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17/08/2014 - Asti - Cronaca

VALE LA PENA DI VIVERE - Don Angel Artime a Castelnuovo Don Bosco per dire ai giovani che nessuno è solo - La Madonna non abbandona i diseredati della Sierra Leone, nè i disperati orfani della società opulenta e triste - GALLERY DI 230 IMMAGINI

Due giorni di festa per il Secondo Centenario della nascita di San Giovanni Bosco






VALE LA PENA DI VIVERE - Don Angel Artime a Castelnuovo Don Bosco per dire ai giovani che nessuno è solo - La Madonna non abbandona i diseredati della Sierra Leone, nè i disperati orfani della società opulenta e triste - GALLERY DI 230 IMMAGINI
Castelnuovo Don Bosco, 15 - 16 agosto 2014 - Si inizia il Bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco

Abbiamo documentato la gioia.

Si condensa questa prima impressione dopo i due giorni nei quali abbiamo partecipato con la Congregazione salesiana all’avvio delle celebrazioni per il secondo Centenario della nascita del fondatore, San Giovanni Bosco.

Una gioia autentica, anche se, come si dice oggi, “adulta” e “informata”.

Perché i Salesiani sono in 132 Paesi nel Mondo anche in quelli che già il “Fondatore” di tutta l’Opera, Gesù, chiamava “gli estremi confini della Terra”. E non solo in senso geografico.

Anche se Don Angel Artime, decimo Successore di Don Bosco e Rettor Maggiore della Congregazione, arriva a questo incarico dopo avere prestato il proprio servizio in Argentina. Come Papa Bergoglio, che lui ben conosce.

I suoi Salesiani gli parlano, ad esempio, dalla Sierra Leone – un confine che il Mondo nemmeno vorrebbe sapere dov’è – per dirgli che hanno ottanta ragazzi orfani di genitori, morti a causa di ebola, la peste del Terzo Millennio.

E lui non sa trattenere le lacrime. Di sicuro si prodigherà per loro

Ma sa che i suoi Salesiani non si limitano a raccontargli di questa tragedia.

Non sono commentatori. Né sono politici che se ne occupano a distanza. Loro sono lì con questi 80 diseredati, affamati, a rischio secondo qualsiasi accezione che si voglia dare a questa parola.

Così accolgono presso di loro questi ottanta ragazzi. Saranno la loro famiglia. Qualche santo provvederà. Intanto non saranno soli.

La loro missione è la “compagnia” o come si dice oggi la “condivisione” della propria vita con quella dei sofferenti.

Come è diverso il Valdocco oggi. Ma come sono simili tra loro i protagonisti di queste storie. Come si assomigliano, quei ragazzi, successori di quelli che Don Bosco accoglieva disperati quando arrivavano – ad esempio – dalla Valesesia o dalla Valmaira dicendo: non ne posso più.

E lui con sua madre Margherita faceva loro da famiglia.

Ecco: quando si parla di “famiglia salesiana” non si allude solo ad un cenobio di consacrati. Certo, anche.

I Salesiani sono “famiglia” per tanti che altrimenti non saprebbero nemmeno come è fatta una famiglia.

E’ famiglia anche quella Suora missionaria in Siria che nell’Ospedale da campo messo su per curare i feriti si prende cura come di un fratello del guerrigliero islamico che guarisce. E riprende la sua battaglia.

E lei continua a medicare i feriti, perché per lei sono tutti figli di un unico Padre.

Che poi vedrà lui cosa fare.

Poi c’è la frontiera forse non meno ostile e difficile. Quella della secolarizzazione.

Della disperazione di una società opulenta e triste ora chiamata a fare i conti con il bump down – ai tempi di Don Bosco ed anche un po’ dopo si sarebbe detto: finire con il c… per terra – che tocca ai figli dell’edonismo diffuso ed ingenuo che ha generato “bolle” finanziarie poi scoppiate sul finire del Secolo breve.

A dire che la realtà vince sempre, comunque  si manovrino le Borse e si dirigano artificiosamente i corsi dei Cambi.

Parla chiaro, qui a Castelnuovo, Mons. Enrico dal Covolo, Salesiano pure lui, chiamato di recente a guidare la Pontificia Università Lateranense.

E’ qui con il Rettor Maggiore per parlare ai giovani. Anche a quelli che si sentono sopraffatti dal male di vivere.

E sono così spesso i nostri.

Questi non c’è bisogno di andare in Sierra Leone per trovarli e forse i suicidi giovanili oggi mietono vittime come se dilagasse anche qui un’epidemia.

E Mons. dal Covolo può parlare a loro di speranza perché conosce fin dove possa arrivare la Madonna quando ci si mette d’impegno.

Per lei nessuna deriva esistenziale è troppo negletta. Nessun territorio dove andiamo a cacciarci, dove si consumano e trascinano esistenze cariche di errori è troppo impervio. Lei non desiste. Non si rassegna, insiste.

