E’ sempre una bella Liturgia, ricca altresì di iridescenze capaci di illustrare come la fede sappia farsi cultura.
Stiamo parlando della benedizione del pane e quella degli animali, in occasione della memoria liturgia di S. Antonio Abate.
Non è – lo ricordiamo a noi stessi – il S. Antonio da Padova, che sarebbe vissuto all’incirca mille anni dopo o giù di lì.
Il S. Antonio che festeggiamo oggi era un giovane di famiglia benestante, nato nel 250 dopo Cristo (la morte il 17 gennaio del 356 tra Coma e la Tebaide, in Egitto).
Avrebbe potuto dedicarsi ad amministrare le vaste proprietà terriere lasciategli dai genitori: insomma, avrebbe potuto fare “il signore” per tutta la vita.
Invece, fu raggiunto da quella così esigente chiamata, che non ti lascia scampo, se solo le dai un istante di attenzione vera.
Sappiamo come vanno le cose, per come le narra – è la Lettura di questa S.Messa nella chiesa Concattedrale di S.Maria Maggiore, questa mattina 17 gennaio – S.Matteo nel suo Vangelo al Cap. 19, 16-22:
“16 Ed ecco, un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?»
17 Gesù gli rispose: «Perché mi interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono.
Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».
18 «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso.
19 Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso».
20 E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?»
21 Gesù gli disse:
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi».
22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”.
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Aveva molti beni anche il giovane Antonio, che invece non seppe resistere.
Fece come il suo Signore chiede sempre, in ogni tempo a tutti.
Per dire che la richiesta è generalizzata, non rivolta a una persona in particolare, la Parola si affida ad un’espressione impersonale – nella quale ci può stare il riferimento identitario di ciascuno – “un tale”.
Senza concedere troppo alla fantasia, si può pensare che si rivolga anche a quelli che beni materiali magari non ne hanno, ma non per questo sono meno legati alle lusinghe, agli idoli del mondo; tra questi il più ingannevole: la mia libertà.
La libertà, magari, di ritrovarsi poi come il figliolo che chiamiamo con qualche imprecisione “prodigo” ed invece figlio, come tutti noi, di quel Padre Misericordioso che troviamo al Capitolo 15 del Vangelo di San Luca.
La libertà che quel ragazzo credette di concedersi, lo condusse a contendere qualche carruba ai porci di cui si era ridotto a fare il guardiano.
Sant’Antonio scelse, invece, la povertà che non è miseria.
Perché è una povertà radicata nella vocazione alla rinuncia.
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Avremmo poi saputo molti anni dopo, leggendo una delle più belle lettere scritte da Giorgio La Pira che “solo rinunciando si vince veramente”.
Perché liberati dal bisogno si è più indipendenti e forti.
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Ecco, Antonio ebbe la forza di scegliere da sé.
La sua Santità si iniziò così e da qui.
Scelse di essere “ricco” perché liberato dal bisogno.
Così divenne fonte e poi punto di riferimento per una spiritualità che, nella Chiesa nascente, aveva bisogno di esempi più che di maestri.
Lui eserciterà entrambi i ministeri, testimone e maestro.
Testimone di un modo diverso e nuovo di vivere nella dimensione contemplativa, senza dimenticare la necessità radicale del lavoro umile con il quale procurarsi il sostentamento.
Maestro per indicare la rotta nelle tormentate acque di quei tempi di non facile ricerca, dove i modelli di vita, anche di vita consacrata, non erano univoci e non sempre immuni da limiti.
Come sempre la via di una ricerca difficile si invera nella dimensione più autentica, non illusoria né mendace, quando sceglie la “porta stretta”.
Allora Antonio offrì l’idea di una regola di vita cenobitica, il “progetto” preparato per asceti con il cuore e la mente rivolta a Cristo, ma con i piedi ben piantati per terra.
Lavorare un piccolo orto per procurarsi il cibo, poi pregare e meditare la Parola.
Ne scaturì un patrimonio sapienziale che si sarebbe poi individuato nella “saggezza” dei Padri del deserto.
Con lui altri anacoreti, Atanasio, l’abate Pastor ed altri che ne avrebbero seguito le orme, Ilarione ed altri.
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Antonio un privilegiato, dunque?
Tutt’altro: Santo non è chi sia immune dalla tentazione, bensì chi riesca a vincerla oppure a rialzarsi dopo la caduta.
