiglia da terra, per esempio. Vorrei che restasse anche l’idea di seguire il proprio pensiero, senza lasciarsi trascinare da quello degli altri, che spesso ci porta lontano da ciò che siamo davvero.
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Redazione di Vercelli



















