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23/09/2011 - Vercelli - Pagine di Fede

VERCELLI – L’Eucarestia ed il senso per l’oggi – Il Congresso eucaristico dedica una serata alla riflessione teologica sul Sacramento al cuore della fede cristiana

Hanno condotto brillanti riflessioni il prof. Giovanni Ferretti e il prof. Sergio Labate, rispettivamente un teologo e un filosofo presso l’Università di Macerata




VERCELLI – L’Eucarestia ed il senso per l’oggi – Il Congresso eucaristico dedica una serata alla riflessione teologica sul Sacramento al cuore della fede cristiana
Giovanni Ferretti e Sergio Labate

(Luca Vallarino) – L’Eucarestia è l’insuperabile cuore della fede cristiana. Ma quale può essere il senso che la Presenza viva di Cristo come pane ci offre nell’oggi? Su questi interrogativi hanno ragionato ieri sera, giovedì 22 settembre, il Prof. Sac. Giovanni Ferretti, torinese e docente dell’Università di Macerata, e il Prof. Sergio Labate, docente del medesimo ateneo. Le brillanti relazioni dei due cattedratici si sono svolte presso il Seminario Arcivescovile di Vercelli, nell’ambito dell’incontro del Convegno eucaristico diocesano aperto al mondo della cultura. Grande e intensa la partecipazione dei vercellesi, che oltre ad aver gremito la Sala Sant’Eusebio del Seminario, hanno ascoltato con interesse e meditazione le analisi offerte dai relatori.



Il prof. Ferretti ha analizzato il tema “Eucarestia e secolarizzazione”. Anzitutto egli ha voluto fare luce sulla caratteristica più saliente della civiltà secolarizzata, ossia lo “spirito critico”. Esso ha, secondo Ferretti, una duplice matrice: «Da una parte l’impronta scientifico-tecnica – spiega il teologo – ha prodotto il “disincanto del mondo”, oggi l’uomo non si aspetta più continue irruzioni del sacro nella fisicità, e alla forza “magica” di Dio ha imparato a sostituire la forza razionale delle leggi fisiche; dall’altra parte vi è poi un’impronta illuministico-umanistica, che a partire da Kant ha iniziato a considerare l’uomo “mai come un mezzo, sempre come un fine”, la conseguenza di questo è un continuo processo di “liberazione” della spontaneità dell’uomo da tutte quelle forze, anche ultramondane, che sembrerebbero imprimergli una forma». Di fronte a tutto questo c’è chi oggi auspica una reazione, un forte ritorno del sacro, quel sacro che provoca timore e tremore, ma che lo spirito critico dell’oggi non può più accettare. Lo spirito secolare rifiuta energicamente l’oggettivazione della trascendenza, il voler e poter “toccare Dio”. In questo quadro, l’Eucarestia è “il sacro” per eccellenza, è il “Sacra-mento” che si manifesta con una “Con-sacrazione”. Ci si chiede dunque come possa ancor’oggi essere accettata l’Eucarestia. «La teologia fondamentale tende a focalizzarsi su tre temi in quest’ambito: la Presenza reale, la transustanziazione e il sacrificio eucaristico», spiega Ferretti. Se Cristo è presenza viva all’interno del pane, allora questo significa che attraverso la Comunione io posso gustare Dio, vederlo, toccarlo, nutrirmi materialmente di Lui. In realtà ciò non è corretto: Dio non è pane, ma è il pane consacrato che rimanda a Dio. Cristo non si mastica, e non basta comunicarsi per accostarsi alla Grazia: «attraverso la Comunione con Lui, Gesù ci offre un invito dolce alla Sua sequela, non ci impone imperiosamente di trasformarci, non viola mai la nostra libertà». Per quanto concerne il tema, tanto caro ai cattolici, della transustanziazione, il pericolo è quello di reificare l’azione di Dio: con la consacrazione Dio non modifica la struttura fisico-chimica del pane, dalle mani dei sacerdoti non deriva alcun incantesimo: l’Eucarestia non muta la nostra realtà biologica-psichica, essa trasforma in radice l’esistenza umana, facendone “luogo di trasparenza della bontà di Dio”. Infine, sul tema del sacrificio, Ferretti riflette: «Il sacrificio di Cristo ha senso perché ha subito, pur proclamando la sua innocenza, senza ributtare sugli altri il male che ingiustamente ha ricevuto. Il Dio di Gesù Cristo è il Dio dei sofferenti, non il Dio che chiede, che accetta o si compiace delle sofferenze».


Sergio Labate si sofferma invece a riflettere sul tema “Eucarestia e dono”. «Di tutte le esperienze tipiche della spiritualità cattolica, l’adorazione eucaristica e la Comunione sono sicuramente quelle meno condivisibili, più intime eppure più salienti dell’intera vita di fede, è il “corpo a corpo” con Dio», esordisce il filosofo. Cristo nell’Eucarestia fa dono di sé, e questo dono è vero proprio perché arriva fino all’abbandono, all’annullamento, alla morte. Gesù si dona senza alcuna speranza di ricevere nulla in dono a sua volta: «Eppure, quando noi celebriamo l’Eucarestia, non festeggiamo una morte, quanto piuttosto la trasformazione della vita, non glorifichiamo una vittima, ma un innocente». La Comunione deve essere riscritta all’interno di un quadro relazionale, perché, come possiamo sperimentare, non è la potenza del dono che ci cambia, ma l’intensità della relazione con il donante. Occorre quindi ritornare ad un abbraccio intimo (e non privato) con il religioso, che diventi fecondo di dono e che possa davvero portare alla conversione del cuore.


Le relazioni sono state intervallate dalla lettura di “Altra poesia dei doni”, di J. Borges, da parte di Alfonsina Zanatta, accompagnata dal vellutato suono del clarinetto di Marco Savariano.


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