E di tentazioni fu bersagliato dal suo “nemico” numero uno, il demonio, che sempre gli diede – senza demordere poi nei Secoli – un gran filo da torcere.
C’è tutta un’iconografia che l’arte di ogni tempo ha dedicato a questa figura di asceta e di combattente insieme, vittorioso contro il demonio, ma umanissimo, mai immune dalla necessità di fare i conti con la debolezza umana.

Una grande consolazione, tutto sommato, per noi tutti: le tentazioni le hanno avute anche i Santi.
Meno male.
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Oggi Mons. Marco Arnolfo, nella sua omelia (integrale nel nostro video) non dimentica l’allusione ad un ulteriore importante insegnamento di Antonio: la ricerca di una convivenza armoniosa tra Creato e creatura.
Tra uomo e natura.
Perché il Padre affida all’uomo “primus inter pares” il compito di custodire il Creato.
Non certo di deturparlo, possederlo, sfruttarlo, dissiparne le ricchezze.
E’ un compito che si deve tramandare da una generazione all’altra: un compito che perciò non si deve concepire in senso predatorio, avvantaggiando una generazione a scapito di quelle successive.
Inculcare questo concetto nelle nostre teste non è solo preoccupazione di Mons. Arnolfo.
Il Padre ci ha pensato prima e insiste.
Tanto è vero che nel Libro del Levitico, al Capitolo 25, dice a chiare lettere: ”Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra e mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini”.
Più chiaro di così.
La terra è mia.
Una sentenza che cade come un colpo di scure a separare due mondi: il mondo di coloro che si credono padroni del Mondo.
Dal mondo di coloro che capiscono di essere “forestieri”, cioè ospiti chiamati dal Padrone vero, “inquilini”, cioè fruitori temporanei di un bene – il Creato – che dovremo lasciare, se possibile, un po’ migliore di come ce lo hanno passato e comunque non peggiorando le cose.
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Bellissima mattina, dunque, questa mattina, in Santa Maria Maggiore, in compagnia di tanti piccoli amici a quattro zampe che hanno ricevuto la benedizione.
Un tempo nelle campagne si benedicevano cavalli da tiro e bestiame, oggi surrogati dalle trattrici agricole: segni dei tempi anche questi.
Poco prima di impartire la Benedizione finale, l’Arcivescovo ha regalato un ricordo della sua infanzia trascorsa, come sappiamo, in una cascina, condotta dai genitori, nella ubertosa pianura della provincia di Cuneo.
Due le immagini molto dolci che ha lasciato, soprattutto ai bambini (il coro delle Scuole Cristiane ha animato davvero con unanime apprezzamento la Liturgia, accompagnato all’organo da Francesco Crosio).
Con la prima ha ricordato cosa significasse la benedizione degli animali, compagni di vita e lavoro degli uomini e donne nei campi: ogni anno il Parroco, con la benedizione del bestiame, lasciava un’immaginetta del Santo che sarebbe poi stata apposta all’ingresso della stalla.
La seconda narra, invece, dell’impresa sua e degli altri bambini che, un bel giorno, si videro affidare, da un cugino più grande, un pulcino di falchetto, rimasto senza mamma e che sarebbe stato destinato a morte certa.
Invece riuscirono a salvarlo finchè divenne grande e recuperò la popria autonomia, ma non si dimenticò mai di loro, tornando spesso a trovarli.

Il video offre altresì la preghiera a Sant’Antonio, letta da Giulio Pretti (che quest’anno festeggia i 60 anni di matrimonio: auguri! Anche alla Signora, nelle nostre foto, la prima da sinistra impegnata nelle distribuzione del pane benedetto) Priore della Confraternita che ha sede nell’omonima via in Vercelli, attigua al Teatro Civico.
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Tante persone qui con i nostri beniamini di tutti i giorni.
Li amiamo come familiari, senza però confondere ( lo ricorda con chiarezza l’Arcivescovo ): non umanizziamoli.
Umanizzarli non è un atto di amore né per loro, né per noi, tanto più se crediamo di eludere così la necessità di comunicare tra uomini e donne.
Non è sempre facile vivere la relazione con il prossimo, perché la gente non scodinzola, come forse ci aspetteremmo che facesse.
E, soprattutto, parla.
Ma questa è un’altra storia.



























































