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24/09/2011 - Valle D'Aosta - Pagine di Fede

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 25 settembre 2011 - "Io spero in te tutto il giorno"

Se è vero che "Il salario del peccato è la morte", è altrettanto vero che Dio ci invita e persino implora:"Perchè volete morire?" - Perchè il Signore non è un algido giustiziere, non vuole perdere nessuno:"Io non godo della morta di chi muore"




IN PRINCIPIO ERA IL VERBO - Letture dalla Liturgia di domenica 25 settembre 2011 - "Io spero in te tutto il giorno"
Il Profeta Ezechiele - Cappella Sistina

Dal Libro del Profeta Ezechiele, Cap. 18, 25 - 28



Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».


Dal Salmo 24


Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.


Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi, Cap.  2, 1 - 11


Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.


Dal Vangelo secondo San Matteo, Cap. 21, 28 - 32


In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Un pensiero sulla Parola


Non ce n’è bisogno. Lo sappiamo. Ma ogni tanto è bene ripassare e perciò giunge quanto mai a proposito questo Capitolo 18 del Libro di Ezechiele, offertoci dalla Liturgia di oggi.


Bisogna, in verità, leggerlo tutto e soprattutto fino alla fine per arrivare alla rivelazione più importante e consolatoria, ma è una lettura facile (integrale al termine dell’articolo, con il Capitolo 6 della Lettera ai Romani). O, almeno, chiara. Non lascia dubbi. L’abbiamo associata a questo Capitolo sesto della Lettera ai Romani perché, anche in questo caso verso il fondo, al versetto 23, si legge una verità che compone come un dittico con quella di Ezechiele, 18,32.


In San Paolo, si torna con i piedi per terra. Tutte le finzioni del mondo sono smascherate. Si parla chiaro. Chi si illude di vivere come meglio gli pare, infischiandosene della Legge di Dio è servito:”Il salario del peccato è la morte”. Sarà poi la vita ad incaricarsi di farci sapere che questo parlare di morte allude certamente alla privazione della vita eterna, quella vera, ma preconizza guai seri già in quella che viviamo come possiamo su questa terra. Perché una cosa è sicura: il male non può fare bene. Il male fa male. E’ insano. Porta alla fine.


In Ezechiele è l’Eterno, il Padre misericordioso che quasi si scusa – Lui – della nostra stessa insipienza. Sembra sconsolato, sempre in fondo sorpreso della nostra irresponsabilità:”Perché volete morire?”. E poi si fa confidente con noi fino ad essere persino – nella Sua incommensurabile grandezza – commovente per come si fa “piccolo” ed alla nostra portata:”Io non godo della morte di chi muore”.


E chi si compiace di vedere nel Signore un Dio giustiziere, algido e spietato, è servito.


Il Signore è, invece ed al contrario, un Dio che (ci) prega. Quasi implora questa creatura di dura cervice:”Liberatevi da tutte le iniquità commesse (…) formatevi un cuore nuovo ed uno spirito nuovo (…)” fino alla promessa finale, sempre quella e sempre uguale, sempre verace e tuttavia troppo spesso inascoltata:”Convertitevi e vivrete”.


Questo lungo testo del Profeta Ezechiele è tutto imperniato sulla necessità di mettere a fuoco un verità assoluta: siamo noi stessi responsabili delle nostre azioni ed il libero arbitrio che ci è affidato è uno strumento di potere straordinariamente grande. Così grande che può persino scegliere di fare a meno di Dio. Che fine facciamo dopo, è un altro paio di maniche. Ma sul fatto che possiamo scegliere noi, su questo non c’è dubbio. Dio


Ci rispetta fino in fondo. Ma non se ne sta, secondo la cinica, proverbiale, immagine, “sulla riva del fiume” ad aspettare il cadavere che passi. Non sta nemmeno “alla finestra”, su una nuvoletta, come un puttino alato che contempla – divertito o sconsolato, ma distante, separato, astratto, atarattico – le evoluzioni di questa Sua bizzarra creatura.


Lui è lì, accorato, premuroso, con il cuore che palpita e spesso sanguina. Ci guarda e soffre. La sua è una partecipazione paradossale: non è invadente, ma è dinamica. Il suo interventismo non ha nulla del “deus ex machina” che arriva coma paracadutato da un Olimpo. Interviene nella storia del Mondo mandando Suo Figlio a soffrire”facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croceper prendere su di sé il peccato del mondo.


Ci mette a disposizione tutto, ma noi così spesso non ne vogliamo sapere (Vangelo di San Giovanni, 1, 9,13): Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
12A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati
”.


Per questo l’Apostolo può concludere questa parte della sua Lettera ai Filippesi con questa esortazione, il richiamo ad una verità assoluta:”Nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre”.


Sarebbe tutto semplice, senonchè a noi poveri esseri la semplicità pare poco e insufficiente. Le preferiamo le sovrastrutture involute, alla logica dell’amore di Dio preferiamo i sillogismi delle filosofie. Siamo così tutti conquistati, presi e quindi persi nella contemplazione del nostro io, sempre occupati a (credere di) saziare la nostra fame di conoscenza placando una fame di mondo, estinguere la nostra sete di sapere rifiutando l’idea del Mistero per accedere – magari – a tante illusioni razionaliste.


Invece, ragione, scienza, tecniche, filosofie, sapere, conoscenza, sono tutte cose buone solo se e prima confessiamo fiduciosi e convinti: nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi. Cerchiamo le verità immanenti da questa posizione: in ginocchio.