Altrimenti, come si farebbe a parlare di due giorni vissuti nella gioia, se ci si fermasse agli orfani di genitori uccisi da Ebola, ai morti in Siria e Libano, ai poveri di ritorno e disperati dell’Occidente che ha finito i soldi?

Proprio di questo era sicuro Don Bosco.

La Madonna non abbandona nessuno. Ma per raggiungere i suoi figli, soprattutto quelli più disgraziati, ha bisogno di braccia che lavorino, mani che asciughino lacrime, spalle dove possa posarsi il capo di chi non può più trattenere lacrime amare.

Per questo Don Bosco ha incominciato ad offrire la propria vita.

E poi sua madre Margherita gli è andata dietro, perché – si sa – come fa una madre a vedere un figlio scegliere una vita difficile senza seguirlo?

Lei di sicuro non si è mai chiesta chi glielo avesse fatto fare, a suo figlio, di scegliere quella strada.

Glielo ha fatto fare la Madonna. Quella Madre di Dio e dell’umanità che lui intensamente ha amato sin da bambino. Perché sua madre Margherita questo gli ha insegnato fin da quando era in fasce; fin da quando l’ha portato in quella piccola pieve – una come tante delle quali sono punteggiate le nostre colline – la Madonna del Castello. Dove si venera un’effige di Maria con il Bambino dall’atteggiamento particolare: la Madonna della Cintura.

Un modo per rappresentare anche plasticamente un legame che non si spezza. Qui, in questo spicchio di Monferrato astigiano, le mamme di Castelnuovo portavano i bambini per consacrarli a Maria.

E così fu anche per il piccolo Giovanni.

Tutto è incominciato da qui.

Questa è l’idea guida – pensata dalla gente del paese, che ha partecipato ad un concorso di idee per coniarla – che farà da stella polare per tutto questo anno, da oggi al dicembre 2015, nel quale lungo le strade dei cinque Continenti si snoderà questo lungo itinerario di fede, storia, amore.

Per documentare queste due giornate di gioia abbiamo preparato un video di due ore:

Guarda il video documentario

http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2298


un documentario che riprende i momenti più importanti e raccoglie le interviste ai protagonisti ed anche ai giovani, alla gente: alla gente che arriva dal Brasile e dalla Polonia, come a quella di Caselnuovo.

Sanno che è partito tutto da qui.

Intanto ecco la gallery di oltre 230 fotografie e di seguito il testo integrale dell’omelia tenuta nel corso dell’Eucarestia di sabato 16 agosto, “compleanno” di Don Bosco, dal suo Successore.

***

OMELIA DEL X SUCCESSORE DI DON BOSCO E RETTOR MAGGIORE DEI SALESIANI DON ANGELO FERNÀNDEZ ARTIME
(COLLE DON BOSCO, ORE 11 – 16 agosto 2014)
"Eccellentissimo Monsignore, Eccellentissimo Signor Sindaco Miei carissimi fratelli salesiani, mie carissime sorelle salesiane, cari cooperatori e cooperatrici salesiane, cara Famiglia Salesiana tutta, miei cari giovani, cari amici e amiche qui presenti:
Siate tutti i benvenuti a questa celebrazione di festa, di allegria, nel giorno in cui diamo inizio al Bicentenario della nascita, su questa stessa collina, di Giovanni Bosco, del nostro Don Bosco, proclamato “Padre e Maestro della Gioventù” da Sua Santità Giovanni Paolo II (oggi San Giovanni Paolo II) nell’anno centenario della sua
morte.
Con le parole che tra poco esprimerò non voglio far altro che dare una voce in più a quello che poi diventerà il nostro atto di preghiera, la nostra preghiera in questa giornata, che la stessa liturgia odierna ci propone come un canto di gratitudine e ringraziamento al “Dio grande e misericordioso” per “aver suscitato nella Chiesa San Giovanni Bosco come amico, fratello e padre della gioventù”, proprio come
proclameremo nel prefazio dell’Eucaristia.
Un Don Bosco che con il suo carisma sentiamo come regalo del Padre alla Chiesa e al Mondo. Un Don Bosco che si è andato formando nel tempo, da quando stava in braccio a mamma Margherita, poi mediante l’amicizia con dei buoni maestri di vita, via via modellando il proprio cuore di Buon Pastore, imitando il Gesù Buon Maestro, nella vita quotidiana passata in mezzo ai giovani.
Quel ragazzo, Giovanni Bosco, cresciuto sulle colline dei Becchi, aveva sentito nel profondo del suo cuore che la sua vita non sarebbe trascorsa solamente tra i filari, le vigne, il fieno dei campi, quando c’erano tanti bambini e giovani che erano come pecore senza pastore.
Quel ragazzo, Giovanni, ben presto ebbe una Maestra per tutta la vita, una Signora, la Madonna, che lo avrebbe accompagnato, illuminato, condotto, fino a far sentire all’anziano Don Bosco, ormai consumato, che la sua vita doveva essere spesa fino all’ultimo grammo di forza, e che Lei avrebbe reso tutto possibile.
Quel ragazzo, Giovanni, ebbe pure al suo fianco una madre che con generosità, con rinuncia ai battiti del proprio cuore, con una stupenda complicità madre - figlio, fece tutto il possibile affinché questo figlio tanto amato, sul quale vedeva che Dio aveva già posto il suo sguardo,  non rimanesse tra  il fieno e quei pochi animali che la
famiglia possedeva.

