“Ma è proprio vero che Dio abita sulla Terra?”.
La domanda non affiora sulle labbra di un pensatore agnostico, nemmeno di un ateo in ricerca.
Non la pone una personalità laica di primo piano, come fu Augusto Guerriero che, più di 50 anni fa, stupì con la profondità del suo saggio “Quaesivi et non inveni”, la cui amara conclusione è già nel titolo.
In essa risuona quella del Cantico, che tuttavia poi si apre alla pienezza di una gioia finalmente rinvenuta.
L’interrogativo non è nemmeno concepito da un cattolico “adulto”.
Chi si pone questa domanda è nientemeno che Re Salomone, sgomento al cospetto della cosmica grandezza di Dio e della nostra minorità.
Una condizione che postula una domanda, una supplica fiduciosa e tutta rimessa alla misericordia del Padre:
”Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te”.
L’abbiamo sentita nelle Letture che la Liturgia odierna ha offerto, nel corso della Messa celebrata in San Paolo a Vercelli, in occasione della “Giornata del Ricordo” (1 Re 8,22-23.27-30; Sal 83; Mc 7, 1-13.).
L’omelia dell’Arcivescovo Mons. Marco Arnolfo non ha mancato di ricordare le ragioni che potrebbero giustificare sfiducia e disperazione: anche oggi l’umanità è martoriata da (dicono gli esperti) più di 50 conflitti.
Il dolore, il sangue, la morte, vite innocenti martoriate, spezzate, la crudeltà dei carnefici, sempre capaci di stupire per l’efferatezza delle loro azioni e, tuttavia, sempre uguali a se stessi, ci pongono di fronte al “mysterium iniquitatis” che ci lascia senza risposta.
E, tuttavia, anche in questi momenti, dolenti,si fa largo, si deve fare largo, la speranza.
Raggiungendo oggi, 10 febbraio, la Chiesa di San Paolo a Vercelli per documentare questa “Giornata del Ricordo”, l’attenzione si è appuntata sul piccolo drappello di ragazzi che, sotto il portico del Municipio dove sono le targhe di marmo cui è consegnata la memoria dei Caduti vercellesi, dialogavano sulla memoria del dramma vissuto dalla vittime delle foibe, dagli esuli giuliani (circa 300 mila persone che, quando non persero la vita, persero tutto) ai quali toccò pure, per un lungo periodo, qui nell’Italia che era anche la loro patria, il destino beffardo di vedere considerata la loro tragedia come non “politicamente corretta”, non affine al mainstream.
Anche in questo, anche nella ripristinata verità che è la verità del dolore e della sofferenza, sta il valore paideutico di giornate come oggi, che sono pensate, devono essere pensate affinchè la verità di fatti storici sia resa disponibile ai giovani
E’ il segno di una volontà, più forte dell’oblio, come se rappresentasse l’idea di una Primavera che arriva anche dopo il più buio e gelido degli Inverni.
Quella speranza che la bellezza di cuori puri rende ragionevole anche quando si deve guardare l’icona del dolore innocente, rappresentata da quella ragazzina, poco meno di una loro coetanea, che la follia del male assoluto aveva reso esule, scampata, forse, anche lei, alla fine orrenda delle foibe.

La storia umana è percorsa e percossa, trafitta, da immagini come questa: il piccolo ebreo del ghetto di Varsavia che cammina con le mani alzate, sotto il tiro tedesco; la bambina vietnamita, nuda, che fugge per mettersi in salvo dall’orrore, lungo quella strada in terra battuta che corre tra risaie insanguinate nel Viet Nam del Nord.
E poi c’è questa piccola italiana che è esule in Patria.
Come i suoi genitori, fugge dall’Istria e dalla Dalmazia, da Fiume, dal Quarnaro italiano.
I patti tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale assegneranno questi territori alla Jugoslavia di Tito.
Ma questo avviene all’esito di mesi in cui non si risparmiarono crudeltà e violenze.
Le milizie “titine” (non è un vezzeggiativo paradossale e grottesco) fecero di tutto per costringere quegli italiani che volevano restare tali ad accettare l’annessione.
Di tutto, compresa la barbarie delle foibe: cunicoli carsici profondi, nei quali, legati tra loro con fil di ferro, venivano buttati, vivi, a morire lentamente ed inesorabilmente, coloro che non volevano accettare di diventare jugoslavi.
Furono migliaia.
Durò dall’8 settembre 1943 al 1947, dall’Armistizio di Cassibile fino ai Trattati di Pace di Parigi.
Per lunghi mesi, tra le due date l’occupazione tedesca anche di quei territori.
Connazionali che avevano perso tutto.
Era stato loro permesso lasciare i territori italiani ceduti alla Jugoslavia, ma avevano dovuto abbandonare le loro case, ogni loro bene: rinunciarono in nome della Patria italiana.
Tanti arrivarono anche a Vercelli: circa mille in tutta la provincia.
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Il filmato che completa, insieme alla gallery, queste note, propone, integrali, l’omelia dell’Arcivescovo e gli interventi del Sindaco di Vercelli, Roberto Scheda, del Presidente della Provincia, Davide Gilardino, del Prefetto di Vercelli, Lucio Parente.
Buona visione e buona lettura.












