In questa domenica si conclude il Congresso Eucaristico diocesano di Vercelli. L’evento ci lascia una intuizione, un suggerimento, una possibilità: contempliamo Cristo Gesù eucaristico. In Lui adoriamo il Dio con noi. Traguardiamo nell’Eucarestia la Verità, vera e definitiva ed in essa ricapitoliamo le tante verità che il nostro cuore cerca. Anche se è un cuore inquieto. Anche se è un cuore addolorato. Anche se è spezzato. Anche se crede di non potere più palpitare e così di essere già fuori od ormai lontano dalla vita.


Il nostro sguardo verso l’orizzonte in cui il Mistero si illuminerà della sua propria luce sia uno sguardo mite, mai altero, sempre illuminato dalla luce della fiducia in Dio, mai offuscato dalle nebbie della presunzione che l’uomo possa bastare a se stesso.


Ogni lingua proclami:”Gesù Cristo è il Signore”. Se abbiamo qualche dubbio, se vacilliamo nel cammino, preghiamo con il Salmista:”Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi”.


Perché altro non possiamo dire, se non questo. Altro approdo non possiamo attendere se non questo. Non possiamo credere in nessun altro amore che questo non sia, in questo non si inveri, da questo abbia origine. E così solo questo possiamo dire, senza mai dimenticarlo, per un solo minuto della nostra giornata terrena:”Io spero in Te tutto il giorno”.
Ezechiele, 18


Giustizia di Dio, responsabilità degli uomini


1 Mi fu rivolta questa parola del Signore: 2«Perché andate ripetendo questo proverbio sulla terra d'Israele:


«I padri hanno mangiato uva acerba
e i denti dei figli si sono allegati»?


3Com'è vero che io vivo, oracolo del Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. 4Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà.
5Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, 6se non mangia sui monti e non alza gli occhi agli idoli della casa d'Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato d'impurità, 7se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l'affamato e copre di vesti chi è nudo, 8se non presta a usura e non esige interesse, desiste dall'iniquità e pronuncia retto giudizio fra un uomo e un altro, 9se segue le mie leggi e osserva le mie norme agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, oracolo del Signore Dio. 10Ma se uno ha generato un figlio violento e sanguinario che commette azioni inique, 11mentre egli non le commette, e questo figlio mangia sui monti, disonora la donna del prossimo, 12opprime il povero e l'indigente, commette rapine, non restituisce il pegno, volge gli occhi agli idoli, compie azioni abominevoli, 13presta a usura ed esige gli interessi, questo figlio non vivrà; poiché ha commesso azioni abominevoli, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte. 14Ma se uno ha generato un figlio che, vedendo tutti i peccati commessi dal padre, sebbene li veda, non li commette, 15non mangia sui monti, non volge gli occhi agli idoli d'Israele, non disonora la donna del prossimo, 16non opprime alcuno, non trattiene il pegno, non commette rapina, dà il pane all'affamato e copre di vesti chi è nudo, 17desiste dall'iniquità, non presta a usura né a interesse, osserva le mie norme, cammina secondo le mie leggi, costui non morirà per l'iniquità di suo padre, ma certo vivrà. 18Suo padre invece, che ha oppresso e derubato il suo prossimo, che non ha agito bene in mezzo al popolo, morirà per la sua iniquità.
19Voi dite: «Perché il figlio non sconta l'iniquità del padre?». Perché il figlio ha agito secondo giustizia e rettitudine, ha osservato tutte le mie leggi e le ha messe in pratica: perciò egli vivrà. 20Chi pecca morirà; il figlio non sconterà l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio. Sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità.
21Ma se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso e osserva tutte le mie leggi e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. 22Nessuna delle colpe commesse sarà più ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticato. 23Forse che io ho piacere della morte del malvagio - oracolo del Signore - o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? 24Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male, imitando tutte le azioni abominevoli che l'empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà.
25Voi dite: «Non è retto il modo di agire del Signore». Ascolta dunque, casa d'Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? 26Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. 27E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. 28Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà. 29Eppure la casa d'Israele va dicendo: «Non è retta la via del Signore». O casa d'Israele, non sono rette le mie vie o piuttosto non sono rette le vostre? 30Perciò io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta, o casa d'Israele. Oracolo del Signore Dio.
Convertitevi e desistete da tutte le vostre iniquità, e l'iniquità non sarà più causa della vostra rovina.
31Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Perché volete morire, o casa d'Israele? 32Io non godo della morte di chi muore. Oracolo del Signore Dio. Convertitevi e vivrete.


Lettera ai Romani, Cap. 6


In Cristo morti al peccato e vivi con lui


1 Che diremo dunque? Rimaniamo nel peccato perché abbondi la grazia? 2È assurdo! Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso? 3O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. 5Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. 6Lo sappiamo: l'uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7Infatti chi è morto, è liberato dal peccato.
8Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. 11Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
12Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri. 13Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia. 14Il peccato infatti non dominerà su di voi, perché non siete sotto la Legge, ma sotto la grazia.


Al servizio di Dio che salva


15Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia? È assurdo! 16Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell'obbedienza che conduce alla giustizia? 17Rendiamo grazie a Dio, perché eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siete stati affidati. 18Così, liberati dal peccato, siete stati resi schiavi della giustizia.
19Parlo un linguaggio umano a causa della vostra debolezza. Come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità, per l'iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per la santificazione.
20Quando infatti eravate schiavi del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. 21Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Il loro traguardo infatti è la morte. 22Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna. 23Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

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