Quella stessa mamma, che quando la vita le diede la possibilità di godere delle gioie d'essere nonna, e vedere tramontare il sole ai Becchi, non ebbe dubbi, guardando il Crocefisso, di lasciare la propria casa per essere madre dei “birichini” di Don Bosco, fino al suo ultimo respiro.
Un Don Bosco forgiato in questo modo è quello che come “padre e maestro della gioventù” (preghiera della colletta) è un segno della Provvidenza di Dio che, “ispirando ogni buon proposito” (benedizione solenne) non permette mai che nella sua Chiesa vengano a mancare uomini e donne che attualizzano il Vangelo e il Mistero dell’Incarnazione.
Docile a quest’azione dello Spirito, Don Bosco cercò e accolse ogni ragazzo che non aveva un focolare, una casa, un padre o una madre. Tra quei suoi stessi giovani invitò i più generosi a diventare collaboratori della sua opera, dando così origine alla Società di San Francesco di Sales; insieme a Maria Domenica Mazzarello fondò l’ Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice; con dei buoni cristiani laici, uomini e donne, costituì l’Associazione dei Cooperatori Salesiani per consolidare e sostenere quel progetto di Dio a favoredei giovani, anticipando così le nuove forme di apostolato nella Chiesa, fino ad arrivare, per mezzo dell’azione dello stesso Spirito
Santo, a questa realtà che è oggi la Famiglia Salesiana nella Chiesa e nel Mondo, un grande albero le cui radici si estendono in tutte leparti della terra, essendo motivo di speranza, di profonda umanità e di salvezza per molti ragazzi, ragazze, giovani e gente del popolo di Dio.
Don Bosco fa della frase “Dammi le persone, i beni prendili per te” (Genesi 14,21), la sua massima di vita “Da mihi animas, cetera tolle”, con uno stile educativo e una prassi pastorale basata sulla ragione, la religione e l’amorevolezza. Questo sarà il suo “Sistema Preventivo”. Portava i giovani a una maturazione umana, all’incontro con Cristo, all’educazione nella fede, alla celebrazione dei sacramenti, al vivere profondamente la propria condizione di giovani capaci di impiegare le proprie migliori energie in campo professionale e all’interno della società civile, così come nel servizio al prossimo.
La sua “unione con Dio” e la sua incessante fiducia in Maria Ausiliatrice, che sentiva come ispiratrice e sostenitrice di tutta la sua opera, gli hanno sempre dato la forza per un’incessante donazione di se stesso nel lavoro a favore dei suoi giovani, cercando solamente il loro bene, la loro felicità, qui e per l’Eternità.
Il nostro Dio, proprio come aveva annunciato il profeta Ezechiele (Ez 34,11), fece di Don Bosco un pastore per i giovani, un pastore che li avrebbe condotti ai buoni pascoli, (i pascoli di crescita come veri uomini e donne, come figli di Dio). Fu per ognuno di quei giovani un pastore e il Signore fu per tutti il loro Dio e loro il suo gregge, come si legge nell’oracolo del profeta.
Allo stesso modo Cristo Signore, il Buon Pastore, continua a far sentire la propria presenza salvifica nella Chiesa suscitando pastori con il suo stesso buon cuore, cui affida il suo gregge, ed è per questo che la celebrazione di questo Bicentenario non è solo contemplazione e ammirazione della figura di Don Bosco, ma è anche imitazione e impegno di vita per tutti noi qui presenti ora, che ci impegniamo ad assumerci l’eredità che Don Bosco stesso ci ha lasciata.
Il Bicentenario è una bellissima opportunità, e allo stesso tempo una sfida, per vivere con passione educativa ed apostolica la presenza tra i ragazzi e le ragazze del mondo, riconoscendo nelle loro vite il dono di Dio per noi e l’azione dello Spirito in ognuno di loro, condividendone i sogni, le aspettative, i desideri e i problemi, e aiutandoli a sperimentare che come educatori, fratelli, sorelle, siamo disponibili a stare sempre al loro fianco nel cammino della vita perché, proprio come Don Bosco, anche noi vogliamo che siano felici ora e per l’Eternità. Amen
”.
                                                                                   ***

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