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GHEMME SPAZIO E - Inaugurata la 13^ edizione della mostra “Essere Donna”

Tre fotografi e tre scultori invitati a presentare lavori dedicati all’universo femminile

PiemonteOggi, Regione Piemonte

Nei suggestivi locali espositivi di Spazio E, si è aperta venerdì 13 marzo a Ghemme,  la tredicesima edizione di: “ssere Donna”, mostra d’arte alla quale sono stati invitati tre fotografi e tre scultori per proporre il cammino dallo scrivere con la luce all’arte del levare, al modellare con le mani.

La struttura architettonica degli antichi locali nel cuore del ricetto permette alla titolare di Spazio E, l’artista Enrica Pedretti, di creare allestimenti pieni di emozione, ma che soprattutto pongono in dialogo le opere esposte.

Nell’ampia sala sostenuta da volte a botte di mattoni a vista, dai grigi emergono con forza le fotografie in bianco e nero del fotografo milanese Douglas Roberto Andreetti, raccolte sotto un titolo sfuggente come “Tracce” di quel misterioso femminino che sfugge a qualsiasi descrizione o cornice, sia pure d’arte: “Queste immagini nascono da ciò che non si trattiene, da ciò che passa e lascia una traccia. Non raccontano chi sei, ma ciò che accade quando ti incontro. Sono il resto di quei momenti in cui sei esistita senza chiedere nulla, e io ho imparato a guardare senza fermare”. Le immagini non sono fotogrammi di un racconto, ma finestre aperte sul mistero.

Sui candidi supporti i lavori scultorei di Mariagrazia Degrandi, scultrice doccese che utilizza “materiali ancestralmente legati alla terra madre”, come nel caso del raro marmo rosa di Locarno, colpiscono per la loro forza e armonia.

Degrandi plasma forme rotondeggianti, colma vuoti di senso e di affetti, ricrea la magia della “sopravvivenza generativa”.

Opere senza nome, perché è lasciata l’interpretazione ai visitatori, invitati a smarrirsi sulle superfici lucide e levigate, che evocano corpi femminili, depurati da ogni realismo, accolti nella loro essenza.

Pochi gradini e tutto cambia: un’esplosione di colori enfatizzati dalla luce bianca, implacabile, che piove su forme e immagini.

Alle pareti una serie di intensi ritratti del fotografo ghemmese Carlo Olivero dedicati a donne artiste che conosce e apprezza: Silvia Cibaldi, Maria Grazia Pavesi, Gabriella Maldifassi, Silvana Marra, Cate Maggia, Marina Chiocchetta, Chiò, compongono un esa-polittico in cui si intrecciano età della vita, personalità, sogni, richiamo forte all’arte femminile, interessante e coinvolgente, ma ancora oggi ingiustamente poco considerata.

Le sculture di Massimo Fergnani di Varese, create utilizzando marmo, bronzo, gesso patinato e terra creta, sono animate dalla passione per la materia: “Tecniche, ispirazioni e stile richiamano un’artigianalità antica” che Fabrizia Buzio Negri sintetizza nell’operare continuamente in evoluzione: “Sondare l’eterno segreto del vivere inseguendo libertà e verità è quanto l’artista ha inteso proiettare nella metafora di una figurazione che non vuole essere mimesi del reale”.

La slanciata figura di legno policromo della giovane donna in piedi, che si abbraccia in un cappottino rosso, quasi a difendersi da correnti malevole, posta accanto ad una maternità di solennità rinascimentale, drappeggiata in un manto purpureo, è straordinariamente contemporanea, e fa da contrappunto alle altre opere esposte: figure femminili atemporali, corpi che lievitano, su cui poggiano testine perfette, che fecondano pensieri.

Da quest’ambiente luminoso si varca la porta monumentale ornata da candidi stucchi, accolti dal calore di un camino che scalda il blu che predomina nelle immagini del fotografo novarese Ivano Peruch.

Otto scatti dedicati alla tematica dell’acqua: “L’unico elemento che troviamo in natura nei tre stati: solido, liquido e gassoso”, la base della Vita: “Allo stadio embrionale il nostro corpo è costituito al 90% di acqua, poi questa percentuale va riducendosi, ma resta comunque non inferiore al 60%, oscillante in base all’età, al sesso e alla quantità di grasso corporeo”.

La luce radente sul ghiaccio, scompone la luce al variare della lunghezza d’onda, formando i sette colori descritti da Newton, violetto, blu, indaco, verde, giallo, arancione, rosso. Quell’acqua, difficile da riconoscere, racchiude un immenso universo simbolico.

L’originale progetto fotografico allude al “soffitto di cristallo”, metafora coniata nel 1978 da Marilyn Loden durante una conferenza sui diritti delle donne, che indica le barriere invisibili, socioculturali e psicologiche che impediscono a donne e minoranze di raggiungere i vertici della carriera lavorativa, nonostante competenze adeguate.

La rottura del soffitto di cristallo è un’immagine potente che apre ad una sequenza di visioni in cui il ghiaccio e l’acqua, simbolo dell’essenza femminile, diventano protagonisti di un percorso di autoconsapevolezza delle proprie risorse e potenzialità.

L’acqua di Peruch sembra voler ripulire per sempre il “pavimento appiccicoso (sticky floor)”, la segregazione delle donne in ruoli di basso livello con scarsa mobilità.

La parte centrale della Sala del camino è amplificata dalle piccole Veneri create da Daniela Barzaghi, scultrice milanese, le cui opere di carta esposte in Italia e all’estero imitano la pietra, senza essere gravate dalla sua pesantezza e sembrano alludere ad archeologici ritrovamenti.

I materiali naturali, carta, corde, gesso modellato, si assemblano in figure antiche come crateri di antiche civiltà, che giungono fino a noi depurati dal peso della materia, da ammirare nella perfezione delle forme.

Torsi di donna si sciolgono dai mille laccioli che le avviluppano, finalmente orgogliosamente liberi di mostrarsi nella loro rotondità.

La mostra sarà visitabile dalle 12 alle 22 da giovedì a domenica, fino al 10 maggio 2026.

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Redazione di Vercelli

Posted in Cultura e Spettacolo